Indagine su Foodinho, il professor Alvino: “Esistono normative, è necessaria una maggiore vigilanza e il supporto dei sindacati”
“Le indagini svolte dalla Procura di Milano hanno rivelato ampie situazioni di sfruttamento lavorativo. Anche se il quadro legislativo è già adeguatamente strutturato, un intervento di contrasto più incisivo richiederebbe un potenziamento delle ispezioni e della presenza sindacale. In qualità di corpi intermedi, le organizzazioni sindacali possiedono le competenze e gli strumenti necessari per individuare, segnalare e combattere fenomeni di sfruttamento e altre irregolarità nei rapporti di lavoro. Ilario Alvino, docente di diritto del Lavoro presso La Sapienza e curatore, tra le altre opere, del volume Capolarato e sfruttamento del lavoro nelle filiere insieme alla collega Orsola Razzolini, riflette sull’ultima inchiesta che coinvolge Foodinho, la controllata italiana della società spagnola Glovo.
Professore, quali sono i risultati delle indagini del pm Storari?
Si tratta dell’ultimo capitolo dell’azione della magistratura milanese che ha messo in evidenza situazioni di sfruttamento dei lavoratori all’interno di specifiche filiere, dalla moda alla logistica fino al food delivery. La questione principale riguarda il corretto inquadramento dei rider, che svolgono un’attività molto particolare.
Cosa intende dire?
Di norma, le aziende di food delivery come Foodinho adottano contratti di lavoro autonomo, o semplicemente una registrazione sulla piattaforma. Questa soluzione consente il pagamento a prestazione, a consegna in questo caso. Tuttavia, ciò che è rilevante non è tanto la forma del contratto, quanto la sostanza dell’attività svolta. Le indagini dimostrano come il rider debba effettuare le consegne seguendo l’organizzazione stabilita unilateralmente dalla piattaforma, subendo controlli continui, rigorosi e in tempo reale tramite strumenti tecnologici. Non esiste, quindi, alcuna autonomia nell’esecuzione della prestazione.
Possono essere considerati subordinati?
Se il rider è obbligato a recarsi in determinate aree, se gli vengono assegnati degli slot per lavorare, se – come indicano i magistrati – è monitorato costantemente, subisce declassamenti in base alle sue prestazioni e deve rendere conto anche delle pause, viene meno la giustificazione del contratto autonomo e si parla di etero organizzazione. A questa si applica la disciplina del lavoro subordinato, a partire dalle garanzie dell’articolo 36 della Costituzione. Pertanto, se la retribuzione è al di sotto dei minimi, scatta l’ipotesi di sfruttamento. Ci sono anche piattaforme che hanno adottato contratti collettivi: ciò non impedisce alle concorrenti di continuare con forme autonome, anche in modo irregolare. Lo sfruttamento lavorativo diventa così una componente che influisce sul mercato, con le aziende più aggressive che ottengono un vantaggio competitivo.
È necessario un intervento del Parlamento?
Gli strumenti normativi sono già disponibili, ciò che serve sono i controlli. La procura di Milano, con risultati positivi, ha utilizzato lo strumento dell’amministrazione giudiziaria e del controllo giudiziario per commissariare le aziende e correggere le situazioni di illegalità. Tuttavia, l’azione penale dovrebbe essere considerata l’ultima ratio.
Come si può agire in modo più efficace?
L’azione della procura di Milano è stata senza dubbio molto efficace. Tuttavia, sarebbe a mio avviso importante potenziare l’operato degli Ispettori del lavoro, che è comunque aumentato negli ultimi anni, e la presenza sindacale. L’azione di questi attori è, a mio parere, fondamentale, anche considerando che i rider, per la maggior parte, sono lavoratori stranieri con barriere linguistiche e scarsa o nulla conoscenza dei propri diritti.
I commenti sono chiusi.