“Teresa, nonna emancipata, che optò per la mimosa come simbolo floreale per le donne”

“Teresa, nonna emancipata, che optò per la mimosa come simbolo floreale per le donne” 1

“La mimosa? Il nostro giardino di Usigliano ne era colmo. L’otto marzo la casa si riempiva di quei fiori gialli e mia nonna Teresa Mattei – per noi era “Chicchi”, il suo nome da comandante partigiana – tornava a raccontarci di quando lei e le altre compagne la scelsero come simbolo per la celebrazione della donna”.

Era il marzo del 1946, esattamente ottanta anni fa. E Sara Muzio – nata nel 1982 e attualmente di 44 anni – potrebbe parlare per ore, anzi per giorni, di quella nonna paterna tanto amata che aveva partecipato alla Resistenza e poi contribuito alla scrittura della Costituzione. Un pilastro di una grande famiglia che ogni estate si riuniva nella campagna pisana, tra scherzi, incessante attivismo politico e grandi tavolate. “Mia nonna era una cuoca eccezionale”, ricorda con un sorriso, Sara.

Sara, come si svolse quella storia della mimosa?

“Durante una riunione delle donne dell’Udi alla vigilia dell’8 marzo, insieme a mia nonna c’erano Teresa Noce e Rita Montagnana, il segretario del Pci, Luigi Longo, propose di adottare un fiore come simbolo per la festa della donna e suggerì la violetta, come avveniva in Francia. Teresa Mattei fece notare al “compagno segretario” che le violette sono rare e delicate, mentre ci voleva un fiore popolare, resistente e facilmente reperibile nei campi e nei giardini. Una pianta tenace e libera come Teresa e le altre partigiane. E suggerì la mimosa”.

Quel fiore è sopravvissuto fino ad oggi. Teresa Mattei è deceduta a 92 anni nel 2013. Oggi, Sara, ne conserva la memoria.

“Mio padre è Gabriele Muzio, figlio di Bruno Muzio, che è stato il secondo marito di Teresa Mattei. Sono cresciuta tra e Parigi, mi sono laureata in architettura a Cambridge e attualmente risiedo a . Tuttavia, ho trascorso con mia nonna molti mesi in Italia ogni anno: attraverso i suoi racconti ho vissuto l’orrore del fascismo e del nazismo, la guerra partigiana, il dramma di suo fratello Gianfranco che si suicidò nel carcere di via Tasso per non rivelare ai nazisti i nomi dei suoi compagni gappisti. Teresa mi ha fatto “sentire” il suo orgoglio di aver fatto parte delle 21 donne che redassero la Costituzione, tra le quali era la più giovane”.

Infatti aveva solo 25 anni. Ma già una vita intensa alle spalle.

“Ed è per questo che è rimasta attiva e impegnata nella difesa della democrazia – in particolare dei diritti delle donne e dei bambini – fino ai suoi ultimi giorni. Ogni anno partecipava alle celebrazioni dell’8 marzo, portando un ramo di mimosa del suo giardino. Ricordo che eravamo insieme al G8 di Genova nel 2001. Dopo la devastazione della Diaz, a 80 anni, tenne un comizio per denunciare gli abusi della polizia”.

Sua nonna ebbe un ruolo attivo nella Resistenza. Prima come staffetta, poi come comandante partigiana.

“Devo dire che Teresa, nonna Chicchi, non mi ha mai nascosto, nemmeno quando ero giovane, che la guerra partigiana fosse, appunto, una guerra. Di liberazione, certo, ma con armi e morti. C’erano alcuni aneddoti noti in famiglia sui quali si scherzava. Altri più tragici”.

Raccontaci, Sara.

“«Si raccontava che si fosse liberata di un fascista puntandogli una stilografica nella schiena come se fosse una pistola. O quando un ufficiale nazista la fermò con una borsa piena di documenti e lei, essendo molto bella, gli promise un appuntamento e non fu perquisita. Ma sapevo che aveva minato e fatto esplodere un treno carico di munizioni tedesche e in quell’azione uno dei suoi compagni era morto”.

Rivelò anche il suo coinvolgimento nell’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, autore del Manifesto degli intellettuali fascisti.

“Mia nonna era laureata in Filosofia e Giovanni Gentile era stato il suo professore all’università. Pertanto lo conosceva bene. Lo indicò al gruppo di partigiani che poi lo avrebbero ucciso”.

Molti anni dopo, Teresa Mattei avrebbe dichiarato: “In guerra la vita umana perde valore. Ci muovevamo in mezzo al sangue, assistevamo ogni giorno a crimini orrendi che ci avevano induriti. Ci sono momenti, nella storia, che non ammettono mezze misure”.

“Sì, proprio per questo si è poi impegnata tenacemente nel pacifismo. Fin da quando, durante la votazione dell’articolo 11 della Costituzione – l’Italia ripudia la guerra – tutte e 21 le “madri costituenti” scesero nell’emiciclo di Montecitorio dandosi la mano. Per testimoniare quanto le donne che la guerra l’avevano vissuta volessero un mondo di pace”.

E invece questo è un 8 marzo di guerra. Era orgogliosa Teresa che la “sua” mimosa fosse rimasta il simbolo delle donne e del femminismo?

“Fierissima. Ricordo bene quel profumo di rametti appena tagliati nella casa di Usigliano dei Lari. Per tutta la vita si è battuta per la parità. Mi raccontava la gioia di aver potuto votare nel 1946. Mi spronava a realizzarmi in tutto ciò che mi appassionava. D’altronde, già durante i lavori della Costituzione, in un contesto che maschilista è dire poco, riguardo all’articolo 3 sulla parità aveva affermato: Questo non ci basta. Le donne italiane desiderano qualcosa di più, che le aiuti a muovere i primi passi verso la parità di fatto, in ogni sfera economica, politica e sociale'”.

Tuttavia, poi lasciò la politica.

“No, abbandonò i partiti, ma mai l’impegno civile. Soffrì molto per l’espulsione dal Pci nel 1955 a causa delle sue critiche a Togliatti e allo stalinismo”.

Qual è il suo ricordo più bello di Teresa Mattei?

“A parte le estati a Usigliano, la focaccia d’uva, i disegni, le nostre passeggiate e le storie che mi incantavano da bambina? Il viaggio che facemmo insieme a nel 2006 per andare a trovare gli amici e le amiche dell’assemblea costituente nei giorni del referendum che avrebbe voluto cancellare la nostra Carta. Ho filmato quegli incontri. Commovente fu l’abbraccio tra mia nonna e il presidente Oscar Luigi Scalfaro e poi con Marisa Rodano”.

Ottanta anni dopo, la mimosa di sua nonna si è appassita?

“No, è più viva che mai perché le donne continuano a portarla nelle piazze, in nome della parità, della libertà, dei salari equi, contro la violenza, contro la guerra. Quelle mimose profumano ancora”.

I commenti sono chiusi.