Le difficoltà delle donne nel campo scientifico: “Una volta ho interrotto una riunione di matematici per allattare”
Barbara Fantechi
“Quando ho iniziato il mio percorso di studi in matematica alla Normale di Pisa, ho subito avvertito un aumento della mia bellezza e del mio fascino. Ero l’unica ragazza in un gruppo di undici persone”, racconta con ironia Barbara Fantechi, che nel frattempo è diventata docente di geometria algebrica presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste.
Bianca Maria Poggianti è la direttrice dell’Osservatorio Astronomico di Padova, un’istituzione storica legata a Galileo, attualmente gestita dall’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica): “Mi presentano sempre come la prima direttrice in 257 anni. Non comprendo perché quando noi donne otteniamo un risultato, venga sempre evidenziato come un traguardo straordinario”.
Forse, suggerisce Maria Rescigno, direttrice del Centro di Medicina Molecolare (Cemm) di Vienna e ricercatrice all’Humanitas University, è legato al fatto che gli uomini sono molto appassionati agli sport di squadra. “E sono molto bravi a supportarsi a vicenda. Dovremmo imparare a fare lo stesso anche noi”.
Maria Rescigno
Un esempio di perfetta collaborazione femminile è stato il convegno organizzato dall’Accademia dei Lincei in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza. Le ricercatrici di spicco dell’Accademia hanno avuto l’opportunità di incontrare studentesse e studenti delle scuole superiori per discutere delle barriere invisibili che ostacolano la carriera femminile nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
“Dal 1901, solo 30 donne hanno ricevuto un premio Nobel nelle scienze. Questo rappresenta il 4%” è l’introduzione di Luisa De Cola, chimica dell’Università di Milano e dell’Istituto Mario Negri. “Le ricercatrici nel mondo sono un terzo rispetto ai colleghi maschi. A livello di professori ordinari nelle università, la percentuale scende al 27%, per poi crollare al 6% per quanto riguarda i rettori”. Questo evidenzia che le ragazze mostrano interesse per la scienza, ma per qualche ragione la loro carriera si interrompe. “E non ci venga a dire che la nostra ambizione è solo quella di avere figli e ritirarci a casa”, afferma Rescigno.
Marica Branchesi sul red carpet di Time
“Quando sono nati i miei figli, ho provato una grande paura per la mia carriera”, racconta Marica Branchesi, dell’università di Urbino e del Gran Sasso Science Institute (Gssi) dell’Aquila, inclusa nella lista delle 100 persone più influenti della rivista Time nel 2018. “Oggi molti mi chiedono come sono riuscita a bilanciare lavoro e famiglia, ma nessuno si sogna di chiedere la stessa cosa al mio compagno. Eppure, in casa abbiamo un ruolo completamente paritario”.
De Cola ricorda il periodo in cui svolgeva ricerca in Germania (“un paese peggiore dell’Italia da questo punto di vista”) e le riunioni venivano programmate alle cinque. “Ero l’unica donna presente, perché non avevo figli. Tutte le altre a quell’ora erano a scuola. Far spostare l’orario alle due è stata una vera battaglia”. A Fantechi è capitato di farlo notare in modo diretto, quando un incontro si prolungava eccessivamente: “Scusate, ho bisogno di andare a casa ad allattare, ho detto. Ha funzionato e la riunione è stata rinviata al giorno successivo”.
Bianca Maria Poggianti
Certamente c’è l’organizzazione del tempo, ma la maggior parte delle difficoltà, concordano le scienziate, è di natura psicologica. “Le donne, sulla carta, godono della stessa libertà degli uomini. Tuttavia, in realtà, sono circondate da stereotipi e condizionamenti sociali: la scienza non è per te, non sei portata, non è ciò che ci si aspetta da te, non sei capace. Saremo veramente libere solo quando ci libereremo da questi pregiudizi”, sostiene Poggianti.
Il divario tra ricercatori e ricercatrici, evidente in molte aree scientifiche, diventa un abisso in settori cruciali per il futuro, come l’informatica. “Non è un buon segno, poiché una parte significativa del futuro dipende da questo campo”, riflette Benedetta Mennucci, docente di chimica all’università di Pisa, che utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare la struttura di nuove proteine. “È molto più comune per una ragazza soffrire della sindrome dell’impostore, sentendosi meno capace di quanto non sia realmente”.
Benedetta Mennucci
A volte, confessa Rescigno, “mi ritrovo a leggere il mio curriculum per ricordarmi che ho effettivamente raggiunto dei traguardi”. E se le crisi di autostima si manifestano anche tra le scienziate più affermate, possono diventare un peso enorme per le studentesse che stanno muovendo i primi passi nella loro carriera. “Attualmente, alla Sissa abbiamo due psicologhe, ma ho trascorso anni a porgere fazzoletti alle mie studentesse che affrontavano problemi con i relatori o si sentivano discriminate rispetto ai colleghi maschi”.
La giornata dell’Onu, che si celebra da ormai 11 anni, non ha raggiunto i risultati sperati nel ridurre le disparità di genere. “Per quanto riguarda la matematica, la situazione è peggiorata negli ultimi anni”, osserva Fantechi. “Le studentesse sono scese dal 50% al 30%. Un tempo, la nostra facoltà offriva l’insegnamento nelle scuole come principale sbocco professionale. Oggi si stanno aprendo molteplici opportunità, dalla finanza al diritto. Si tratta di carriere ben remunerate che attraggono gli uomini”.
Né le statistiche si sono riequilibrate nel corso degli anni e attraverso le campagne di sensibilizzazione: “A volte ci viene detto che è solo una questione di tempo, che basta aspettare l’arrivo delle nuove generazioni, ma non è così”, riflette Poggianti. “In 20 anni, la sproporzione tra donne e uomini nella scienza non è cambiata”.
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