Emergenza nel Golfo, le agenzie europee avvertono: “Possibile afflusso di rifugiati senza precedenti”
“Il conflitto attuale potrebbe generare un movimento di rifugiati di proporzioni mai viste prima”. L’allerta proviene dall’Euaa, agenzia europea per l’asilo, e giunge fino a Bruxelles, dove oggi sarà oggetto di discussione durante la riunione del Consiglio degli affari interni. È un dato certo: la crisi nella regione del Golfo potrebbe innescare spostamenti di persone che la sponda settentrionale del Mediterraneo sarà chiamata a gestire.
L’allerta dell’intelligence
L’intelligence italiana, nella sua relazione annuale pubblicata ieri, si era dimostrata profetica. Paesi “attesi nei flussi, ma coinvolti in conflitti, come Sudan, Somalia, Iran e Yemen, – si legge – mostrano un tipo di migrazione alimentata da crisi sovrapposte: guerre interne, carestie, gravi siccità, deterioramento dei servizi essenziali e progressivo collasso delle istituzioni. Nel 2026 queste crisi ibride costituiranno una parte significativa del flusso migratorio che interesserà l’Italia e l’Europa”. E con il conflitto in corso, la situazione è ancora più grave. Tuttavia, oltre alla sicurezza, il rischio più evidente e immediato – segnalano anche Euaa e agenzie delle Nazioni Unite come Oim – è quello di una nuova enorme crisi umanitaria, a partire dall’Iran.
Rischio flusso inedito di rifugiati dall’Iran
Con una popolazione di 90 milioni di persone, il possibile sfollamento di anche solo un 10 per cento – avverte Euaa – “potrebbe superare il più grande flusso di rifugiati dell’ultima decade”. E i movimenti interni, confermano i rapporti di organizzazioni umanitarie e agenzie, sono già in atto. I bombardamenti intensivi che da sei giorni colpiscono l’Iran hanno costretto i residenti a fuggire dalle zone più colpite, mentre iniziano a registrarsi i primi spostamenti verso il confine con la Turchia.
Attualmente, spiegano da Euaa, i numeri sono contenuti e si tratta di un’ipotesi di scenario, tuttavia avvertono che “gli osservatori considerano sempre più i disordini in Iran come un rischio significativo e a lungo termine, per il quale le prospettive restano altamente incerte”. Anche perché i potenziali, se non prevedibili flussi, non riguardano solo gli iraniani che ragionevolmente potrebbero cercare la via più breve per allontanarsi da aree di conflitto. L’Iran ospita 1,65 milioni di rifugiati afghani. E si tratta solo di dati ufficiali e di persone registrate. Se si considerano anche quelli non registrati o in attesa di riconoscimento dello status, le cifre salgono fino a circa 2,5 milioni. Dati necessariamente approssimativi, ma che forniscono un’idea della crisi potenziale.
Il possibile esodo afghano
Nel corso dell’ultimo anno, il governo degli ayatollah ha inasprito le misure e allontanato, più spesso con metodi coercitivi che pacifici, quasi un milione di afghani che nel Paese avevano cercato rifugio, se non di più. Sulla comunità rimasta nel Paese, spesso accusata in modo più o meno diretto di fungere da “rete ombra di agenti stranieri”, sono aumentati i controlli e la repressione. Sono i primi che, secondo gli analisti, potrebbero tentare di uscire dal Paese, dove la minaccia non proviene solo da missili, bombe e droni, ma anche dai pasdaran a caccia del nemico interno. E l’Iran non sembra avere alcuna intenzione di trattenerli.
Da due giorni, per gli iraniani lasciare il Paese legalmente è diventato più complicato, mentre non ci sono limitazioni per i cittadini turchi o di Paesi terzi. Che ci sia la possibilità di un esodo, Ankara ne è consapevole. Con le crescenti tensioni tra Pakistan e Afghanistan, tornare in patria non è un’opzione, così come l’Armenia. L’unica destinazione possibile è la Turchia, che ora si sta preparando.
