Trieste, migranti sequestrati come in Libia: prime sentenze emesse.

Trieste, migranti sequestrati come in Libia: prime sentenze emesse. 1

Sequestrati, minacciati di morte e sottoposti a torture in videochiamata, mentre le famiglie, costrette a guardare, terrorizzate cercano di raccogliere i fondi per il riscatto. Non in Libia, ma a Trieste, dove per la prima volta sono stati condannati due membri della rete clandestina dei traffici lungo la rotta balcanica.

Una situazione frammentata, poco conosciuta e diventata sempre più cruciale da quando le frontiere, anche all’interno dell’Ue, sono state chiuse e i controlli sui transiti sono diventati più severi e capillari. Tuttavia, i flussi – racconta chi riesce a oltrepassare le frontiere – non sono scomparsi. Sono semplicemente diventati più nascosti e più vulnerabili a chi ha trasformato la rotta balcanica in un’attività commerciale estremamente violenta.

Lo sanno bene i tre giovani indiani che nel settembre 2024 sono stati rapiti in un appartamento a Trieste. Picchiati, terrorizzati e minacciati con un coltello, sono stati salvati dalla Squadra mobile grazie alla segnalazione di una donna residente in Lombardia, che aveva ricevuto una richiesta di riscatto dal gruppo che li deteneva prigionieri. Gli uomini che minacciavano di ucciderli se il pagamento di 15mila euro non fosse stato effettuato sono stati arrestati all’epoca e ieri sono stati condannati.

Muhammad Aleem, 26 anni, pakistano, è stato condannato in abbreviato a undici anni. Al 23enne Muhammad Zahid, punito con tre anni, è stata riconosciuta l’attenuante per aver collaborato con le autorità. Al momento non è chiaro se e in quale misura il giovane fosse a conoscenza della rete e quanto abbia rivelato agli inquirenti. Di certo, le sue dichiarazioni potrebbero contribuire a far luce, almeno in parte, sulla nuova e sempre più violenta rotta balcanica.

I vecchi passeur – emerge da tempo – sono stati sostituiti da vere e proprie organizzazioni e campi come Lipa, un tempo punto di passaggio obbligato, oggi risultano desolatamente vuoti. “Chi ha risorse – spiega Milica di Klikaktiv, ong che supporta i in Serbia, spesso tra le prime tappe della rotta – trova sistemazioni in abitazioni private, in attesa di oltrepassare il confine. Chi non ha denaro per pagare deve arrangiarsi in occupazioni, accampamenti informali in edifici abbandonati che spesso cambiano posizione”. I passaggi hanno un costo, sempre meno frequentemente avvengono a piedi, per lo più si realizzano in piccoli furgoni o automobili. E sono gestiti da reti criminali sempre più consolidate, che sembrano aver importato dalla Libia metodi estremamente violenti, come torture, violenze o abusi su chi, lungo la rotta, è costretto a pagare non solo per proseguire, ma anche per la propria libertà.

Tra i bersagli, il più delle volte ci sono i più vulnerabili come minori non accompagnati e donne. Sulla rotta, quelle che viaggiano da sole sono sempre più numerose ed è un dato inedito. Secondo le statistiche, sono 250, in aumento rispetto al passato. Per lo più sono nepalesi, un dato che contrasta con la tendenza che vede in cammino principalmente afghani, curdi e bengalesi. Tutti richiedenti asilo, tutti aventi diritto a assistenza e accoglienza, ma spesso costretti a rimanere per mesi non solo in attesa che la loro pratica venga esaminata, ma addirittura di presentarla.

Esclusi dal sistema di accoglienza, sono quindi costretti a cercare rifugio nei vecchi magazzini austriaci del Porto Vecchio, dove nei mesi scorsi lo sgombero di alcune palazzine da parte delle autorità si è risolto solo nella muratura degli ingressi agli edifici, nel trasferimento di parte di chi vi abitava in attesa di un posto in accoglienza a cui avrebbero avuto diritto fin dal primo giorno e nell’abbandono di chi è rimasto fuori.

Per loro, nessuna soluzione strutturale è stata prevista, così come a Trieste continuano ad arrivare. Sebbene i flussi siano diminuiti, l’anno scorso – affermano i dati raccolti da International Rescue committee, Diaconia Valdese e Ics sulla base delle persone effettivamente incontrate – almeno 9.761 persone sono giunte a Trieste. Solo circa 3.500 hanno manifestato l’intenzione di richiedere asilo in città, eppure tutti – tranne in casi di estrema vulnerabilità, e neanche sempre – sono stati costretti a arrangiarsi.

Da mesi, denunciano associazioni come Ics, che sono passate dalle pec alle diffide indirizzate all’Ufficio immigrazione, la Questura rimane un muro di gomma su cui per mesi decine di persone rimbalzano prima di riuscire a presentare domanda d’asilo. Un diritto, almeno sulla carta. “In questo modo – spiega Gianfranco Schiavone di Ics – i richiedenti asilo si accumulano in strada (sono circa 150 al 7 marzo 26) mentre la prefettura di Trieste, pur sapendo bene che si tratta di persone che stanno cercando di accedere alla procedura di asilo e che hanno quindi diritto all’accoglienza, li lascia in strada mentre ci sono posti disponibili nelle strutture di accoglienza. Probabilmente si spera che parte di loro, esausta, decida di andare altrove.

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