Conan, il batterio eterno originario (probabilmente) di Marte: “Potrebbe essere arrivato tramite un asteroide”

Conan, il batterio eterno originario (probabilmente) di Marte: “Potrebbe essere arrivato tramite un asteroide” 1

I batteri sopravvissuti alla simulazione dell’impatto 

Cosa può pensare un ricercatore mentre schiaccia un batterio con una pressione 30mila volte superiore a quella dell’atmosfera terrestre? E quale sarà la sua reazione nel constatare che tre microrganismi su cinque riescono a resistere al trattamento? Se il batterio in questione è il Deinococcus radiodurans, il filo conduttore del ragionamento diventa subito evidente. E ci conduce direttamente su Marte.

Il batterio Conan

Di fronte a loro, i ricercatori della Johns Hopkins University che hanno ideato il test estremo non avevano certo un microbo qualsiasi. Deinococcus radiodurans è un batterio praticamente indistruttibile, tanto da essere soprannominato Conan. È stato trovato in ottima salute tra le macerie di Chernobyl: il termine radiodurans indica proprio la sua abilità di resistere a radiazioni in grado di eliminare ogni altro organismo vivente. Sopravvive a temperature estremamente basse e in assenza di acqua entra in uno stato di quiescenza che lo rende ancor più resistente alle radiazioni.

In passato, altri scienziati lo avevano esposto a dosi radioattive 28mila volte superiori a quelle letali per un essere umano, e lui aveva superato il test. Nel 2015, gli astronauti lo avevano lasciato per un anno all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, esposto alle nocive radiazioni cosmiche, e Conan non aveva mostrato di cedimento. Un altro dei suoi habitat è il Cile, dove si trova il deserto più secco del pianeta.

L’ipotesi della vita giunta dallo spazio

Se oggi i ricercatori americani hanno fornito la prova dello schiacciamento (con i risultati pubblicati sulla rivista Pnas Nexus), è perché hanno concepito uno scenario che potrebbe chiarire come la vita sia giunta sulla Terra.

La capacità di resistere in ambienti radioattivi e privi di acqua, infatti, potrebbe aver consentito a Deinococcus radiodurans di arrivare sul nostro pianeta dallo spazio, dopo un lungo viaggio interstellare.

Tra i possibili luoghi di origine, il principale candidato è Marte. In passato, il pianeta rosso ospitava l’acqua (anche oggi sono stati individuati oceani sotterranei) e sulla sua superficie sono state scoperte molecole organiche complesse per le quali non si esclude un’origine biologica.

Ma come ha fatto un batterio originario di Marte a intraprendere un viaggio nello spazio e giungere fino alla Terra? I ricercatori della Johns Hopkins hanno un’ipotesi: l’impatto con un meteorite.

L’esperimento estremo

La pressione di 2,4 gigapascal a cui hanno sottoposto Conan nel loro laboratorio per un microsecondo (nella fossa delle Marianne si raggiunge un decimo di gigapascal) è un’approssimazione di quella che Deinococcus radiodurans avrebbe potuto subire se fosse stato colpito e lanciato nello spazio da un meteorite. È possibile che a bordo di un frammento di roccia abbia viaggiato fino a un pianeta vicino: proprio la Terra.

Le tessere del puzzle che delineano questo scenario sono ancora poche per formare un quadro convincente. Tuttavia, sono coerenti. L’ipotesi che la vita sul nostro pianeta sia giunta dallo spazio a bordo di una roccia, nota come litopanspermia, è supportata anche dal ritrovamento di molecole organiche complesse sugli asteroidi e di resti di meteoriti marziani caduti sulla Terra.

Finora, però, nessuno dei batteri sottoposti all’esperimento della pressione estrema (si era arrivati fino a 10 gigapascal con le spore di Bacillus subtilis o con Escherichia coli) era sopravvissuto.

I tentativi falliti di eliminare Conan

Oggi i ricercatori americani hanno collocato delle colonie di Conan tra due dischi metallici perfettamente lisci, poi hanno sparato un proiettile contro di esse con un’angolazione di 20 gradi fino a 480 chilometri all’ora. Al termine dell’esperimento, hanno contato i microrganismi sopravvissuti: fino a 2 gigapascal di pressione (un meteorite non tra i più grandi) la loro percentuale era rimasta vicina al 90%. “Ci aspettavamo di trovarli tutti morti già ai primi tentativi” ha dichiarato Lily Zhao della Johns Hopkins. “Invece erano davvero difficili da eliminare”. Alla fine a rompersi è stato l’apparecchio utilizzato per l’esperimento.

“La vita – commenta Kaliat Ramesh, ingegnere specializzato in materiali sottoposti a condizioni estreme e coordinatore dell’esperimento – potrebbe effettivamente sopravvivere dopo essere stata lanciata da un pianeta verso un altro pianeta. È un’idea che modifica il modo di concepire l’origine della vita sulla Terra”.

Anche le missioni che intendono recuperare campioni di roccia da Marte per analizzarli nei nostri laboratori dovranno adottare delle precauzioni, alla luce di queste ipotesi. Potrebbero trasportare anche nuovi Conan.

I commenti sono chiusi.