Fermata l’ong Aurora dopo il salvataggio di 44 migranti. “Mirano a ostacolare noi mentre continua l’emergenza”
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L’Aurora della Sea Watch mentre si avvicina alla piattaforma per salvare i migranti
Sono stati gli unici a recarsi verso la piattaforma petrolifera dismessa Didon, per soccorrere quarantaquattro individui che vi erano intrappolati da cinque giorni, ma secondo il Viminale sono soggetti a sanzioni. Dopo il fermo della nave ammiraglia Sea Watch5, giunge un divieto anche per la “piccola” dell’ong tedesca, accusata di non aver avvisato le autorità libiche riguardo alle operazioni di salvataggio.
Ecatombe di quasi 200 morti
“Quarantaquattro persone – sottolinea Giulia Messmer di Sea-Watch International – sono rimaste bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo ha preso iniziativa per aiutarle”. Tra di loro vi erano anche diverse donne e bambini, che sono riusciti a sopravvivere per giorni su quella piattaforma abbandonata grazie a uno scatolone di cibo lasciato lì chissà da quanto tempo. Le lattine riportavano la data di scadenza 2017, ma dopo giorni senza acqua e cibo rappresentavano l’unico modo per rimanere in vita. “Aurora – dichiara la portavoce italiana dell’ong Giorgia Linardi – è intervenuta per colmare una gravissima mancanza di soccorso. La detenzione della nostra nave è inaccettabile e vergognosa, soprattutto dopo una settimana di Pasqua in cui nel Mediterraneo si è verificata una vera e propria ecatombe con quasi 200 morti”.
Da gennaio 765 vittime
Ufficialmente, da gennaio si registrano 765 vittime, secondo l’ultimo aggiornamento Oim al 6 aprile. Solo negli ultimi tre giorni, almeno 99 sono decedute o risultano scomparse al largo di Lampedusa, per freddo o naufragio, con soccorsi giunti troppo tardi per chi è morto di stenti e freddo su un barchino o è finito in mare quando l’imbarcazione su cui tentava di fuggire dalla Libia si è capovolta.
Lì – spiega “Business as Usual”, l’ultimo rapporto congiunto di Unsmil (United Nations Support Mission in Libya) e Ohchr (Alto commissariato per i diritti umani) – dove la violazione dei diritti dei migranti si è trasformata in un’industria, fondata su arresti arbitrari, detenzione, torture, riscatti, sfruttamento sessuale, lavoro forzato e tratta, coinvolgendo anche parti delle istituzioni. Le intercettazioni in mare, finanziate e supportate da Italia e Ue con fondi, mezzi e formazione, ne fanno parte. E sono illegali. “Le persone intercettate vengono generalmente riportate con la forza in vari punti di sbarco lungo la costa libica, nonostante il Paese sia considerato non sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati dalle Nazioni Unite e da diverse sue agenzie, tra cui l’Ohchr, l’Unhcr e Oim. Anche i tribunali nazionali di Stati terzi hanno giunto a valutazioni simili”, si legge nel rapporto che cita anche diverse sentenze italiane.
A rischio la sopravvivenza
Una volta giunti in Libia, i migranti catturati – documenta il rapporto – rientrano nel circuito dell’industria della detenzione arbitraria. Sempre che riescano a sopravvivere. “Le intercettazioni da parte di attori libici sono spesso pericolose e comportano minacce, manovre rischiose e un uso eccessivo della forza, mettendo a repentaglio la vita delle persone”, denunciano Unsmil e l’Alto commissariato per i diritti umani, che evidenziano anche: “in diversi casi, la Guardia costiera libica ha attaccato anche i soccorritori”. È accaduto – si ricorda – anche a Sea Watch5, aggredita il 26 settembre del 2025, non più di un paio di settimane dopo le oltre venti minuti di raffiche di mitra che hanno colpito Ocean Viking di Sos Méditerranée.
La Justice Fleet
Violazioni dei diritti umani e atti di violenza che hanno indotto dieci ong, costituite nella cosiddetta Justice Fleet, a rifiutare ogni contatto con le autorità libiche, per tutelare naufraghi ed equipaggio. “Negli ultimi dieci anni – ricordano da Sea Watch – si sono verificati oltre 70 episodi di estrema violenza perpetrati da attori libici, tra cui sparatorie contro navi di soccorso e persone in fuga, la maggior parte dei quali attribuiti alla cosiddetta Guardia costiera libica. Solo nel 2025, sono stati registrati più di 20 di questi episodi”. È una delle ragioni per cui il tribunale di Crotone, nel “liberare” Sos Humanity bloccata da un fermo, ha stabilito che gli interventi delle autorità libiche non possano essere considerati attività di soccorso, quindi per le navi ong non ci sia obbligo di coordinamento.
“Scelte politiche disumane”
Altri giudici hanno emesso sentenze simili, spesso attestando come le informazioni fornite da Tripoli fossero false o inverosimili. Tuttavia, i fermi continuano ad arrivare e le navi ong rimangono bloccate in porto. “Nella settimana della Pasqua cristiana il governo punisce chi salva vite umane mentre legittima l’abbandono – afferma Linardi – scelte politiche disumane che continuano a generare morte.”.
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