L’invito della Consulta: “Ristabilire i legami tra istituzioni divise dal referendum”
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Il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso al Palazzo della Consulta durante la riunione straordinaria della Corte costituzionale per la relazione sull’attività svolta nell’anno 2025, Roma, 25 Marzo 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI (ansa)
Il confronto, «dopo le devastazioni». Come unico imperativo, come accadde «dopo la frattura del 1946, quando le distruzioni erano ben più gravi e anche materiali». Oggi in un contesto completamente diverso, riflette il presidente della Consulta Giovanni Amoroso, tra politica e magistratura «qualcosa si è spezzato» sotto i «toni eccessivi», le fratture del clima referendario e «bisogna riannodare i fili». Anche perché, osserva, «i numerosi problemi della giustizia sono presenti, richiedono risposte: a partire dalla lentezza dei processi. Se una risposta giunge in ritardo, è già ingiustizia». Per questo motivo va archiviata «ogni contrapposizione». Vanamente spesa, sembra ammonire Amoroso, dopo l’onda di una bocciatura di cui gli basta notare «la grande affluenza alle urne, segno di sensibilità dei cittadini». Le riforme costituzionali, avverte, «devono sempre essere concertate. Sulla giustizia è necessario il confronto. La Carta non è immutabile, può essere modificata: ma ci vuole saggezza, cautela».
Un’analisi a tutto tondo, come di consueto dinanzi al presidente Mattarella, al ministro Nordio, al sottosegretario Mantovano, alla vigilia delle celebrazioni per i 70 anni di attività della Corte (la prima udienza si tenne il 23 aprile 1956). Dopo aver posto a inizio della sua relazione annuale «il ripudio della guerra» («Si vis pacem, para pacem», ribalta la citazione) e dopo aver ribadito la solida sostanza di quei «principi “supremi”» della Carta, «che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale», Amoroso non evita alcuna domanda nella tradizionale conferenza.
«La riforma prevedeva la separazione delle carriere e la suddivisione del Csm in tre entità. Elementi che potrebbero essere oggetto di una rivalutazione — è la laica considerazione del presidente — ma in uno spirito di dialogo». Quindi chiarisce che «sulla separazione» tra pm e giudici o «sul sistema che intendeva limitare al Csm l’influenza delle correnti», si potrebbe intervenire «anche con leggi ordinarie». In ogni caso, è necessario che le soluzioni «concepite per quegli obiettivi siano rispettose» dei principi inalienabili: «l’autonomia e indipendenza della magistratura». Da qui, l’appello a «dialogare» nell’interesse supremo dei cittadini.
Non a caso Amoroso torna sul tema che interroga a tutto tondo, da anni, il lavoro della Corte, quello delle carceri. «Il problema drammatico dei suicidi è diventato un aspetto allarmante dell’espiazione della pena», e gli strumenti ci sono, ricorda, citando «la liberazione anticipata e la sospensione della pena», che potrebbero «alleggerire la pressione sul carcere e rendere più efficace l’effetto riabilitante, principio-cardine dell’espiazione della pena».
È l’ennesimo richiamo al legislatore. Che spesso non ascolta, è distratto. Come sul fine vita. «È ancora inascoltato — sottolinea il presidente — il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito». Il testo base bloccato da quasi un anno in Commissione al Senato, contestato dalle opposizioni, è ostaggio di un altro braccio di ferro.
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