Indagine in comune. La Procura richiede quattro mesi di detenzione per Nicola Lodi.

A poco più di una settimana dalla conclusione della sospensione di diciotto mesi imposta dalla Legge Severino, nella tarda mattinata di lunedì 29 giugno, la Procura di Ferrara ha presentato una nuova richiesta di condanna a quattro mesi per Nicola ‘Naomo’ Lodi.

Il procedimento riguarda il presunto dossieraggio all’interno del municipio nei confronti dell’ex consigliera comunale Anna Ferraresi. Lodi è accusato di trattamento illecito di dati – per il quale è stata richiesta l’assoluzione per non aver commesso il fatto – e di diffamazione.

I fatti risalgono a maggio 2020, quando, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, una fonte anonima inviò al datore di lavoro di Ferraresi e ai gruppi consiliari diversi plichi contenenti documenti e annotazioni riservate riguardanti problemi legali che avevano coinvolto la donna. Problemi risalenti al 2014, quando l’auto con a bordo l’ex consigliera fu fermata all’uscita del casello di Ferrara Nord dalla Polizia Stradale: risultò positiva all’alcoltest e le venne ritirata la patente. In quei plichi erano incluse copie dei verbali integrali della Polizia Stradale di Altedo, oltre a copia dei referti dell’Ausl, completi di dati personali, della Ferraresi e del suo compagno di allora inclusi nome, cognome e targa della loro auto.

Un testimone cruciale nel procedimento è Rossella Arquà, che di quei plichi, come riferito nella precedente udienza, ne sarebbe venuta a conoscenza già nel febbraio 2020, alcuni mesi prima che il caso si rendesse noto pubblicamente, quando era ancora militante e consigliera della Lega. A mostrarle quei documenti, sarebbe stato lo stesso ex vicesindaco, che li teneva in un cassetto “chiuso a chiave” della scrivania del proprio ufficio. Proprio in quel momento – ha spiegato la donna – Lodi le avrebbe confidato l’intenzione di utilizzare quel materiale per inviarlo al datore di lavoro di Ferraresi. La successiva diffusione dei documenti ai capigruppo consiliari, invece, aveva dichiarato di averla saputa solo tramite i giornali.

Durante la propria requisitoria, il pm Savino ha però considerato inattendibili le dichiarazioni accusatorie di Rossella Arquà, sottolineando come siano state rese soltanto dopo la vicenda delle lettere minatorie, procedimento nel quale la stessa Arquà è oggi imputata.

Secondo il pm, infatti, non è stata raggiunta la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la “manina” che distribuì i plichi fosse quella di Lodi. “Non è stato dimostrato che Lodi detenesse quei documenti”, ha affermato, spiegando che gli unici elementi a sostegno dell’accusa sono proprio le dichiarazioni di Arquà, la cui attendibilità è stata però esclusa “per le contraddizioni emerse nel corso dell’esame e per l’analisi dei comportamenti tenuti prima e dopo lo spartiacque rappresentato dalla vicenda delle lettere minatorie”.

Non essendo stata dimostrata né la detenzione né la diffusione dei documenti contenenti dati personali di Ferraresi, il pm ha quindi richiesto l’assoluzione dell’ex vicesindaco dall’accusa di trattamento illecito di dati e la condanna per la sola accusa di diffamazione a quattro mesi, pur riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per il comportamento di Lodi che, dopo la sospensione di 18 mesi per la Legge Severino, “si è messo a tacere”.

Non è d’accordo Fabio Anselmo, legale di parte civile, “basito” per la “quantità di informazioni errate fornite dal pm” che si è “affannato a ricostruire una vicenda (quella delle lettere minatorie, ndr) estranea al capo di imputazione dell’attuale processo” con una “requisitoria giornalistica”. “In questo processo ci sono mille elementi di dossieraggio”, ha aggiunto Anselmo, che ha definito Ferraresi e Arquà “due donne vittime di un comune spietato destino, che non le ha annientate solamente per la loro forza e la loro incrollabile fiducia”. Due donne che “hanno come comune denominatore quello di aver avuto le loro vite distrutte da Nicola Lodi”. “Rossella Arquà – ha proseguito – ha sempre detto la verità e mai si è sognata di fare la verginella.”

A difendere Nicola Lodi è l’avvocato Carlo Bergamasco, che ha chiesto l’assoluzione per entrambi i capi d’imputazione: per non aver commesso il fatto in relazione al trattamento illecito di dati e perché il fatto non costituisce reato per l’accusa di diffamazione. “Nessuno degli elementi logici presentati dalla parte civile costituisce un indizio: sono intuizioni, congetture, non prove dirette né base per un ragionamento indiziario, mentre sui documenti nella scrivania, è solo la Arquà a dirlo. Arquà che è saltata da un ramo all’altro a seconda delle sue convenienze ed è completamente priva di credibilità”, ha spiegato l’avvocato nella propria arringa.

Il procedimento tornerà in aula il 23 settembre per repliche e sentenza.

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