Ankara prepara un piano d’emergenza
Salvo per i propri cittadini, i transiti ai valichi sono sospesi, ma la frontiera si estende per 560 chilometri e non bastano muri, fossati e droni a fermare chi desidera fuggire dalla guerra. Di questo Ankara è consapevole, per questo il ministro dell’Interno Mustafa Ciftci ha dichiarato che le autorità hanno elaborato un piano di emergenza che prevede tre possibili fasi: gestire qualsiasi potenziale flusso di migranti sul lato iraniano del confine, creare zone cuscinetto lungo la frontiera se non è possibile fermare gli spostamenti e consentire alle persone di entrare in Turchia, ma in condizioni controllate. Sul lato turco della frontiera, in prossimità dei tre valichi, Ankara è già in grado di accogliere, anche in tende e alloggi temporanei, circa 90mila persone in caso di afflusso improvviso.
Preoccupazione in Grecia
Secondo gli analisti, potrebbe rivelarsi una goccia nel mare, anche perché non si tratta di un esodo destinato a fermarsi in Turchia, spesso solo punto di passaggio verso l’Europa. Il rischio di un afflusso massiccio di rifugiati non è immediato, ma la Grecia ha già intensificato la sorveglianza via terra sul fiume Evros, rinforzato i ranghi della polizia di confine e promesso restrizioni sui visti e sulle richieste di asilo. Misure precauzionali secondo il ministro dell’Interno Thanos Plevris, il quale ha affermato che non ci sarebbe un rischio immediato di afflusso di massa. “Questi problemi – ha dichiarato – sorgono quando le situazioni si protraggono nel tempo. Una situazione prolungata creerà un problema per l’Europa nel suo complesso”. L’appello dell’Unhcr a mantenere aperte le frontiere rischia di rimanere inascoltato, mentre si accendono altri potenziali focolai di crisi.
La grande fuga dal Libano
L’esodo libanese dal Sud, minacciato dalle operazioni di terra e aeree delle truppe israeliane, e dalla periferia di Beirut, roccaforte di Hezbollah, al centro della capitale cresce di ora in ora. Ieri Save the children calcolava oltre 58mila sfollati, fra cui sedicimila minori, oggi sono almeno 280mila le persone in fuga dal Sud.
Un movimento di persone ancor più grave e profondo di quello registrato durante la precedente offensiva su Beirut, che ha portato all’inaugurazione di una nuova rotta via mare, con destinazione Lesbo o l’Italia.
Il commissario Ue Brunner: “Monitoriamo con attenzione”
L’Europa per ora si limita a un “monitoraggio più attento” e a “rafforzare la cooperazione con le agenzie competenti delle Nazioni Unite e i paesi partner in Medio Oriente”, ha dichiarato lunedì scorso il commissario Ue Mark Brunner. “Il nuovo Patto migrazione asilo – assicura – prevede una risposta rapida in caso di crisi migratorie e di solidarietà tra gli Stati membri”. Tuttavia, il nuovo sistema – denuncia anche il centrosinistra europeo che lo ha bocciato – è progettato più per respingere che per accogliere.
Nel 2026 meno arrivi e più morti nel Mediterraneo
Nel frattempo, l’agenzia Onu per i rifugiati lancia l’allerta: nei primi mesi del 2026 gli arrivi sono diminuiti, passando da 6.808 a 3.967, ma sono aumentati esponenzialmente i decessi. Dal 1 gennaio, secondo Oim, almeno 606 persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, di cui 503 solo lungo la rotta centrale, più del doppio rispetto all’anno scorso, quando l’agenzia registrava 287 vittime, di cui 141 avvenute lungo la rotta Centrale. Numeri necessariamente approssimativi, che non tengono conto dell’ecatombe avvenuta nei giorni del ciclone Harry. Secondo la Guardia costiera italiana, almeno 8 barche con circa 380 persone a bordo sarebbero scomparse in quei giorni nello stretto canale di mare fra la Tunisia e la Sicilia, più di mille secondo ong come Refugees in Libya che hanno mappato le partenze dalla sponda Sud. Una strage fantasma, che i corpi straziati e senza nome che per settimane sono arrivati sulle coste italiane hanno reso concreta.
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