Indennizzo alla Sea Watch: questione di legittimità e strumentalizzazione
L’11 febbraio, il Tribunale di Palermo ha riconosciuto un risarcimento alla Sea Watch per la violazione delle disposizioni relative al fermo amministrativo, in merito al sequestro avvenuto nel 2019 durante la nota vicenda che coinvolse anche il ministro Matteo Salvini. La Ong esprime gratitudine, mentre Giorgia Meloni critica la “magistratura politicizzata”.
Gli antecedenti: il salvataggio e l’arresto
Nell’estate del 2019, la nave Sea Watch 3, sotto la guida della comandante Carola Rackete, salva oltre 50 naufraghi al largo della Libia, dirigendosi verso Lampedusa poiché Tripoli non era considerato un porto sicuro. L’allora Ministro degli Interni, Matteo Salvini, vieta l’accesso al porto, ma dopo due settimane trascorse in mare, l’imbarcazione raggiunge Lampedusa, urtando una motovedetta della Guardia di Finanza durante l’attracco.
Carola Rackete viene arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, successivamente modificata in resistenza e violazione del Decreto Sicurezza, recentemente approvato dal governo Conte I. Il GIP di Agrigento non convalida l’arresto, riconoscendo la scriminante dell’adempimento del dovere di soccorso di naufraghi. La Corte di Cassazione conferma la decisione nel 2020: l’obbligo di salvare vite umane prevale sulle norme amministrative relative al divieto di ingresso.
L’opposizione al sequestro e il “silenzio-accoglimento”
Tuttavia, la sentenza dell’11 febbraio si riferisce a un altro aspetto della questione. L’imbarcazione era stata sottoposta a fermo amministrativo fin dal luglio 2019, e il 21 settembre dello stesso anno i legali della Sea Watch avevano presentato opposizione. In tali situazioni, la legge 689/1981 prevede il meccanismo del cosiddetto “silenzio-accoglimento”: entro dieci giorni dalla presentazione del ricorso, l’autorità competente deve pronunciarsi, confermando o revocando il sequestro.
Secondo l’Ong, dato il silenzio della Prefettura, il sequestro doveva considerarsi inefficace ex lege. Le autorità, d’altro canto, avevano mantenuto il vincolo, sostenendo che il procedimento fosse ancora “in fase di definizione”. Nel dicembre 2019, il Tribunale di Palermo interviene d’urgenza, ordinando la cessazione del sequestro della nave che per mesi era rimasta attraccata nel porto di Licata, in Sicilia.
Per questi motivi, nel 2022 i legali della Sea Watch citano in giudizio la Prefettura di Agrigento e vari ministeri, tra cui quello degli Interni, richiedendo il risarcimento dei danni non in relazione alla legittimità del sequestro in sé, ma alla protrazione del sequestro che non aveva più fondamento, come accertato dal giudice siciliano.
La sentenza e il risarcimento danni
Nessuna delle difese dell’Avvocatura dello Stato è stata utile, poiché in un primo momento si era opposta alla nullità del ricorso presentato dall’Ong, in quanto notificato al prefetto anziché alla Guardia di finanza: il vizio di forma non è stato riconosciuto dal giudice, dato che risultava dagli atti stessi del sequestro che l’autorità competente fosse la prefettura d’Agrigento.
Respinta anche la seconda argomentazione, secondo cui il meccanismo del “silenzio-accoglimento” non sarebbe applicabile a questioni delicate come immigrazione e sicurezza: secondo la Corte, l’opposizione riguardava specificamente il sequestro amministrativo, disciplinato in modo esaustivo dalla 689/1981. In sostanza, non è possibile privare un cittadino di un proprio bene a tempo indeterminato, indipendentemente dalla natura del procedimento a suo carico.
In definitiva, il Tribunale ha considerato la condotta dello Stato come una negligenza colpevole, dalla quale è derivato un mancato godimento del bene protrattosi oltre il necessario, cioè oltre il 1 ottobre 2019. Ogni giorno intercorso tra questa data e la restituzione dell’imbarcazione nel dicembre 2019 è stato oggetto di risarcimento danni, che ha raggiunto un importo di 76mila euro. Sono state invece rigettate le richieste dell’Ong riguardanti il danno all’immagine e l’impossibilità di impiegare la nave per la sua attività di soccorso in mare.
L’entusiasmo della Sea-Watch
Come previsto, la decisione del Tribunale è stata accolta con entusiasmo dall’Ong, che ha diramato un comunicato ironico (ma non solo) al Governo del 2019 e a quello attuale:
“Ringraziamo Matteo e Matteo e stiamo già valutando come sfruttare al meglio l’iniezione finanziaria del Ministero dell’Interno contro le politiche attuali e future dei due”, afferma Bana Mahmood, portavoce di Sea Watch. “Ci auguriamo che questa sentenza sia un insegnamento anche per l’attuale governo. Ciò che è fallito nel 2019 fallirà nuovamente nel 2026”.
La risposta del Governo: “magistratura politicizzata”
Dall’altro lato, il Ministro degli Interni Matteo Piantedosi ha già comunicato che il Governo impugnerà la sentenza:
“Fino ad ora abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio”.
In uno dei suoi tanti videomessaggi senza contraddittorio, ormai unico mezzo attraverso cui la Presidente del Consiglio si esprime, Giorgia Meloni non ha perso l’occasione per criticare la magistratura in vista del referendum. La sentenza sulla violazione delle norme procedurali in materia di fermo amministrativo è descritta come un tentativo di “non permettere al governo di contrastare l’immigrazione illegale di massa”.
“Una decisione che lascia senza parole”, come quella relativa al risarcimento di 700 euro al migrante trasferito in Albania, criticata il giorno prima in un altro videomessaggio. Anche in questo caso, la violazione di diritti fondamentali accertata dalla sentenza è stata reinterpretata come una sanzione contro lo Stato “per aver tentato di far rispettare le regole”. Una manipolazione della realtà del tutto estranea all’analisi degli atti giuridici.
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