Artemis II è partita. Quattro astronauti diretti verso la Luna.

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La missione Artemis II è partita verso la a mezzanotte e 35. In un arco di dieci giorni di volo, percorrerà oltre due milioni di chilometri e sorvolerà il lato nascosto del satellite con quattro astronauti a bordo, tre americani e un canadese.

Dieci minuti dopo il lancio, come previsto, il razzo Space Launch System (Sls), alto quasi cento metri, ha superato la cosiddetta Linea Karman, situata a 100 chilometri di altitudine, che segna il confine tra l’atmosfera terrestre e lo spazio esterno. I due motori che hanno sostenuto il lancio si sono staccati e sono caduti nell’Atlantico. Poco dopo, la navicella Orion, che ospita gli astronauti, ha aperto i suoi pannelli solari.

“Che spettacolo straordinario, abbiamo appena visto il sorgere della Luna” ha comunicato a Terra il comandante Reid Wiseman.

In questa occasione, la missione non prevede un allunaggio, ma solo un’orbita attorno al satellite. Tuttavia, se tutto procederà senza intoppi, la Nasa avvierà le fasi successive del programma Artemis: il ritorno sulla superficie lunare nel 2028 (missioni Artemis III e IV) e la costruzione, a partire dagli anni trenta, di una base permanente al polo sud, l’area in cui è stata rilevata acqua in forma ghiacciata.

Fiato sospeso prima del lancio

Prima del lancio, la Nasa ha dovuto affrontare due problematiche tecniche. La prima ha riguardato il sistema di comunicazione tra la capsula che ospita gli astronauti e il centro di controllo Nasa, che per alcuni minuti ha mostrato malfunzionamenti. I tecnici sono riusciti a risolvere il problema in tempo. Lo stesso è accaduto per un altro guasto: una batteria che si era surriscaldata oltre il normale.

Il primo problema risolto riguardava il cosiddetto “flight termination system”, un pulsante di autodistruzione che può essere attivato da Terra nel caso in cui il razzo esca fuori controllo e rischi di cadere su aree densamente popolate.

Si tratta di un’eventualità remota, ma per la quale esiste comunque una procedura della Nasa. Sembrava che il pulsante non funzionasse, impedendo ai tecnici a Terra di ordinare la distruzione di Artemis in caso di minaccia per la sicurezza pubblica. Dopo pochi minuti, però, il problema è stato risolto.

I record di Artemis II

Pur prevedendo l’allunaggio vero e proprio solo tra due anni, i quattro astronauti di Artemis II potranno affermare di essersi allontanati dalla Terra come nessun altro, a eccezione della missione Apollo 13 del 1970, quella di “Houston abbiamo un problema”.

Nel punto di massima distanza si troveranno infatti a 400.171 chilometri da noi. Dopo 54 anni (l’ultimo allunaggio di Apollo 17 risale al 1972) saranno i primi esseri umani a tornare a sfiorare il satellite.

Anche se la “magnifica desolazione” descritta da Aldrin, “la bellezza spoglia” nelle parole di Armstrong e “il luogo quasi ostile, spaventoso” che aveva colpito l’astronauta Collins rimarranno lontani dal contatto di Artemis, gli astronauti potranno catturare immagini quasi inedite del lato nascosto della Luna.

Oltre al sorvolo effettuato da Apollo 13, solo la Cina è riuscita a raggiungere il volto lontano con dei lander. Per scattare foto e selfie, la Nasa ha fornito agli astronauti di Artemis II un cellulare ciascuno.

La competizione con la Cina

Due generazioni non sono passate senza cambiamenti dalla conclusione del programma Apollo. Se allora il rivale da battere era l’Unione Sovietica, ora la Nasa deve affrontare la Cina, che ha annunciato per il 2030 un allunaggio sempre al Polo Sud.

Se Artemis I nel 2022 ha servito a testare il razzo Sls senza astronauti a bordo e Artemis III nel 2028 dovrebbe riportare degli astronauti sulla superficie grigia del satellite (tra i candidati ci sono anche gli italiani Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano), la missione di oggi dovrà dimostrare che la Nasa è ancora in corsa, nonostante le difficoltà tecniche e i ripetuti cambi di programma.

L’incognita dello scudo termico

L’ostacolo più immediato era il meteo, che questa volta è stato favorevole e non ha ostacolato il decollo. Quello più lontano (ma anche più insidioso) è lo scudo termico. La capsula Orion – portata in orbita da Sls e ora incaricata di proseguire autonomamente per i 2,25 milioni di chilometri della sua rotta a forma di otto grazie a 33 motori e un modulo di servizio realizzati dall’Agenzia Spaziale Europea – rientrerà nell’atmosfera terrestre tra dieci giorni alla velocità di 40mila chilometri all’ora. Per proteggerla dall’attrito e dal calore, ha il muso rivestito da piastrelle di una speciale ceramica.

Durante il viaggio di prova del 2022, questo scudo termico si era danneggiato più del previsto. Invece di sostituirlo, la Nasa ha deciso di rendere la traiettoria di rientro di Orion meno inclinata. Per alcuni esperti, si tratta di una scelta rischiosa.

Altre critiche si sono concentrate sulla decisione di costruire Sls utilizzando componenti riciclati degli Space Shuttle ormai dismessi. Già due volte, a febbraio e marzo, il lancio era stato rinviato a causa di perdite di carburante notate solo nella fase finale di rifornimento. Gli stessi problemi si erano verificati prima del lancio di Artemis I nel 2022.

Completamente nuovo, e realizzato in parte in Italia, è invece il modulo di servizio europeo della capsula Orion. “Il suo compito è fornire il supporto vitale, la propulsione, l’acqua e il controllo termico necessari per proteggere l’equipaggio nelle condizioni estreme dello spazio profondo e riportarlo a casa sano e salvo” ha spiegato il direttore generale dell’Esa (Agenzia Spaziale Europea) Josef Aschbacher.

“La missione di oggi vede molta tecnologia italiana a bordo. Se oggi siamo qui lo dobbiamo anche ai ricercatori e alle ricercatrici italiani, oltre che all’industria ” ha aggiunto il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) Luca Vincenzo Maria Salamone.

L’equipaggio scelto per la sua esperienza

I quattro astronauti, di età compresa tra 47 e 50 anni, che hanno trascorso le ultime due settimane in quarantena per evitare di contrarre malattie infettive e stanno seguendo oggi il conto alla rovescia, sono gli americani Reid Wiseman, il comandante, Victor Glover e Christina Koch, insieme al collega canadese (al suo primo volo) Jeremy Hansen.

Wiseman è vedovo e ha cresciuto da solo le due figlie, ora adolescenti. Koch, ingegnera ed esploratrice antartica, detiene il record di giorni di permanenza nello spazio: 328 a bordo della Stazione Spaziale Internazionale tra il 2019 e il 2020. Da bambina, nella sua camera, aveva un poster di Apollo. Glover, sempre nel 2020, è stato il primo astronauta di colore a vivere in orbita.

La Nasa, evidenziando questi dettagli, intende dimostrare come i tempi siano cambiati rispetto alla missione Apollo. Tuttavia, non trova sostegno nella politica americana attuale, guidata da un presidente che ha fatto dei principi “woke” un nemico da combattere. Non a caso, il capo della Casa Bianca Donald , impegnato nella guerra contro l’Iran, non era tra il pubblico di 40mila persone giunte a Cape Canaveral per assistere al lancio.

Come alla fine degli anni ’60, anche stanotte il mondo spererà che le tragedie delle guerre terrestri possano almeno per un attimo allontanarsi dai quattro astronauti della missione Artemis.

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