Treviso, una manager ottiene un risarcimento di 50mila euro dopo essere stata costretta a preparare il caffè in quanto donna.
«Prepari il caffè, è una donna». A pochi giorni dalla Giornata internazionale per i diritti delle donne, il giudice del lavoro di Treviso ha posto fine alle molestie discriminatorie nei confronti di una dirigente in gravidanza. Il caso riguardava la Keyline di Conegliano, storica realtà trevigiana specializzata nella progettazione e produzione di chiavi e macchine duplicatrici. Secondo il Tribunale, l’accaduto è stato confermato. Non solo ha ordinato il reintegro della manager, annullando il suo licenziamento, ma ha anche riconosciuto un “danno da discriminazione” pari a 50 mila euro, oltre a 112 mila euro di stipendi arretrati e un danno da stress di 1725 euro.
Comportamenti ripetuti nel tempo da parte dei familiari della vittima – padre, madre adottiva e fratellastro – si sono verificati davanti ad altri dipendenti, con un carattere umiliante e degradante. L’ordine costante di «preparare il caffè» a tutti i presenti in riunione era considerato un compito suo (e della sorella) «in quanto donne». Una condotta che non lasciava spazio a fraintendimenti: «Tu non sei all’altezza della dirigenza e della posizione. Ho bisogno di un uomo e, per di più, con esperienza».
A questo si aggiunge una lettera di licenziamento, datata 29 luglio 2024, consegnata alla dirigente che lavorava nella società da anni, mentre era in attesa di un bambino. Inoltre, una serie di contestazioni disciplinari erano state notificate un mese prima, in cui le veniva contestato l’uso della carta di credito aziendale per spese personali, per un totale di circa 5600 euro, e una presunta responsabilità operativa nel sovraccarico del magazzino durante le attività aziendali svolte negli Stati Uniti. Una vicenda che aveva già coinvolto anche la sorellastra, licenziata nello stesso periodo, un mese dopo la nascita della figlia.
A confutare le accuse, i legali della donna: Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile. Durante il dibattimento è emerso che l’utilizzo della carta per spese personali era una prassi tollerata e condivisa all’interno della famiglia che controllava l’azienda; mentre la contestazione relativa alla gestione del magazzino è stata considerata generica e non provata. Per quanto riguarda il licenziamento, il giudice ha ritenuto che mancassero “colpe gravi” che giustificassero il licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza: una categoria protetta dalla legislazione italiana.
Un quadro che evidenzia, al di là di tutto, forti tensioni interne alla dinasty imprenditoriale, con «condotte vessatorie, mobbizzanti e gravemente offensive» già segnalate in due diffide nella primavera del 2024, pochi mesi prima del licenziamento.
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