Yoon Suk-yeol ricevuto la pena dell’ergastolo.

Yoon Suk-yeol ricevuto la pena dell'ergastolo. 1

Con una sentenza che avrà un impatto significativo sulla storia istituzionale della Corea del Sud, si è concluso il processo nei confronti dell’ex presidente Yoon Suk-yeol. Il tribunale lo ha giudicato colpevole di aver orchestrato un’insurrezione e di aver abusato dei suoi poteri durante la crisi politica del dicembre 2024, quando tentò di instaurare la legge marziale nel Paese. Pertanto, Yoon Suk-yeol è stato condannato all’ergastolo, una sentenza che segna la conclusione di uno dei capitoli più turbolenti della recente democrazia sudcoreana.

La procura aveva richiesto la pena di morte, considerando i fatti così gravi da minare le basi dell’ordine costituzionale e della stabilità dello Stato. La corte, pur riconoscendo l’eccezionale gravità delle accuse, ha optato per la reclusione a vita, ritenendo adeguata la pena detentiva massima prevista.

Dall’impeachment alla condanna finale

Prima della condanna penale, Yoon era già stato rimosso dall’incarico. Nel 2025, il parlamento sudcoreano aveva votato la sua destituzione, ritenendo che l’allora presidente avesse trasgredito i limiti fissati dalla Costituzione. L’impeachment aveva rappresentato una frattura netta tra l’ex presidente e le istituzioni democratiche che avrebbe dovuto rappresentare e difendere.

Il successivo processo ha esaminato in dettaglio le responsabilità personali dell’ex capo dello Stato. L’accusa ha sostenuto che la proclamazione della legge marziale non fosse giustificata da alcuna emergenza concreta tale da legittimare una misura così estrema, ma fosse piuttosto un tentativo deliberato di rafforzare il potere esecutivo e reprimere l’ politica.

Il tentativo di legge marziale

Al centro della questione vi è la decisione, presa nel dicembre 2024, di dichiarare la legge marziale. Secondo quanto emerso durante il processo, l’ordine avrebbe comportato la sospensione di alcune libertà civili, un maggiore controllo militare su infrastrutture strategiche e restrizioni all’attività politica.

Le autorità giudiziarie hanno ricostruito come quella decisione non fosse sostenuta da un contesto di insurrezione armata o da un pericolo imminente per la sicurezza . I giudici hanno ritenuto che l’atto rappresentasse un abuso delle prerogative presidenziali, configurando una vera e propria insurrezione contro l’ordine costituzionale vigente.

In aula, l’accusa ha descritto l’azione come un tentativo di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ponendo il Paese di fronte a un concreto rischio di deriva autoritaria. La difesa, dal canto suo, ha sostenuto che l’ex presidente avesse agito con l’intento di tutelare la stabilità nazionale in un periodo di elevata tensione politica e sociale.

Le accuse: insurrezione e abuso di potere

Il capo d’imputazione principale riguardava la guida di un’insurrezione. Un’accusa di straordinaria gravità, raramente rivolta a un capo di Stato in carica o appena destituito. A essa si aggiungeva l’abuso di potere, legato all’uso improprio dei poteri presidenziali per scopi ritenuti incompatibili con la Costituzione.

Secondo la sentenza, Yoon avrebbe esercitato la propria funzione oltre i limiti consentiti, cercando di imporre un cambiamento straordinario nell’assetto istituzionale senza il necessario fondamento giuridico. Il tribunale ha ribadito come la legittimità democratica di un presidente non autorizzi a sospendere o reinterpretare arbitrariamente le norme fondamentali dello Stato.

Un processo seguito da tutta la nazione

L’iter giudiziario ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica sia nazionale che internazionale. Le udienze si sono svolte in un clima di forte polarizzazione politica, con manifestazioni di sostegno e di dissenso davanti al tribunale.

Molti cittadini hanno interpretato la sentenza come un momento di riaffermazione dello Stato di diritto, una dimostrazione che nessuno, nemmeno chi ha occupato la massima carica istituzionale, è al di sopra della legge. Altri, invece, hanno manifestato preoccupazione per le conseguenze politiche della condanna e per il rischio di aggravare le divisioni interne.

La richiesta della pena di morte

La procura aveva richiesto la pena capitale, ritenendo che l’azione dell’ex presidente costituisse una minaccia diretta all’ordine democratico e alla sicurezza nazionale. Tale richiesta, pur prevista dall’ordinamento per reati di tale entità, ha generato un acceso dibattito pubblico.

La corte, nella motivazione, ha sottolineato che l’ergastolo rappresenta una risposta adeguata alla gravità dei fatti, evitando di ricorrere alla pena estrema. La decisione è stata interpretata da alcuni osservatori come un segnale di equilibrio, volto a coniugare fermezza e rispetto dei principi fondamentali.

La condanna di un ex presidente per insurrezione costituisce un precedente di grande rilevanza. Essa rafforza l’idea di una magistratura indipendente e di istituzioni capaci di esercitare un controllo effettivo anche nei confronti delle più alte cariche dello Stato.

Patricia Iori

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