Le Maldive, un patrimonio per i biologi marini. “Subacquei esperti, ma nelle cavità è semplice smarrirsi”
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Monica Montefalcone durante un’immersione alle Maldive
Da molti anni l’università di Genova analizza le profondità delle Maldive. Le barriere coralline, le sorgenti idrotermali e le cavità sottomarine rendono quel mare una fonte preziosa di dati per i biologi. “In contesti così particolari è possibile scoprire nuove specie. Numerosi ricercatori italiani hanno trascorso decenni immergendosi in queste acque, sono ormai come sirene” racconta Roberto Danovaro, che ha diretto per dieci anni la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, è professore di biologia marina all’università Politecnica delle Marche e sub esperto. Anche lui ha effettuato numerose immersioni alle Maldive.
“L’esplorazione di questi luoghi era complicata” afferma riguardo all’immersione in cui hanno perso la vita cinque biologi italiani. “Si trattava di accedere a una grotta profonda, a 50 metri di profondità. Per questo motivo avevano con sé una guida, anch’essa italiana, e non erano accompagnati da studenti. Durante il percorso nelle cavità e nei passaggi tra le rocce è facile perdere l’orientamento, specialmente se si solleva sedimento e la visibilità diminuisce. A quel punto c’è il rischio che le bombole si esauriscano. In altre situazioni, le grotte possono contenere esalazioni di gas tossici, ma non è il caso delle Maldive, poiché lì non ci sono attività vulcaniche”.
Gli incidenti che coinvolgono sub nelle grotte sono purtroppo comuni. Nel 2012, quattro persone hanno perso la vita nella Grotta del Sangue a Palinuro. La sabbia sollevata dal loro passaggio aveva ridotto la visibilità. Quando hanno trovato la via di uscita, sono risaliti senza rispettare i tempi di decompressione. Nel 2009, altri due ricercatori universitari romani sono morti nella grotta del Plemmirio, a Siracusa. I loro corpi sono stati rinvenuti dai vigili del fuoco con le bombole vuote.
“Quando sei un biologo marino, cerchi sempre di scoprire ciò che non è mai stato studiato prima” spiega Danovaro. “Le grotte profonde sono quelle che subiscono meno gli effetti del cambiamento climatico. Qui vivono organismi che si sono adattati a condizioni molto particolari, spesso completamente privi di luce”. Durante le esplorazioni di ricerca, a volte vengono coinvolti anche gli studenti. I ricercatori si immergono con delle lavagne speciali su cui è possibile annotare. “Non puoi insegnare certe cose in un’aula. Tuttavia, nell’immersione alle Maldive, i ragazzi erano rimasti in superficie. Qui il livello di complessità era piuttosto elevato. A volte, per non smarrirsi tra i cunicoli, si utilizza la strategia del filo di Arianna. Si srotola una corda man mano che si avanza per ritrovare poi più facilmente la via di uscita”.
Monica Montefalcone, la professoressa di ecologia marina dell’università di Genova deceduta nell’incidente, organizzava anche immersioni alle Maldive per appassionati di scienza non professionisti, per mostrare ai cosiddetti “citizen scientist” gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi marini.
L’arcipelago dell’Oceano Indiano è composto da barriere coralline molto antiche. “A volte crollano, lasciando porzioni esposte che vengono colonizzate da organismi marini” racconta Danovaro. “Si tratta di ambienti molto affascinanti e poco conosciuti che attraggono numerosi ricercatori impegnati nello studio della biodiversità”. La presenza italiana alle Maldive risale a circa quarant’anni fa. L’università di Genova possiede una serie di dati storici che risalgono agli inizi degli anni duemila.
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