La psicologa: “I giovani mancano di un senso dei confini, responsabilità anche dei genitori”

Leggi in app

La psicologa: “I giovani mancano di un senso dei confini, responsabilità anche dei genitori”0 La psicologa: “I giovani mancano di un senso dei confini, responsabilità anche dei genitori” 2

Questo padre, deceduto semplicemente per aver rimproverato quei ragazzi, desiderava svolgere il suo ruolo di adulto e genitore, insegnando al figlio undicenne, che ha assistito alla sua morte, l’importanza del senso del limite. Un aspetto che molti dei nostri giovani sembrano aver smarrito. O, più probabilmente, non hanno mai appreso».

Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio dell’ordine degli psicologi, come sono cambiati i nostri ragazzi?

«Affermiamolo chiaramente. Non sono dei mostri, ma sono capaci di compiere atti terribili, con conseguenze irreversibili come nel caso attuale, di cui spesso non comprendono l’impatto. La questione che dobbiamo porci è proprio questa: è possibile che questi ragazzi, sempre più giovani, possano agire senza limiti, senza riflettere sulle conseguenze?»

Come si può perdere quel senso del limite che dovrebbe essere innato e naturale?

«Non è del tutto innato. Il senso del limite deve essere insegnato durante l’infanzia. Altrimenti, si trasformerà in un dramma per gli altri e per se stessi, che si porteranno dietro per tutta la vita. Questo recente episodio ha causato la morte di un padre, ha generato uno shock nel bambino undicenne che non dimenticherà mai la perdita del padre e ha rovinato le esistenze di quei ragazzi che hanno sfogato la loro rabbia in quel modo».

425278761

È colpa degli adulti di riferimento?

«È fondamentale chiedersi: come si comportano gli adulti intorno a loro? Hanno svolto il loro compito? Oggi osserviamo famiglie in cui regna la leggerezza e la superficialità, dove si lascia correre. E famiglie in cui i genitori fanno tutto al posto dei figli, dai compiti a casa all’organizzazione di appuntamenti. Genitori che diventano i protagonisti delle vite dei figli, che invece dovrebbero essere accompagnati nella loro crescita e gradualmente abituati ad assumersi le proprie responsabilità. Inoltre, il gruppo, il branco, riduce ulteriormente il senso di responsabilità individuale, proteggendo il singolo».

È un problema che coinvolge un’intera generazione di genitori, considerando che episodi di violenza giovanile stanno diventando sempre più comuni e interessano tutte le fasce sociali?

«Viviamo in una società estremamente complessa in cui il rapporto tra genitori e figli è complicato da un terzo incomodo, quello che io definisco “il mondo in tasca”, il cellulare che si trova nelle tasche di ogni figlio e di ogni genitore. Ci stiamo distraendo eccessivamente dalle nostre responsabilità genitoriali, dal fondamentale dovere di insegnare a distinguere il bene dal male. Siamo in una società che corre continuamente, iperperformante. I fattori di rischio sono altissimi. Dobbiamo fermarci prima che sia troppo tardi».

Cosa significa: fermiamoci?

«Fermiamoci a dialogare con i nostri figli. Ad esempio, dopo un evento sconvolgente come quello di Massa Carrara, in ogni famiglia e in ogni scuola si dovrebbe prendere tempo per discuterne. Parlare e ascoltare cosa hanno da dire i ragazzi. Altrimenti, li abitueremo a reagire solo sulla base di emozioni difficili da gestire. Non si rendono conto che la loro rabbia può portare a conseguenze fatali».

Difficile da accettare.

«Se questi ragazzi, ignorati, diventano dei fantasmi, il loro mondo si sposterà verso quello virtuale, dove la violenza è percepita come normale. Si abituano a subirla e a replicarla. Non possiamo più ignorare la situazione: devono essere educati a gestire le loro emozioni».

In che modo?

«Psicologi nelle scuole, immediatamente e ovunque, e psicologi di base. Un supporto per i giovani, gli educatori e le famiglie».

I commenti sono chiusi.