La quarta sezione della Corte d’Appello di Bologna ha confermato la pesante condanna emessa in primo grado a carico di Gabriele Moccia, un 43enne di Ferrara, discendente della famiglia che fondò la distilleria nella città, successivamente venduta a un’altra proprietà nel 1970.
Il 43enne era stato sottoposto a processo con l’accusa di atti persecutori e lesioni gravissime; la giudice dell’udienza preliminare, Silvia Marini, in seguito a rito abbreviato, gli aveva inflitto una pena di cinque anni e quattro mesi, dopo che la Procura di Ferrara aveva richiesto una condanna di cinque anni. Il collegio della Corte d’Appello, composto dai giudici Valerio Palladino, Ilaria Pasini e Bruno Passerone, ha inoltre interdetto l’imputato dai pubblici uffici per un periodo di 5 anni e ha disposto un risarcimento di 68mila euro, oltre al pagamento delle spese legali. Le motivazioni saranno rese note entro 90 giorni.
Moccia, per un anno, aveva occupato l’abitazione di un conoscente di 46 anni, seguito dai servizi sociali a causa di un disturbo schizoaffettivo, sfruttando il loro legame di amicizia per ridurlo in uno stato di schiavitù. Non avrebbe inoltre contribuito, come inizialmente concordato, al pagamento delle bollette o alle spese quotidiane.
“Siamo sicuramente soddisfatti dell’esito del processo di oggi – ha dichiarato l’avvocato di parte civile Simone Bianchi -. Il mio assistito ha subito conseguenze fisiche e psicologiche devastanti a causa di questa triste situazione, che solo per un caso fortuito non si è trasformata in tragedia. L’impianto accusatorio ha retto pienamente sia in primo che in secondo grado e, ciò che mi preme sottolineare, è che le dichiarazioni della persona offesa sono state considerate del tutto credibili. L’imputato ha sfruttato la fiducia del mio cliente per diventare il suo aguzzino, riducendolo in condizioni critiche. Trovare il coraggio di denunciare non è stato semplice, ma oggi posso affermare che è stata fatta giustizia.”
Secondo l’impianto accusatorio ricostruito dal pm, la vicenda si sarebbe svolta all’interno di un’abitazione nel centro storico, condivisa dalla vittima con alcuni coinquilini, tra cui un 43enne che avrebbe assunto un ruolo di predominanza, presentandosi come amico e protettore, ma in realtà sottoponendola a minacce e aggressioni quasi quotidiane. Le condotte contestate avrebbero provocato nella vittima un grave stato di ansia e paura, tanto da costringerla a cambiare le proprie abitudini di vita.
Nel corso del tempo, secondo l’accusa, si sarebbero verificati episodi di insulti e violenze fisiche, anche tramite messaggi WhatsApp e aggressioni dirette, con schiaffi e pugni, in particolare all’addome. In un’occasione, la vittima sarebbe stata colpita al volto per essersi rifiutata di attivare alcune carte Postepay; in un altro episodio sarebbe stata minacciata e afferrata al collo dopo una falsa accusa di furto. L’episodio più grave risale al 12 aprile 2024, quando l’uomo sarebbe stato aggredito con pugni e gomitate all’addome, riportando lesioni interne tali da rendere necessario un intervento chirurgico per l’asportazione della milza. Dopo l’aggressione, l’imputato fu allontanato dall’abitazione e sottoposto a divieto di avvicinamento.