Nuova segnalazione riguardo al Cpr di Milano: “Individui con problemi psichici trascurati. È una degenerazione manicomiale”
Un individuo si muove lungo un corridoio angusto, barcolla, grida e si aggrappa a nulla. Un altro è nascosto sotto una coperta alzata come una trincea; da lontano sembra conversare al telefono, ma non tiene alcun dispositivo in mano. Un giovane, immobile come una bambola di stoffa, viene rivestito da qualcuno che chiude la felpa e solleva i pantaloni. Alla domanda su come si chiami, non riesce nemmeno a rispondere. Le immagini, tutte inviate agli operatori della rete “Mai più lager-no Cpr”, provengono dall’interno del centro per il rimpatrio di Via Corelli a Milano, proprio mentre le bozze dei nuovi provvedimenti relativi alla sicurezza promettono trattenimenti più semplici, ricorsi più complessi (inclusa la negazione della possibilità di avvalersi del gratuito patrocinio), un inasprimento delle misure contro le proteste e un rafforzamento dei centri che il Viminale potrà sviluppare, avendo a disposizione “ampie facoltà di deroga della normativa vigente, anche attraverso la vigilanza collaborativa dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac)”.
Normativa sui Cpr violata
Per gli attivisti, si tratta di “una deriva preoccupante”. Anche perché – spiegano – per l’ennesima volta le testimonianze provenienti dall’interno, “comprese quelle ricevute nelle ultime settimane”, dimostrano che all’interno di queste strutture, sempre più spesso, si trovano persone che necessiterebbero di cure, non soltanto di essere rinchiuse. E che non dovrebbero trovarsi lì. “L’articolo 3 del regolamento nazionale sui cpr afferma chiaramente, citando i disturbi psichiatrici come motivo ostativo alla permanenza in strutture di trattenimento”, osserva Teresa Florio, una delle operatrici della rete. Tuttavia, avvocati e attivisti hanno più volte denunciato la presenza di individui con patologie evidenti, che sono stati considerati idonei alla “vita in comunità ristretta” durante la visita medica obbligatoria.
Segnalazioni ignorate
“Negli ultimi tempi, abbiamo segnalato questi casi alle autorità competenti: Prefettura, azienda sanitaria, garante nazionale e comunale per le persone private della libertà personale. Solo quest’ultimo ha risposto, dichiarando che i casi sono ‘sotto monitoraggio’”. Tuttavia, stando alle ultime notizie dal Cpr, quei tre giovani uomini sono ancora intrappolati in quello che per loro rischia di diventare un limbo. “Molti non riescono nemmeno a dire il proprio nome, quindi è impossibile per loro nominare un avvocato che si occupi del loro caso e ne evidenzi l’incompatibilità con la detenzione”.
L’ente gestore: “Assistenza sanitaria garantita come da contratto”
Interpellata da Repubblica, la cooperativa Ekene si difende. “Tutti gli ospiti sono stati giudicati idonei, non abbiamo situazioni critiche. Se dovessero sorgere, siamo noi stessi a segnalarle per una rivalutazione”, affermano dalla direzione, chiedendo di non rivelare nome e cognome di chi parla. L’assistenza sanitaria, assicurano, “c’è, anche più di quanto preveda il contratto d’appalto; abbiamo addirittura curato delle carie” e, per quanto riguarda il supporto psichiatrico, “abbiamo stipulato una convenzione con il Niguarda per visite regolari”. Il problema – spiegano – è che molti degli ospiti hanno un passato, se non un presente, di dipendenze “quindi è meglio che rimangano qui, all’esterno contribuirebbero solo al mercato illegale”. Naturalmente, percorsi di recupero o attività non sono possibili “perché il Cpr, così com’è strutturato, non lo consente e non si può neppure inserire un biliardino perché mangiano tutto, pile e palline”. Questo potrebbe indicare, almeno, un disagio psichico? A detta di Ekene, no: “Si tratta di comportamenti manipolatori”.
I medici: “Un sistema naturalmente psicopatogeno”
“È proprio il sistema a non funzionare”, afferma il dottore Nicola Cocco, infettivologo e esperto di salute pubblica della Simm, Società italiana di medicina delle migrazioni. “Tecnicamente, la struttura dell’assistenza sanitaria si configura come infermieristica e la convenzione con il reparto di psichiatria di un ospedale pubblico presenta una serie di criticità, a partire dal fatto che vengano registrate solo eventuali acuzie”. Tradotto dal linguaggio tecnico, si tratta delle fasi acute e gravi di malattie mentali, accompagnate da sintomi intensi, “sicuramente non è una risposta adeguata”. In sostanza, spiega, rimane quello che Simm denuncia da tempo, con un appello che anche la Federazione dell’Ordine dei medici ha finito per sostenere: “I centri sono realtà patogene, naturalmente privi delle tutele essenziali per le persone detenute e contrari all’etica professionale della cura, che violano i diritti fondamentali delle persone migranti e ne mettono a rischio la vita e la salute”.
Il caso Assane
Questo è il motivo per cui casi come quello dei tre trattenuti di via Corelli, spiegano gli attivisti, “non sono un’eccezione, ma stanno diventando una drammatica regola”. Non più tardi di qualche giorno fa, se ne è parlato anche in Parlamento. Su sollecitazione della senatrice di Avs Ilaria Cucchi, il ministro Piantedosi è stato invitato a riferire sul cosiddetto “caso Assane”, un giovane senegalese trattenuto per almeno otto mesi nel Cpr di via Corelli a Milano, nonostante condizioni psicofisiche oggettivamente critiche. Ventisette anni, un passato di cui non era in grado di parlare, Assane Thiawe, era completamente assente, non si lavava, non si cambiava, trascorreva tutto il tempo rannicchiato in un angolo, a volte piangendo, a volte ridendo, senza mai riuscire a comunicare. Quando le condizioni di totale abbandono in cui versava sono state rese pubbliche, è stato immediatamente trasferito in Albania.
Piantedosi: “Il problema è che sia stato riconosciuto inidoneo”
“Un tentativo di invisibilizzazione” per la rete No Cpr-Mai più lager che è stato anche, almeno in parte, paradossalmente, la sua salvezza. A Gjader, Assan non è stato considerato idoneo al trattenimento e rimandato in Italia. Ma per lui non c’è stata una presa in carico o un trasferimento in una struttura adeguata. Per il ministro Piantedosi, che ha riferito al Senato sulla questione, l’unica criticità è che “stranamente è stato riconosciuto inidoneo a Gjader”, dunque liberato e riportato in Italia, dove gli è stato notificato un decreto di espulsione. “Faremo di tutto”, ha dichiarato, “per evitare che si tratti dell’ennesimo caso di una persona liberata grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo coinvolta in reati”. Cosa significhi in concreto, al momento non è chiaro.
“Deriva manicomiale nei Cpr”
Per avvocati e attivisti, non è altro che una conferma di una prassi che non esitano a definire “deriva manicomiale”. Sempre più persone, affermano, “che dovrebbero essere curate ma vengono invece considerate e trattate come rifiuti umani, detenute per mesi e mesi in totale abbandono, per poi essere imbarcate su un aereo, sedate e legate, e rimandate in un Paese che ormai non riconoscono più. O per essere rilasciate sul territorio (con una pericolosa interruzione improvvisa dei sedativi utilizzati come camicia di forza farmacologica) e senza alcuna presa in carico della loro condizione, che nel frattempo è sempre più degenerata”.
Buio su Gradisca
Tutti casi su cui sempre più frequentemente cala il buio, anche perché sempre più spesso mancano gli strumenti per farli emergere. Come a Gradisca, recentemente al centro di polemiche per violenze, se non veri e propri pestaggi. Da settimane, nonostante l’articolo 14 del regolamento sui Cpr e sentenze che garantiscono ai trattenuti la possibilità di comunicare, i cellulari sono ammessi solo se privi di foto e videocamera. In pratica, o la persona accetta di romperlo, oppure può “noleggiare” un dispositivo fornito dal centro per ottanta euro al mese. Una misura “di sicurezza” secondo il questore di Gorizia, Luigi Di Ruscio, che alla stampa locale ha spiegato che le nuove regole sono state necessarie perché “il racconto è spesso uscito distorto con video tagliati e non corrispondenti alla realtà dei fatti”.
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