Accusa un individuo di furto con violenza, ma era lui l’aggressore. Ora potrebbe affrontare una pena di venti mesi per diffamazione.

Una condanna di un anno e otto mesi, con rito abbreviato, è stata richiesta dalla Procura di Ferrara nei confronti di un 23enne italiano, attualmente in carcere per altri procedimenti legali, che è stato portato a processo con l’accusa di calunnia dopo aver denunciato un 65enne di Comacchio per una presunta tentata rapina aggravata avvenuta in stazione.

Tuttavia, l’uomo era stato successivamente assolto con formula piena dal tribunale di Ferrara. Fondamentali si sono rivelate le immagini della videosorveglianza, che hanno ricostruito una dinamica dei fatti completamente diversa da quella riportata dal giovane: secondo quanto emerso, era stato proprio il 23enne, insieme ad altri tre membri della baby gang di cui faceva parte, ad aggredire il 65enne, accusandolo poi ingiustamente del tentativo di rapina.

A più di due anni da quell’episodio, la situazione si è trasformata in un boomerang per il giovane. Dopo l’assoluzione, il 65enne ha quindi presentato una denuncia contro il 23enne, che è stato successivamente rinviato a giudizio per calunnia.

L’evento si era verificato a novembre 2022. Secondo una iniziale lettura errata dei fatti da parte degli inquirenti, ingannati dal racconto del 23enne, il 65enne aveva prima minacciato un giovane, intimandogli di consegnare lo smartphone che aveva in mano e poi aveva anche aggredito un amico che era intervenuto per difenderlo. L’uomo era quindi stato portato a processo con giudizio immediato, ma, una volta giunti al dibattimento, la vicenda ha preso una piega completamente inaspettata.

Grazie a un approfondimento investigativo richiesto dall’avvocato difensore Fiorella Shane Arveda, che ha portato anche a una visione delle immagini delle telecamere di sorveglianza presenti in zona, è stato possibile ricostruire che in realtà era stato lo stesso 65enne a essere aggredito in precedenza proprio da quei ragazzi. Il gruppo lo aveva inseguito, fermato, accerchiato e poi picchiato con calci e pugni, prima di contattare gli agenti della Polizia Locale per incolparlo beffardamente, nonostante l’uomo aggredito avesse chiamato quattro volte l’utenza del 112 per un intervento immediato. A conferma di ciò, il ragazzo che aveva sporto querela ha ritrattato tutto, dichiarando in udienza “che era stato tutto un fraintendimento”.

Un fraintendimento che però gli è costato caro con la denuncia per calunnia. Ieri (mercoledì 3 giugno) mattina, Procura e parte civile hanno richiesto la condanna del 23enne, mentre la difesa – insistendo sul fraintendimento – ha evidenziato come l’imputato non avesse mai avuto l’intenzione di calunniare il 65enne.

“Dal giorno dell’arresto fino alla sentenza di assoluzione, il mio cliente – ha spiegato l’avvocato Arveda – ha vissuto cinque mesi di vero calvario. È stato arrestato, messo agli arresti domiciliari, poi sottoposto all’obbligo di dimora e infine a quello di firma. Questa è la dimensione più concreta del danno subito a causa di questa vicenda. Basti pensare che, quando il gip ha disposto il giudizio immediato, aveva ipotizzato una pena superiore ai tre anni di carcere. Nonostante tutto, è riuscito a mantenere il lavoro, circostanza tutt’altro che scontata. È stato un trauma significativo, soprattutto sotto il profilo della reputazione e della dignità personale. La querela e la costituzione di parte civile – conclude il legale – intendono evidenziare il disvalore della condotta dell’odierno imputato, nella speranza che non si ripetano episodi simili. L’obiettivo è improntato più alla rieducazione del ragazzo che al risarcimento”.

Si torna in aula il 9 settembre per la lettura della sentenza.

LegaUSA