Decesso del vigile del fuoco Galan. Richiesti dieci mesi per l’ex comandante De Vincentis.

Decesso del vigile del fuoco Galan. Richiesti dieci mesi per l'ex comandante De Vincentis. 1

La Procura di Ferrara ha avanzato una richiesta di condanna a dieci mesi – con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti – per Michele De Vincentis, ex comandante dei vigili del fuoco, attualmente sotto processo con l’accusa di per la morte di Marco Galan, il pompiere di 58 anni deceduto nel dicembre 2021, dopo quindici anni trascorsi in stato vegetativo a causa di un grave incidente sul lavoro. L’episodio si verificò nel pomeriggio del 26 luglio 2006 nel piazzale di ingresso e uscita del comando provinciale di via Verga, quando il vigile aveva 43 anni.

In quella giornata estiva di vent’anni fa, l’uomo stava testando un cavo collegato a due mezzi fuoristrada, quando il furgone di un corriere espresso (il conducente ha già patteggiato la propria pena, ndr) ricevette il permesso di accedere al piazzale di ingresso e uscita della caserma e di transitare nell’area del collaudo, finendo per agganciare involontariamente il cavo che trascinò i due Land Rover, uno dei quali travolse e schiacciò Galan, infliggendogli lesioni gravissime alle gambe, al torace e alla testa, che poi – anni dopo – si sarebbero purtroppo rivelate fatali.

De Vincentis era già stato condannato in abbreviato a otto mesi per lesioni colpose gravissime e violazione delle norme antinfortunistiche nel processo che si svolse quando Galan era ancora in vita e ora si trova nuovamente a rischio di condanna.

Per la difesa, rappresentata dall’avvocato Cosimo Zaccaria, l’ex comandante deve essere assolto, dopo aver subito per anni una “gogna quasi kafkiana”. “Nonostante il dolore umano, questa sostanziale ripetizione del primo processo ci offre l’opportunità di ristabilire la verità”, ha dichiarato il legale durante l’arringa difensiva. Ha inoltre messo in evidenza l’adozione di un criterio di imputazione errato nei confronti di De Vincentis, sottolineando come questi “non fosse il datore di lavoro effettivo, ma un semplice dirigente pubblico senza portafoglio” e quindi privo di poteri gestionali diretti.

Tuttavia, l’avvocato ha evidenziato come il comandante abbia fatto tutto il possibile per migliorare la segnaletica e garantire maggiori condizioni di sicurezza nell’area di entrata e uscita in cui si verificò l’infortunio: “Non aveva potere diretto di spesa, ma poteva richiedere al Ministero dell’Interno anno dopo anno i fondi e il Ministero aveva il potere discrezionale di concederli. De Vincentis richiese i fondi per la segnaletica, non perché la zona fosse promiscua, ma perché i mezzi di emergenza avevano un’unica uscita che coincideva con quella per i mezzi di entrata ordinaria, la stessa dove transitò il corriere espresso”.

“Il Ministero però – ha osservato con rassegnazione Zaccaria – non dispose nulla. Anzi, per decenni ha preferito rimanere nascosto dietro a De Vincentis, ma forse al suo posto avrebbero dovuto essere uno dei suoi superiori a rispondere di quanto accaduto e a spiegare perché non furono mai prese in considerazione le lettere che il mio assistito inviò tra il 2005 e il 2006”.

Nella propria arringa, l’avvocato ha esaminato anche il comportamento di Galan, definito “eccentrico e anomalo nella scelta volontaria di effettuare la verifica dei verricelli in un’area pericolosa, nonostante le indicazioni ricevute e la sua esperienza professionale. Non era un vigile inesperto, ma il vice preposto delle autorimesse, scelto proprio per la sua affidabilità e competenza”. Da una consulenza effettuata dalla difesa era emerso che tutti i vigili del fuoco erano stati informati che le attività di addestramento e verifica delle attrezzature dovevano svolgersi esclusivamente nel piazzale interno, e non nell’area di ingresso e uscita in cui si verificò la tragedia.

Nella precedente udienza, inoltre, lo stesso Zaccaria – sulla base di alcune testimonianze raccolte – aveva raccontato come la mattina stessa della tragedia Galan avesse iniziato l’attività proprio nel piazzale interno della caserma, come previsto. Nel pomeriggio, però, si era spostato nel cortile – dove poi si verificò il tragico infortunio – semplicemente perché c’era ombra, anche se non era quella l’area indicata per quel tipo di operazioni. “Si è trattato di una scelta illogica – ha concluso l’avvocato – e sorprende che non sia mai stata evidenziata prima”.

Il processo tornerà in aula il 10 giugno per la sentenza.

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