La pressione cinese a 90 minuti dalla catastrofe: il racconto della notte più estenuante.
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People wave flags as they gather after a two-week ceasefire in the Iran war was announced, in Tehran, Iran, April 8, 2026. Majid Asgaripour/WANA (West Asia News Agency) via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS PICTURE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. TPX IMAGES OF THE DAY
Il tempo sull’orologio dell’apocalisse segnava appena un’ora e mezza. Novanta minuti all’attacco finale minacciato da Trump contro l’Iran e il suo popolo, «la fine di un’intera civiltà». Novanta minuti all’escalation che avrebbe potuto far precipitare il Golfo, il Medio Oriente — e l’intero pianeta — in un conflitto senza confini. Eppure, proprio in quel frangente, le 18 e 32 nel fuso orario della Casa Bianca, mezzanotte e 32 in Italia, la notte della temuta apocalisse si è trasformata in quella del cessate il fuoco, un fragile sospiro di sollievo. Un esito che sembrava improbabile, date le distanze e la sfiducia tra le parti. Questo risultato deve molto alla mediazione del Pakistan, ma anche — secondo le ricostruzioni — alla pressione dell’ultimo minuto della Cina su Teheran, e a un intervento diretto della Guida Suprema. Tuttavia, in definitiva, va interpretato soprattutto come la necessità di Trump di uscire da un vicolo cieco in cui si era cacciato, l’ennesimo Taco — il passo indietro del pollo — di un negoziatore poco abile.
Sin dai primi giorni del conflitto, e questo è noto, il Pakistan e il suo primo ministro Shehbaz Sharif avevano intrapreso un difficile tentativo di mediazione indiretta — poi esteso ad Arabia Saudita, Turchia ed Egitto — facendo leva sui buoni rapporti sia con Washington che con Teheran. I negoziati, in verità, non sembravano registrare progressi significativi, di fronte a una costante escalation del conflitto e alla minaccia definitiva di Trump. Non era noto, almeno fino a ieri, che tre giorni fa Islamabad avesse presentato alle parti una proposta di accordo in due fasi: prima un cessate il fuoco con la riapertura simultanea dello stretto di Hormuz, e poi l’avvio di negoziati più ampi.
Durante tutta la giornata di martedì, meno di 24 ore prima della scadenza dell’ultimatum di Trump, non era ancora chiaro quali fossero le possibilità di questa piattaforma. Come spesso accade, gli Stati Uniti hanno cercato di inviare un ultimo avvertimento, prendendo di mira l’isola di Kharg, una piattaforma logistica cruciale per le esportazioni iraniane di petrolio. Tuttavia, più che la loro ennesima minaccia, su una leadership iraniana incline al martirio e in lotta per la sopravvivenza, potrebbe aver pesato la pressione della Cina, il suo principale acquirente di idrocarburi e (cauto) alleato. La scorsa settimana, presentando un piano di pace congiunto con il Pakistan, sebbene molto generico, Pechino aveva indicato di voler essere coinvolta. Martedì mattina un portavoce del ministero degli Esteri aveva esortato le parti a «mostrare sincerità e porre fine alla guerra». Se è vero che la Cina ha ampie riserve per affrontare uno shock energetico, uno scenario di recessione globale sarebbe disastroso per le sue prospettive di crescita. Così, secondo fonti citate dall’Associated Press, nelle ore decisive avrebbe esercitato pressioni su Teheran per un accordo.
Il “sì” di un regime molto diviso al suo interno necessitava però di un forte sostegno politico. La figura centrale nella trattativa sotterranea è stata il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il mediatore che ha mantenuto i contatti con gli americani, in particolare con Witkoff, anche durante i bombardamenti più intensi, senza perdere legittimità agli occhi dei pasdaran, da cui proviene. Lui, che ha attraversato indenne l’ultima trasformazione del regime, è il ponte tra la seconda e la terza repubblica islamica, tra l’era di Khamenei padre e il presente — incerto — del figlio. Tuttavia, secondo il sito Axios, che cita diverse fonti a conoscenza delle trattative, per la prima volta dall’inizio della guerra sarebbe stata proprio la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, che la Casa Bianca desidera gravemente ferita e sfigurata, a ordinare un passo verso l’accordo. D’altra parte, questo cessate il fuoco sembra costare poco all’Iran e offrirgli molto, a cominciare dalla possibilità di guadagnare tempo. Trump, al contrario, lo desiderava disperatamente, ed è il primo ad annunciarlo sui social, ovviamente proclamando vittoria. Le due versioni dei comunicati, su cui stanno lavorando i mediatori pakistani, sono un prodigio di equilibrismo per le rispettive opinioni pubbliche. Tra i 15 punti degli Stati Uniti e i dieci dell’Iran permangono differenze abissali, che emergono fin da subito nella confusa interpretazione dell’intesa: per gli Stati Uniti l’apertura di Hormuz è incondizionata, per l’Iran sotto il suo controllo; per gli Stati Uniti il cessate il fuoco non coinvolge le operazioni di Israele in Libano, per l’Iran invece sì. Nel giro di poche ore questi malintesi, chiarissimi a entrambe le parti, già fanno vacillare la stabilità dell’accordo e prefigurano ulteriori negoziati complessi. Ma erano necessari per evitare l’apocalisse: per una notte è tutto ciò che conta.
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