Artemis in rotta verso la Terra dopo dieci giorni di orbita lunare: la difficoltà del rientro a 2.700 gradi.

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Questa notte, intorno alle due, è atteso il rientro della navetta Orion. La missione Artemis II, pianificata dalla Nasa per effettuare un sorvolo della e analizzare il suo lato nascosto, si conclude dopo dieci giorni di volo.

I quattro astronauti porteranno con sé dati scientifici e fotografie scattate durante il tragitto. Attraversando il lato opposto della Luna, hanno raggiunto il record di distanza mai toccato da un essere umano: oltre 406.711 chilometri.

Otto minuti al calor bianco

Nonostante alcune difficoltà tecniche durante il volo – le valvole per l’acqua potabile, il combustibile e la toilette non hanno funzionato correttamente – il rientro si preannuncia come la fase più critica della missione. Questa fase durerà otto minuti e può essere definita un rientro al calor bianco.

Orion entrerà nell’atmosfera terrestre a una velocità superiore ai 38mila chilometri orari.

Il modulo di servizio, realizzato dall’Agenzia Spaziale Europea – che ha ospitato i motori, i pannelli solari e i serbatoi di acqua e ossigeno per la navetta – si separerà e brucerà autonomamente nell’atmosfera. L’attrito, a quella velocità, lo porterà a raggiungere i 2.700 gradi.

Orion subirà temperature simili, e, avendo a bordo i quattro astronauti, è progettata per resistere al calore generato dall’attrito. La parte anteriore è stata rivestita con piastrelle di ceramica capaci di isolare la capsula abitata: il cosiddetto scudo termico.

Durante la prima missione di prova attorno alla Luna, denominata Artemis I e svolta nel 2022 senza astronauti a bordo, le piastrelle si erano deteriorate più del previsto dalla Nasa, e la parte anteriore di Orion era apparsa punteggiata di macchie scure, simili alla superficie del satellite.

La decisione di non sostituire lo scudo termico

La scelta di rivedere completamente lo scudo termico sarebbe stata più sicura, ma avrebbe comportato un allungamento dei tempi che la Nasa non si sente di poter affrontare.

La Cina ha infatti annunciato l’intenzione di far sbarcare i suoi taikonauti all’equatore lunare entro il 2030. Il governo statunitense sta esercitando pressioni sulla sua agenzia spaziale affinché non arrivi in ritardo.

Rispetto ad Artemis I, il rientro di questa notte seguirà un’angolazione diversa. Questo dovrebbe essere sufficiente, secondo la Nasa, per garantire la sicurezza della capsula e degli astronauti a bordo.

Durante il rientro nell’atmosfera, una serie di robusti paracaduti rallenterà Orion. La traiettoria sarà studiata per assicurare un atterraggio nell’oceano Pacifico, poco al largo delle coste americane, a una velocità non superiore ai 30 chilometri orari.

Una nave militare sarà presente per rintracciare Orion, che, ovviamente, è in grado di galleggiare, riaprirà il portello sigillato prima del decollo, avvenuto il primo aprile, e riaccoglierà gli astronauti sulla Terra.

Il prossimo traguardo: allunaggio nel 2028

Le immagini che l’equipaggio di Orion ci riporta dal lato lontano della Luna saranno analizzate con grande attenzione dalla Nasa. Quelle trasmesse via radio dallo spazio, sebbene spettacolari, rappresentano solo una piccola parte delle fotografie scattate durante le sei ore di sorvolo.

Per 45 minuti, la capsula ha anche perso completamente il contatto radio con la Terra, e l’astronauta Victor Glover ha descritto quei momenti di totale isolamento come “davvero piacevoli”.

A partire da oggi, la Nasa inizierà immediatamente a pianificare il futuro. L’allunaggio è previsto per il 2028, con due missioni programmate all’inizio e alla fine dell’anno.

La realizzazione dei lander – le navette destinate alla delicata discesa dall’orbita lunare fino alla superficie – è ancora nelle sue fasi iniziali. La decisione della Nasa di affidare questo compito a due aziende private – SpaceX di Elon Musk e Blue Origin – al momento non sta dando i risultati sperati.

I modelli preliminari di lander sono considerati troppo instabili. Non offrono garanzie sufficienti per evitare ribaltamenti in caso di atterraggio in un’area accidentata della superficie.

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