Biennale Musica. Il Leone d’Oro alla carriera assegnato a Keiji Haino, maestro del “noizu”
La Biennale Musica 2026 conferisce il Leone d’oro alla carriera a Keiji Haino. Se lo scorso anno il premio era stato attribuito a Meredith Monk — artista che da decenni ridefinisce i limiti tra performance e ritualità — quest’anno il cambiamento è non solo geografico ma anche culturale, estetico, quasi cosmologico.
La direttrice della Biennale di musica contemporanea, Caterina Barbieri — compositrice di musica elettronica sperimentale — ha operato una scelta in linea con la propria visione artistica: premiare chi indaga i confini, chi non si accontenta del già noto.
Si passa quindi da New York a Tokyo, dal minimalismo sacro al caos organizzato e visionario di un artista che ha fatto del “noizu” (rumore) la sua forma espressiva, declinata in modi inaspettati: è sufficiente considerare che alle OGR di Torino, dove si esibirà il 15 marzo (evento già esaurito), presenterà la première europea del suo progetto “Poligonola Acoustic Set” — un set completamente acustico, privo di amplificazione elettronica, realizzato con la polygonola, strumento concepito sulla teoria della vibrazione bidimensionale di Naoki Sakurai.
Si tratta di lastre metalliche piatte di forma poligonale — triangoli, quadrati, pentagoni, dischi — che vengono percosse e producono suoni basati su una scala sonora che non si allinea al sistema convenzionale né all’ottava tradizionale.
Contrariamente a una corda (vibrazione unidimensionale) o a una membrana percussiva (sostenuta ai bordi), le lastre della polygonola sono supportate in punti interni, il che genera armonici differenti a seconda che si colpisca il centro o il bordo dello strumento. Il risultato è un suono inclassificabile, né campana né percussione né lastra, con una propria scala naturale. Un’esperienza sonora senza precedenti in Europa.
Keiji Haino (Chiba, 1952) è una delle personalità più radicali e sfuggenti della musica contemporanea. Inizialmente attratto da Antonin Artaud — il teatro della crudeltà come punto di partenza — è l’ascolto dei Doors a spostare il suo orizzonte verso il suono. Da lì, un percorso a spirale che non si concluderà mai: il blues delle origini (Blind Lemon Jefferson), la musica medievale europea, il noise rock, il free jazz, la drone music, l’elettronica più innovativa. Nel 1970 entra come vocalist nel gruppo Lost Aaraaf — il nome è ispirato da “Al Aaraaf”, una poesia lunga e visionaria di Edgar Allan Poe del 1829, ambientata in un luogo intermedio tra il paradiso e l’inferno — e nel 1978 fonda Fushitsusha, band che diventerà leggendaria nella scena psichedelica e noise giapponese.
La cosa straordinaria di Haino è che ciò che crea non può essere ridotto a una definizione. Non è catalogabile. La sua carriera solista, iniziata con il potente Watashi Dake? (1981) — voce e chitarra in improvvisazioni di profonda intensità emotiva — conta oggi più di duecento registrazioni e oltre duemila concerti internazionali. Ha collaborato con Tony Conrad, John Zorn, Thurston Moore, Peter Brötzmann, Fred Frith, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, Stephen O’Malley, Merzbow. Ha lavorato con artisti visivi come Christian Marclay e Cameron Jamie. Ha utilizzato chitarra, voce, percussioni, ghironda, sintetizzatori, strumenti tradizionali di culture diverse. L’NHK, la televisione pubblica giapponese, lo ha escluso dalle trasmissioni dal 1973 al 2013 — quarant’anni di ostracismo che parlano chiaro sulla sua natura irriducibile.
La motivazione della Biennale sottolinea un “atto incarnato di libertà e presenza assolute”, di suono come “esperienza corporea, primordiale e catartica”. Sono espressioni che si adattano perfettamente. Haino non suona: evoca. Le sue performance dal vivo, sempre diverse e irripetibili, sono rituali in cui il corpo del performer e il corpo del suono si fondono in un’unica entità. Alla prossima Biennale Musica (10-24 ottobre) presenterà una performance in prima mondiale a Venezia e la prima proiezione al di fuori del Giappone del documentario sulla sua carriera diretto da Kazuhiro Shirao.
Se Haino rappresenta la tempesta, Sarah Davachi (Calgary, 1987) è il silenzio che la precede — o che la segue. Compositrice e organista, ha costruito in oltre quindici anni un catalogo che è un’esplorazione paziente, rigorosa, quasi fenomenologica del timbro e del tempo. La sua formazione è enciclopedica: laurea in filosofia a Calgary, master in musica elettronica al Mills College di Oakland, dottorato in musicologia alla UCLA con una tesi su timbro, fenomenologia e organologia critica. Tuttavia, la sua musica non ha un sapore accademico: evoca pietra, aria, luce che cambia lentamente.
L’organo a canne è il suo strumento preferito. Le sue composizioni — Cantus, Descant (2020), Antiphonals (2021), Two Sisters (2022), Long Gradus (2023), The Head as Form’d in the Crier’s Choir (2024) — esplorano le possibilità della durata estesa, dei sistemi di accordatura naturale, degli armonici che emergono solo se l’ascolto è sufficientemente paziente. Nel 2020 ha fondato Late Music, etichetta all’interno della divisione di partner label della Warp Records. Le sue commissioni includono la Los Angeles Philharmonic, la Brussels Philharmonic, la London Contemporary Orchestra. Alla Biennale Musica 2026 presenterà la prima mondiale di un nuovo lavoro per ensemble acustico.
Due artisti, quindi, che non potrebbero essere più diversi eppure si incontrano in un punto preciso: la convinzione che la musica non sia intrattenimento, ma conoscenza. Che il suono possa modificare il nostro modo di percepire il mondo. Haino lo realizza attraverso l’eccesso e la trasformazione; Davachi attraverso la sottrazione e la contemplazione. Il 70° Festival Internazionale di Musica Contemporanea si preannuncia come un evento imperdibile.
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