“Dall’est all’Africa così ho raccontato la grande storia”
Bernardo Valli (a destra) insieme con Eugenio Scalfari e Sandro Viola
A novantacinque anni e mezzo, Bernardo Valli ha deciso di dare un taglio agli aerei. Dopo averne presi centinaia durante la sua carriera da corrispondente, ha scelto di evitare quello che lo avrebbe portato a Roma da Parigi per celebrare i 50 anni di Repubblica. Tuttavia, anche per un uomo come lui, che non è un grande fan di compleanni e anniversari, il significato di questa celebrazione è innegabile: ed eccoci qui, seduti accanto a un telefono, a raccogliere i pensieri del “principe degli inviati”, colui che dalle pagine di questo giornale ha narrato il mondo, portando con sé i lettori dall’Africa al Medio Oriente, passando per l’Asia e l’Est Europa.
Bernardo, puoi raccontarci come sei approdato a Repubblica?
“Sono giunto dal Corriere della Sera. