Migranti, ennesima tragedia in mare. “Dal mese di gennaio contate 765 vittime”
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Per ore ha tenuto duro aggrappato allo scafo del barcone sul quale aveva tentato la traversata, focalizzato unicamente sul disperato tentativo di salvarsi. Ahmed, così lo chiameremo, è un giovane egiziano di appena 17 anni, uno dei 32 sopravvissuti all’ultimo naufragio avvenuto al largo di Lampedusa. È l’unico minorenne giunto vivo sull’isola, dopo il naufragio che ha provocato la morte o la scomparsa di almeno ottanta persone.
Sulla spiaggia di Tajoura si sono ritrovati in 110 o 120, ma nessuno dei sopravvissuti è in grado di fornire un numero preciso. Il mare era ancora agitato dagli ultimi strascichi della tempesta, la stessa che solo pochi giorni fa ha causato la morte di 19 persone, decedute per il freddo a un passo dall’Europa. Tuttavia, con le onde alte, le milizie e la guardia costiera libica pattugliano meno le rotte, quindi molti tentano comunque di affrontare la traversata. «Meglio il Mediterraneo che i lager», affermano. Ecco perché non hanno esitato a salire tutti su quella barca a doppio ponte, nonostante il mare avverso. Ma dopo circa 15 ore, la tempesta ha mostrato tutta la sua forza e quel natante si è capovolto. Ahmed è tra i pochi che, dopo essere finiti in acqua, sono riusciti a rimanere aggrappati allo scafo. Molti, probabilmente, non sono riusciti nemmeno a uscire dalla stiva.
A lanciare l’allerta pubblicamente è stata Sea Bird, l’aereo civile di Sea Watch, giunto in zona dopo la segnalazione di un velivolo militare francese. Poco dopo sono intervenuti due mercantili, che in acqua hanno lanciato qualsiasi oggetto galleggiante. Uno di essi, il Ievoli Grey, dopo ore è riuscito con fatica a recuperare 32 naufraghi e le uniche due salme che le onde hanno restituito, per poi accompagnarli a Lampedusa.
Stremato e sotto shock, quando Ahmed ha messo piede a terra, faticava a credere di essere ancora vivo. «Inizialmente — spiega Niccolò Gargaglia di Save the children- ha mostrato reazioni che consideriamo positive. Ha dormito molto perché era esausto, è riuscito a mangiare. Ventiquattro ore dopo, però, sono emersi i primi segnali di allerta». Dolori e malesseri probabilmente psicosomatici, incubi, incapacità di raccontare in dettaglio quanto accaduto. «Ci ha solo detto che viaggiava con alcuni connazionali, poi il suo racconto è diventato confuso». Non c’è stato spazio nemmeno per utilizzare disegni e colori, che spesso con bambini e ragazzi sono strumenti utili per iniziare a elaborare l’orrore.
«A Lampedusa — sottolinea Gargaglia — il nostro intervento è solo un primo soccorso psicologico, la vera sfida inizia dopo». Quando i ragazzi soli devono ricostruire la propria vita in un Paese sconosciuto, trovare un equilibrio in un sistema che «ormai è abituato a gestire numeri, non persone», cercare di non affondare a terra, dopo essere sopravvissuti al mare. Che, svuotato di soccorsi, continua a inghiottire persone. Da gennaio, stima l’agenzia Onu Oim, nel Mediterraneo centrale sono morte almeno 765 persone.
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