Lampedusa, i 44 superstiti dopo cinque giorni sulla piattaforma: “Credevamo di non farcela”

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All’alba sono giunti a Lampedusa, esausti. Dopo cinque giorni trascorsi bloccati sulla Didon, la piattaforma petrolifera dismessa dove avevano cercato riparo a causa della tempesta, i 44 naufraghi salvati da hanno iniziato a camminare con passo incerto sul molo Favaloro, lo stesso luogo dove pochi giorni fa sono state portate a terra le bare e le body bag. La maggior parte del gruppo è composta da uomini, ma ci sono anche sei donne, tra cui una in stato interessante, tre adolescenti che hanno viaggiato da soli e un bambino piccolo accompagnato dalla madre.

Bloccati sulla Didon dal 30 marzo

“Temevamo di non avere più alcuna speranza”, raccontano alcuni al momento dell’arrivo. “Siamo partiti il 30 marzo dalla Libia e nello stesso giorno siamo rimasti bloccati sulla piattaforma, le condizioni meteorologiche in quel periodo erano estremamente difficili”, spiega Doreen Johann, la capomissione di Aurora, la più piccola e veloce delle imbarcazioni di Sea Watch, attualmente l’unica operativa dopo il fermo che ha colpito l’ammiraglia Sw5. Esposti per giorni a pioggia, freddo e vento, con acqua e cibo ormai esauriti, “i naufraghi versavano in condizioni estremamente critiche”. Erano così debilitati che anche l’operazione di trasferimento a bordo si è rivelata complessa.

L’operazione di soccorso

“Il mare era mosso. Le persone hanno dovuto calarsi lungo una corda per raggiungere il nostro gommone di soccorso dopo essere rimaste bloccate per giorni. Anche fisicamente non è stato semplice per loro”, spiega l’equipaggio di Aurora. Quando la tempesta minacciava di far capovolgere il guscio su cui stavano tentando la traversata, la Didon è apparsa come un riparo. Tuttavia, la barca è andata perduta, su quella piattaforma non c’era anima viva. E si è rapidamente trasformata in una trappola.

Richieste di aiuto cadute nel vuoto

Alarm phone, la rete di attivisti che raccoglie e rilancia le richieste di soccorso provenienti dal Mediterraneo, ha più volte chiesto, anche attraverso messaggi pubblicati sui social, che qualcuno intervenisse. Appelli ignorati, proprio mentre a Lampedusa, uno dopo l’altro, venivano portati giù i corpi di diciannove persone decedute alle porte dell’Europa.

“Dopo quei 19 morti non potevamo fare altro che tornare in mare”

Solo Aurora, che nei giorni precedenti aveva cercato invano quella barca, senza ricevere informazioni utili dalle autorità, si è avventurata fin laggiù per tentare di prestare soccorso. “I diciannove corpi giunti a Lampedusa sono un chiaro segnale dell’urgente necessità di capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale – afferma la capomissione – Siamo stati l’unica imbarcazione della flotta civile attiva negli ultimi giorni. La tempesta ha notevolmente limitato le nostre operazioni, ma non potevamo fare altro che tornare in mare”.

Nonostante le numerose richieste di aiuto, nessuna delle autorità competenti aveva avviato operazioni di soccorso. Tuttavia, sottolinea Johann, non è una novità. “Gli Stati ormai si sottraggono alle responsabilità di condurre operazioni di salvataggio e di portare le persone in difficoltà in un luogo sicuro, come impone il diritto internazionale”. E quando gli attori civili lo fanno, aggiunge, “l’Italia spesso si oppone”. Così a bordo è stata interpretata la richiesta di arrivare fino a Porto Empedocle.

Impossibile arrivare a Porto Empedocle

Aurora, però, è piccola, ha un serbatoio limitato e si è dovuta allontanare notevolmente da Lampedusa per soccorrere quel gruppo di naufraghi che poi, per ore, sono stati costretti a rimanere sul ponte, in condizioni di mare non certo favorevoli. Per questo, dopo una notte di interlocuzioni, alla “piccola” di SeaWatch è stato concesso il permesso di approdare al molo Favaloro. “Questa – spiega Johann – è chiaramente una strategia, che priva le persone di protezione e mira a tenerci lontani dal Mediterraneo centrale e bloccare le nostre operazioni, mentre le traversate continuano”.

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