Cosa accade ai nostri risparmi nelle banche, il nuovo numero della rivista Eco

Cosa accade ai nostri risparmi nelle banche, il nuovo numero della rivista Eco 1

La storia ci dimostra che le crisi bancarie non sono eventi che rimangono isolati nel settore finanziario: si evolvono in recessioni gravi, disoccupazione duratura e aumento del debito pubblico. Dalla Grande Depressione alla crisi dell’euro, la cronaca evidenzia come un’eccessiva espansione del credito possa predisporre a shock prolungati. Le banche sono fondamentali ma vulnerabili: per questo è necessario adottare regole, monitoraggio e politiche preventive, come chiarisce Tommaso Monacelli, docente di economia all’università Bocconi, nell’articolo che inaugura il nuovo numero della rivista Eco, mensile economico diretto da Tito Boeri (disponibile in edicola da oggi a 8 euro, o in formato digitale: www.rivistaeco.com). Qui l’autore espone ciò che abbiamo appreso in 150 anni di crisi bancarie e il motivo per cui in Europa, in assenza di una vera unione bancaria e di un titolo pubblico comune, il legame tra debito sovrano e banche continua a rappresentare un pericolo per l’intero sistema.

In effetti, i banchieri sono tra le figure più disprezzate – e invidiate – a livello globale, scrive lo stesso Boeri nel suo editoriale, «perché privatizzano i profitti generati con i soldi altrui e socializzano le perdite attraverso salvataggi finanziati con i fondi dei contribuenti». Pertanto, sebbene i salvataggi bancari possano talvolta risultare necessari, è fondamentale riflettere su «come restituire ai cittadini i significativi profitti delle istituzioni creditizie, non attraverso una tassazione una tantum, ma promuovendo una diminuzione dei costi che le banche trasferiscono alla clientela».

Tra gli altri articoli inclusi nel numero di febbraio della rivista, si trova l’analisi di Lorenzo Borga riguardo all’introduzione da parte del governo Meloni, dopo due anni di tentativi infruttuosi, di un nuovo onere fiscale per banche e assicurazioni, previsto per generare oltre quattro miliardi e mezzo di euro nel 2026 per le finanze pubbliche. Tuttavia, l’autore ci mette in guardia: non chiamateli extraprofitti. Infatti, la misura giunge in un momento in cui il contesto è già mutato: i profitti del settore bancario non sono più legati ai tassi della Bce, ma a un modello di business sempre più focalizzato sull’intermediazione e sulla gestione del risparmio. Il rischio è che la nuova imposta non incida realmente sugli istituti di credito, ma ricada sui risparmiatori già gravati da commissioni tra le più elevate d’Europa.

Infine, Francesco Giavazzi, professore emerito all’università Bocconi, pone una questione: perché stiamo cedendo Banco Bpm, un elemento cruciale del nostro sistema finanziario, ai francesi? Quali sono le vere motivazioni della strategia governativa?

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