American Psycho: il ritorno del maschio tossico

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La casa editrice Simon & Schuster aveva già versato a Bret Easton Ellis un anticipo di 300 mila dollari per il suo terzo romanzo, American Psycho, quando, allarmata dai contenuti violenti e sessisti presenti nel libro, decise inaspettatamente di non procedere con la pubblicazione. L’autore mantenne l’anticipo e presentò il manoscritto a un altro editore, Vintage, che lo pubblicò senza indugi. Da quel momento, il successo di American Psycho è stato inarrestabile. Sono trascorsi 35 anni, con un paio di musical, un film con Christian Bale e un numero infinito di meme, citazioni e passaggi del libro ripresi in altre opere, e attualmente Luca Guadagnino sta lavorando a un remake del film, con Austin Butler nel ruolo di Patrick Bateman.

Qual è il segreto? Prima di tutto, si tratta di un grande libro, definito dostoevskiano, allucinato, perverso e mozzafiato. Fa ridere, incute timore ed è destabilizzante. Ellis è uno degli autori più significativi della fine del Novecento e American Psycho è probabilmente la sua opera più riuscita. Tuttavia, il personaggio di Patrick Bateman ha finito per riflettere su di noi in modo sempre più profondo. Quando il libro fu pubblicato nel 1991, sembrava che Ellis volesse narrare una storia che criticava il capitalismo più spietato, l’edonismo reaganiano, come ben descritto da D’Agostino – la vuota e demente attitudine yuppie alla vita. Moda, marchi, ossessione per il corpo e sesso caricaturale. La violenza come rimedio allo stress – una violenza forse immaginaria ma comunque mostruosa – valvola di sfogo in una società che esaltava la competizione.

Bateman è classista, misogino, omofobo, un automa privo di anima. Devono averlo pensato durante la celebre riunione alla Simon & Schuster, dove presero una decisione di cui, immagino, si stiano ancora rammaricando. Ma ciò che non potevano prevedere è che il mondo sarebbe diventato esattamente quello che il killer psicopatico desiderava, e lui un archetipo della mascolinità, un modello per molti emarginati. Nella cosiddetta manosfera, la comunità virtuale di uomini che odiano le donne – a cui si fa riferimento nella serie britannica Adolescence (che tutti abbiamo visto con stupore) – gli uomini come Bateman vengono definiti “maschio sigma”. Diverso dal maschio alfa, poiché più introverso e solitario, un lupo, ma altrettanto potente.

Figura idolatrata dal noto Andrew Tate, statunitense, ex kickboxer e imprenditore, guru dell’autorealizzazione, misogino, sessista e apprezzato da Donald . Il maschio sigma – #sigma online – è un individualista che persegue il successo personale al di fuori delle regole che considera ridicole: Patrick Bateman, ma anche John Wick, Thomas Shelby di Peaky Blinders e il Brad Pitt di Fight Club.

Tra i miti di Bateman, nel romanzo di Ellis, c’era Donald Trump. All’epoca suscitava ilarità, poiché nessuno avrebbe potuto immaginare che quel ricchissimo costruttore con il ciuffo, il volto da bambino dispettoso e la passione per la televisione, sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. Oggi Trump è un punto di riferimento per i fanatici della manosfera, per quegli uomini che si entusiasmano per il suo linguaggio, «le donne vanno prese per la figa», come dichiarò con nonchalance il presidente degli Stati Uniti d’America. Senza contare la mascolinità tossica e abusante che emerge dagli Epstein Files.

Possiamo affermare quindi che noi siamo l’universo distopico e grottesco immaginato da uno psicopatico? In parte sì. Con l’aggravante che noi abbiamo elevato la divinizzazione del denaro e della forma fisica in quell’acceleratore di particelle nevrotiche che sono i social. Trasformando l’ansia e l’angoscia sociale in qualcosa di tecnicamente imbattibile e la fragilità in un mostro da nascondere dietro le più varie armature. Il culto della giovinezza, le diete, i digiuni, le vitamine, il mito dell’immortalità. La chirurgia estetica, la riprogrammazione genetica, qualsiasi cosa pur di non invecchiare, di non apparire invecchiati.

E in questo vortice paranoico, la virilità continua a rimbalzare da una parte all’altra come una mosca intrappolata in un bicchiere. Bret Easton Ellis, tra i più sensibili scrittori di questi anni, capace di cogliere tendenze e di trasformare in icone abiti, canzoni e cibi, creatore di una generazione di ricchi disadattati, aveva compreso un aspetto fondamentale: che alcune abitudini, fino a quel momento impensabili per il maschio alfa o sigma che sia, sarebbero diventate mainstream e sarebbero state adottate dagli eterosessuali senza alcuno sforzo.

Allo stesso tempo, con Patrick Bateman, Ellis crea quello che sarebbe diventato il metro-sexual, l’uomo etero che si depila, si applica lo smalto e si fa i colpi di sole biondi nei capelli… David Beckham, per intenderci. Ma Patrick Bateman è davvero eterosessuale? Esiste una serie televisiva che sta riscuotendo un enorme successo. Si intitola Heated Rivalry e narra la storia d’amore, rivalità e sesso, molto sesso, tra due stelle dell’hockey su ghiaccio: Ilya Rozanov, russo, e Shane Hollander, canadese di origine asiatica. Non accade quasi nulla, è un susseguirsi di scene di partite di hockey alternate a corpi nudi di incredibile perfezione che, in penthouse favolose e ville arredate da interior designer, si intrecciano l’uno nell’altro.

Heated Rivalry è un ingegnoso mix di romance e soft porno, un po’ come qualche tempo fa era stato 50 sfumature di grigio, con una differenza: qui i protagonisti sono due uomini. Eppure sono soprattutto le donne a essere impazzite per i due giocatori di hockey gay.

Cosa sta accadendo? Qualcosa che Ellis aveva previsto e Bateman continua a cercare di farci comprendere. In un mondo in cui non esiste più nessuna distinzione tra naturale e artificiale, dove è impossibile capire se ciò che sta accadendo sia reale, prevale chi è capace di suscitare desiderio, l’unica cosa che ci rende ancora umani. Scovandolo ovunque si trovi.

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