Si interrompono le rappresentazioni teatrali dei detenuti a causa di una comunicazione del Dap.
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“Nel 2025 abbiamo ricevuto il premio Costanzo e ci siamo esibiti al Teatro Parioli di Roma. Quest’anno abbiamo partecipato quasi con timore di vincere. Su quel palco non avremmo potuto esibirci”. Se per il Marassi, per la prima volta in 24 anni, è rimasto privo della Via Crucis, le responsabilità non si trovano oltre l’ufficio della direttrice del carcere, Tullia Ardito, dove da mesi in tutti gli istituti penitenziari italiani le attività formative e culturali “sono diventate non una risorsa, ma un problema ed è un notevole passo indietro”, afferma Mauro Sironi. E con cognizione. Direttore artistico di Geniattori, da anni collabora con i detenuti della casa circondariale di Monza, dove il teatro è diventato non solo parte del percorso di riabilitazione, ma anche strumento per abbattere le barriere, almeno ideologiche, tra carcere e città.
Dal 15 aprile al 18 maggio, la compagnia avrebbe dovuto portare all’esterno il frutto di un anno di prove con un Festival, aperto a tutti. Tuttavia, ciò non sarà possibile. Con una circolare, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha imposto misure restrittive che hanno portato all’esclusione di tutti i detenuti dell’Alta sicurezza dalle attività esterne e alla sospensione della partecipazione degli studenti in progetti all’interno delle carceri. «A ottobre — racconta Serena Andreani, organizzatrice del Festival di Teatro carcere e comunità di Monza — avevamo già pianificato le repliche per le scuole, avviato contatti con i vari istituti, affittato i pullman per il trasporto in città. Abbiamo dovuto annullare tutto». E correre ai ripari, attrezzando all’interno del carcere una sala polivalente per consentire ai reclusi di esibirsi almeno per familiari e compagni di cella, invitando compagnie di ex detenuti per gli eventi esterni. Ripensare tutto.
«Fra i nostri ragazzi, il contraccolpo c’è stato», spiega Sironi. «Lavorare un anno per poi non fare nulla che senso ha?», hanno detto alcuni. «Ed è normale – afferma il direttore artistico – perché vietare di esibirsi all’esterno significa negare la possibilità di dimostrare che si è intrapreso un percorso, continuando a considerare le persone solo in base al reato commesso». Ma si prosegue comunque. Anche perché il teatro funziona, ti mette a nudo, ti costringe a confrontarti con te stesso e i tuoi limiti. E così un ragazzo, trasferito alla ‘Luce’, la sezione sperimentale con le celle aperte dalle 9 alle 21, dopo un po’ ha chiesto di tornare in un settore regolare perché non si sentiva “pronto”, aveva timore — spiegano gli operatori — di commettere qualche errore e perdere i benefici acquisiti. Laboratori teatrali inclusi. «Di questo pane ne voglio mangiare ogni giorno».
Ciro lo ripete incessantemente a Silvana Nosenzo dell’associazione Agar, che da anni opera con il suo “Teatro Oltre” nell’istituto di Asti. Un carcere di massima sicurezza, uno di quelli in cui le attività sono diventate quasi impossibili. «A venti giorni dal debutto del nostro spettacolo, ci è stato comunicato che gli studenti non avrebbero potuto assistere agli spettacoli in carcere. Lo stesso — mormora — è accaduto a Saluzzo».
Un boccone amarissimo per i detenuti attori. «Se ci devono ammazzare, lo facciano una volta per tutte, non poco a poco», ha esclamato uno, esprimendo i pensieri che affliggevano molti. «Il debutto — spiega Nosenzo — c’è stato comunque, abbiamo organizzato una rappresentazione in carcere per i familiari. Ma è stata un’occasione persa, anche per gli studenti».
Il ministero desidera tenerli lontani dalle carceri, ma i professori sarebbero ben lieti di portarli a confrontarsi con i risultati concreti di quella vita criminale che per alcuni rappresenta un modello distorto. «Un docente – racconta Nosenzo – ci aveva chiesto di coinvolgere le sue quinte perché ci sono alcuni ragazzi “a rischio”. Ed è l’approccio corretto». Per adolescenti attratti da esistenze ai margini raccontate o millantate, spiega, incontrare chi ha scelto la strada sbagliata o ci si è trovato significa confrontarsi con la realtà. «C’è chi si è messo a piangere ascoltando un uomo di 53 anni che alla loro età è finito dentro e non è più uscito».
In alta sicurezza sono molti a convivere con la consapevolezza di un “fuori” che — se e quando usciranno — sarà diverso da quello che conoscevano. E alcuni, come i detenuti della compagnia G12 del Libero teatro di Rebibbia, in passato vincitori di un Orso d’oro a Berlino con i fratelli Taviani, non possono neanche immaginare di salire sul palco per tentare di accorciare le distanze. «Il teatro è a pochi passi, ma da ottobre dobbiamo provare in una stanzetta in reparto — spiega il direttore Fabio Cavalli — Noi però andiamo avanti. Stiamo preparando i canti dell’Inferno, convinti che il carcere sia un purgatorio. E che tutti possano prima o poi ‘uscire a riveder le stelle’».
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