Ritorno dei talenti in Italia. La vicenda di Lucas, da Boston a Padova per esplorare la vita extraterrestre.
Leggi in app
Lucas Lawrence, 25 anni, originario di Boston, insieme ai suoi colleghi astrofisici ha identificato i 45 pianeti più promettenti per la vita extraterrestre. Nel frattempo ha selezionato anche l’università più idonea per continuare i suoi studi. Dopo aver conseguito la laurea triennale alla Cornell University, nello stato di New York, si è iscritto al corso di laurea magistrale in Astrofisica e Cosmologia dell’università di Padova, dove sta ponendo le fondamenta per diventare un professionista nel campo scientifico.
Mentre la ricerca sugli esopianeti abitabili è stata recentemente pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, Lawrence ha iniziato ad acclimatarsi agli esami orali del sistema italiano: “Se non si presta attenzione si rischia di dover affrontare l’intero programma negli ultimi giorni”. E alla domanda su cosa apprezzi di più dell’Italia, fornisce una risposta inaspettata: “I mezzi pubblici”.
Ma come i mezzi pubblici?
“Lo so, voi vi lamentate perché sono sempre in ritardo, ma non avete idea di come siano quelli americani. A parte alcune zone fortunate, da noi si è costretti a utilizzare sempre l’auto. A Padova mi piace poter camminare. Si può raggiungere qualsiasi luogo con una passeggiata piacevole. Per visitare altre città basta prendere un treno. La mia attività preferita, al di fuori dello studio, è proprio esplorare il Paese”.
Perché ha scelto di studiare in Italia?
“Gli Stati Uniti sono stati a lungo uno dei migliori Paesi per la scienza, con abbondanza di finanziamenti e opportunità. Tuttavia, oggi la situazione è cambiata. Con i tagli alla ricerca, la carriera di un giovane scienziato è diventata incerta. Così ho deciso di partire per studiare all’estero. È stata una scelta difficile, poiché non ho ancora imparato l’italiano e devo adattarmi a un sistema educativo completamente diverso. Ma sono soddisfatto, lo shock è stato minore rispetto alle mie aspettative. Sono arrivato lo scorso settembre, rimarrò per i due anni della magistrale e nel frattempo sto studiando la lingua. Non vedo l’ora di impararla”.
Come riesce a seguire le lezioni?
“Sono in inglese. Il corso di Astrofisica e Cosmologia è frequentato da molti studenti stranieri. Non sono nemmeno l’unico americano”.
Perché ha scelto Padova?
“Ci ha insegnato Galileo. Nel mio campo scientifico ha un’ottima reputazione e, a differenza di molte altre università nel mondo, posso permettermela economicamente”.
Qual è il suo specifico campo di studi?
“Gli esopianeti sono pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole. I primi sono stati scoperti quando ero giovane, iniziavo a interessarmi di scienza e passavo forse troppo tempo online. Sono affascinanti perché li immaginiamo abitati da forme di vita extraterrestre. Non è così, o almeno non abbiamo ancora fatto scoperte in tal senso. Nel nostro studio, però, abbiamo identificato i 45 esopianeti con le condizioni più favorevoli alla vita”.
Quali sono queste condizioni?
“Ce ne sono molte, come la presenza di un’atmosfera e la sua composizione. La più rilevante, però, è la possibilità che ci sia acqua liquida sulla superficie. Questo dipende molto dalla quantità di radiazione che il pianeta riceve dalla sua stella. Se il pianeta è troppo vicino, la temperatura è elevata e l’acqua evapora. Se è troppo lontano, l’acqua si congela. Esiste una zona intermedia in cui la distanza è quella giusta. Noi abbiamo elencato 45 pianeti su cui concentrare le ricerche”.
I pianeti del sistema solare di Trappist. Credit: NASA/JPL-Caltech
Ci potremmo arrivare?
“Non scommetterei su questo, almeno non nel corso della mia vita. Parliamo di centinaia di anni luce. Possiamo però sviluppare metodi per ottenere buone informazioni sulle caratteristiche di questi pianeti”.
Rimanendo sul tema delle scommesse, crede che troveremo vita al di fuori della Terra?
“Su questo sono moderatamente ottimista. Continuando a osservare gli esopianeti, potremmo identificare delle cosiddette “biofirme”, ovvero caratteristiche che indicano la presenza di vita. Tuttavia, non saranno, credo, segni chiari e definitivi. Immagino un lungo dibattito sulla loro origine, se realmente legata ad altri esseri viventi oppure no”.
Qual è il suo esopianeta preferito?
“Kepler-452 b, perché riceve più o meno la stessa quantità di energia che la Terra riceve dal Sole, e il sistema Trappist, poiché più pianeti di quel sistema solare si trovano nella zona abitabile”.
Li ha mai sognati?
“Sì, certo, non ricordo bene tutte le caratteristiche, ma c’erano stelle di vari colori, cieli viola, foreste rosse”.
Illustrazione artistica di un pianeta che orbita una stella rossa. Credit: Gillis Lowry
A 25 anni uno studente della magistrale di solito non pubblica su riviste così prestigiose. È soddisfatto?
“Ho avuto un’opportunità alla Cornell e mi sono unito a un gruppo di ricercatori che si occupava di esopianeti. Negli Stati Uniti è più semplice pubblicare da studenti. Allo stesso tempo, c’è anche molta pressione per farlo, soprattutto se si desidera intraprendere una carriera scientifica. In Italia ci si concentra di più sullo studio, almeno fino agli anni del dottorato”.
Ha detto che il sistema di studio italiano non le è congeniale?
“Devo imparare ad adattarmi. Negli Stati Uniti ci si iscrive a un corso universitario, si seguono le lezioni, si completano i compiti assegnati e poi si affronta un esame, che di solito consiste in una serie di domande a cui rispondere per iscritto in un tempo limitato. È più facile rimanere al passo con il programma, e l’unico esame orale che ho dovuto affrontare alla Cornell non è stato tra i migliori. In Italia bisogna imparare a gestire il proprio tempo per non trovarsi agli ultimi giorni con l’intero programma da assimilare. All’inizio per noi americani non è affatto semplice”.
I commenti sono chiusi.