Comicon 2026: il significato della cultura pop come connessione con la realtà
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Esiste una parte dell’Italia migliore che, nonostante tutto, continua a rimanere invisibile. Chissà quale sarebbe stata l’opinione di Pasolini riguardo a questa mutazione antropologica: quasi duecentomila giovani che per quattro giorni vivono un’esperienza alternativa. Tuttavia, non si tratta solo di evasione, poiché mai come in questo periodo il fumetto riesce a riflettere, in modo indiretto, la politica, il disagio sociale e la rabbia giovanile.
Quasi duecentomila persone in coda, precisamente 183.000, ammassate dentro e attorno alla Mostra d’Oltremare, rappresentano più di un semplice dato di affluenza: sono un censimento parallelo di un Paese che non trova spazio nelle statistiche dell’Istat né nei sondaggi elettorali. Sono il controcampo dei talk show serali, una realtà sommersa che riemerge una volta all’anno, in quattro giorni di sospensione delle gerarchie, dove il costo del biglietto consente di acquistare qualcosa di raro in Italia: tempo condiviso, concentrazione e attenzione reciproca. È un’Italia che non si riunisce per ascoltare il discorso di un leader, ma per partecipare a 650 eventi – incontri, panel, concerti, partite, proiezioni – in cui la politica si esprime non attraverso i comizi, ma attraverso le storie: di fumetti, serie, videogiochi e musica.
Forse Pasolini avrebbe compreso che questo non è un semplice “evento pop”, ma una sorta di liturgia laica, una nuova parrocchia dove il catechismo è rappresentato da manga, graphic novel, videogiochi, e dove l’omelia è tenuta da sceneggiatori, illustratori, doppiatori e cantanti. Lui, che temeva l’omologazione della televisione, potrebbe essere rimasto sorpreso da questa massa che appare omogenea: perché dietro le magliette di anime e i cosplayer si cela una geografia sociale frantumata, composta da lavori precari, studi interrotti, città di provincia e periferie poco raccontate. Qui, per quattro giorni, il ragazzo che a scuola non interagisce con nessuno si unisce ad altri mille per ascoltare l’editor di Dragon Ball o il mangaka di Vinland Saga. La ragazza che viene definita “strana” perché disegna incessantemente si ritrova improvvisamente in mezzo a 520 espositori che possono farle comprendere che il disegno non è solo un hobby, ma una professione possibile, una filiera economica che genera 43,1 milioni di euro solo in termini di impatto sul territorio. E che chi si sente “strano” e “diverso”, per qualsiasi ragione, può trovare il proprio posto nel mondo.
La mutazione antropologica di oggi è questa: una generazione accusata di vivere esclusivamente attraverso i cellulari che sceglie invece di rimanere stipata in un autobus o in un treno per raggiungere un luogo affollato dove il gesto principale non è scorrere, ma partecipare a un firmacopie, a un talk o a una partita di ruolo. O anche diventare protagonisti, mostrando attraverso il costume un aspetto di sé che può essere narcisismo, ma anche una proiezione del proprio io più autentico.
È paradossale: mentre il mondo degli adulti sostiene che i giovani “non leggono più”, questi si affollano per un festival che ha come fulcro un oggetto ancestrale come il libro o, meglio, come amava definirlo Hugo Pratt, la “letteratura disegnata”, capace di comunicare in modo più efficace di molti media a un pubblico vasto e variegato. A partire dal mondo dei supereroi, dove autori come Denize Camp, sceneggiatore di punta oggi insieme a Chip Zdarsky e Matt Fraction, riscrivono leggende come Batman, Capitan America o un personaggio meno noto, Martian Manhunter, con una visione contemporanea: massacri nelle scuole, violenza, intrighi di potere, offrendo un ritratto implacabile dell’America, che funge da cartina di tornasole per il cambiamento della percezione di questo Paese, che per lungo tempo ha incarnato l’idea di democrazia. Camp afferma che «È giunto il momento di parlare, perché è inutile illudersi che il fumetto non sia politica: lo è sempre stata e oggi è un dovere morale affrontare ciò che accade». Il suo Martian Manhunter è al contempo psichedelico e iperrealistico, affronta il razzismo in modo simbolico, ma ha anche una trama avvincente. Non sorprende che sia il gioiello di cui tutti parlano. Anche il Capitan America di Zdarsky non è più lo stesso di un tempo, come spiegava: «Il mio Cap è un uomo che crede nel sogno di libertà e democrazia con cui è cresciuto, ma che spesso non è d’accordo con i politici che governano gli Stati Uniti in cui si ritrova dopo essersi risvegliato. Il suo obiettivo è rendere il suo Paese migliore. È un personaggio molto, molto interessante, specialmente ora».
Certamente, tutto ciò è anche industria culturale, spettacolo di massa e consumo, ma non si può trascurare un aspetto: questi giovani non stanno semplicemente acquistando gadget, ma stanno costruendo un linguaggio comune. Fatto di curiosità, passione, gioia e quindi di pace. In un mondo segnato da conflitti, violenza e follia. Quando Zdarsky spiega che il suo Capitan America non si riconosce nei politici che governano il Paese, ma continua a credere nel sogno di libertà e democrazia, sta traducendo in forma epica un sentimento diffuso tra i ventenni, non solo americani o europei, che avvertono il peso che le generazioni precedenti hanno scaricato su di loro, fatto di lavoro precario e incertezze. Il supereroe, che un tempo rappresentava il simbolo dell’America trionfante, oggi diventa il simbolo della disillusione organizzata: non abbandona (quasi mai) il sogno, ma ha perso fiducia nelle istituzioni che dovrebbero incarnarlo.
Nell’iperrealismo psichedelico di Martian Manhunter, che affronta temi come razzismo, massacri nelle scuole e complotti di potere, c’è qualcosa che va oltre la trama: è la narrazione della normalizzazione dell’orrore come sfondo quotidiano. Camp ne è consapevole, e così utilizza un alieno verde per esprimere una verità profondamente terrestre: la società ha smesso di considerare inaccettabile ciò che dovrebbe rimanere indicibile. Pasolini parlava di “genocidio culturale” delle classi popolari; qui potremmo discutere di “genocidio emotivo”: la capacità di rimanere colpiti dagli eventi si cauterizza, e il fumetto cerca di riaprire la ferita, restituendo il dolore sotto forma di racconto.
I dati del festival – 480 ospiti provenienti da tutto il mondo, 10 sezioni, 650 eventi, un fuori festival con oltre 30 appuntamenti in città, mille pernottamenti organizzati, 500 collaboratori, 50 persone che lavorano tutto l’anno – rappresentano una macchina perfettamente integrata che produce cultura e consumo: ma c’è consumo e consumo. Questo tipo di consumo, dietro, ha un’anima, una passione, non è fine a se stesso. In un’Italia che genera precarietà e solitudine, questa macchina crea anche spazi di socialità non algoritmica, comunità temporanee che si incontrano fisicamente per condividere narrazioni. Non si tratta di difendere il “gioco” o il “fumetto” come innocenti, ma di riconoscere che industrie culturali e bisogni profondamente umani si intrecciano in modo inestricabile. È l’ambiguità perfetta del nostro tempo: un festival che genera 43 milioni di euro e allo stesso tempo offre a una diciassettenne di Caserta la prima opportunità di discutere di razzismo.
Non è un caso che il direttore del festival, Claudio Curcio, affermi di voler “invertire la narrazione comune sui giovani concentrati solo sui cellulari”, evidenziando che qui conta “stare insieme dal vivo, condividere piuttosto che dividere”. Inoltre, il Comicon ha sempre prestato attenzione al fumetto underground, al manga di nicchia e ai giochi di ruolo indie. Quando si è mai vista in Italia una mostra dedicata a Robert Crumb, pioniere dell’underground americano, la cui influenza arriva fino ad Andrea Pazienza e al gruppo di Cannibale e Frigidaire, che si inaugura il 27 maggio al Maschio Angioino. Il ritorno di questi mondi è un segnale chiaro: si pensi alla grande mostra al MAXXI di Roma, tempio dell’arte contemporanea, dedicata proprio ad Andrea Pazienza: c’è voglia di sovvertire l’omologazione, la Milano da bere, il culto dell’esteriorità fine a se stessa.
La politica dovrebbe rendersene conto, non essendo più in grado di entrare in contatto con i più giovani: sono loro gli alieni emarginati, le ragazze che scoprono di avere poteri magici che le aiutano a combattere contro sistemi che le vogliono sottomesse, quelle che indossano il costume da cosplayer con orgoglio come simbolo della loro sessualità.
Inoltre, non è tutto: dal 10 aprile al 31 maggio, il COMICON OFF ha trasformato l’intero tessuto urbano in un laboratorio di cultura pop e partecipazione, con eventi distribuiti in musei, biblioteche, piazze e metropolitane. Iniziative come “Alta frequenza” che portano mostre a Palazzo Cavalcanti o il sorprendente contest di K-Pop tra le fermate dell’arte metropolitana, rivelano un’infiltrazione vitale dell’immaginario giovanile nelle istituzioni della cultura “alta”. Non c’è quartiere che non sia coinvolto: persino il Centro Direzionale è diventato palcoscenico per un “Block Party” con hip-hop e pittura urbana, dimostrando che l’underground non desidera più rimanere isolato. Questa è la direzione da seguire per offrire alternative ai più giovani, soprattutto in contesti complessi: è il modo per fornire un’alternativa reale e pacifica a una violenza che certamente esiste, ma che spesso rappresenta un allarme sociale nei confronti dei più giovani, che non può essere affrontato solo con la repressione. Non a caso al Comicon non si sono verificati incidenti di alcun tipo. Ricominciamo da qui.
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