“Disarmati: il rapporto di Save the Children sulla violenza tra i giovani che preoccupa l’Italia”

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Giovani armati, ma sempre più isolati. Un coltello in tasca, una lite che esplode per uno sguardo di troppo, una rapina improvvisata tra coetanei. Le cronache degli ultimi anni hanno riempito pagine e notiziari con racconti di violenza giovanile, alimentando timori e allarmi sociali. Tuttavia, dietro a quei titoli si celano adolescenti che spesso si mostrano più “disarmati” che minacciosi, vulnerabili sul piano emotivo, intimoriti da un mondo che percepiscono come instabile e pericoloso. È da questa contraddizione che prende avvio il nuovo rapporto di Save the Children “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, che cerca di analizzare il fenomeno approfondendo oltre la superficie.

Minori e reati violenti

I dati presentano un quadro articolato. Nei primi sei mesi del 2025, 46 minorenni sono stati denunciati o arrestati per associazione mafiosa, un numero inferiore ai 49 registrati nell’intero 2024, ma comunque significativo. Quasi la metà dei casi si concentra tra e , aree in cui la criminalità organizzata continua a coinvolgere i più giovani. Nello stesso periodo si osserva invece una diminuzione delle segnalazioni per associazione a delinquere, scese a 22 casi rispetto ai 109 del 2024. Tuttavia, mentre alcuni reati calano, aumenta la presenza dei minori nei reati violenti: rapine, lesioni personali, risse e minacce. Secondo l’analisi dei dati del Ministero dell’Interno, le rapine perpetrate da minorenni sono più che raddoppiate in dieci anni, passando da circa 1.900 casi nel 2014 a quasi 4.000 nel 2024.

La violenza sempre più “armata”

Il cambiamento più evidente riguarda però l’impiego delle armi. Pistole, coltelli, tirapugni, mazze: nel 2024 quasi 2.000 minorenni sono stati denunciati o arrestati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere, con un incremento di circa il 190% rispetto a dieci anni prima. Crescono anche i reati contro la persona: i minorenni denunciati o arrestati per lesioni personali sono aumentati da circa 2.400 nel 2019 a oltre 4.600 nel 2024, mentre le risse hanno superato i mille casi. Segnali di una violenza che non è necessariamente più diffusa, ma più intensa, più impulsiva e spesso più armata.

Tra percezione e realtà

Nonostante l’impressione di emergenza che spesso emerge dal racconto mediatico, secondo Save the Children i numeri raccontano anche un’altra storia. L’Italia rimane infatti tra i Paesi europei con il più basso tasso di criminalità minorile, con circa 363 minori sospettati o autori di reato ogni 100 mila abitanti nel 2023, molto meno rispetto al resto della Comunità. Il fenomeno esiste e deve essere affrontato, ma non ha le dimensioni di un’esplosione incontrollata. Secondo gli esperti, negli ultimi anni è cambiata soprattutto la qualità degli episodi: azioni violente che sembrano più improvvise, più brutali e talvolta apparentemente senza un movente chiaro.

Oltre il mito delle “baby gang”

La narrazione pubblica parla frequentemente di “baby gang”, ma il rapporto invita a una certa cautela. Molti episodi coinvolgono gruppi di adolescenti che si formano in modo temporaneo e informale, più simili a aggregazioni spontanee che a vere e proprie organizzazioni criminali. Dietro a questi comportamenti, evidenziano i ricercatori, si trovano spesso relazioni fragili, conflitti familiari e difficoltà nei rapporti con i coetanei o con la scuola. Non è raro che la violenza si intrecci con altri fattori di rischio, come il consumo di sostanze, dipendenze o uso problematico di internet.

La sfida: educare, non solo punire

Negli ultimi anni la risposta istituzionale si è focalizzata principalmente sulla sicurezza. Il decreto Caivano e i successivi provvedimenti sulla sicurezza urbana hanno ampliato le possibilità di custodia cautelare per i minorenni e introdotto strumenti come il Daspo Willy, anche per i ragazzi sopra i 14 anni. Tuttavia, secondo Save the Children, una strategia basata esclusivamente su sanzioni e controllo rischia di risultare insufficiente. “La risposta alla violenza giovanile non può essere solo punitiva”, sottolinea l’organizzazione, che richiede di rafforzare presidi educativi, spazi di ascolto e percorsi di prevenzione nei quartieri e nelle scuole. Perché dietro un adolescente che commette un reato violento — conclude il rapporto — “ci sono spesso due vite che cambiano direzione: quella della vittima e quella di chi ha compiuto il gesto”.

Legalità e comprensione

“Dobbiamo saper ascoltare. Non basta attuare interventi per garantire la sicurezza. Dobbiamo comprendere il senso di fenomeni sociali complessi per offrire ai giovani alternative concrete”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, di fronte a 400 allievi prefettizi e commissari riuniti nella sede didattico-residenziale del Ministero dell’interno ‘Carlo Mosca’, durante una mattinata di formazione in cui è stato proiettato il film 40 Secondi, la pellicola che narra il pestaggio e la morte del giovane di Colleferro Willy Monteiro Duarte e nel corso della quale si è discusso proprio di violenza giovanile.

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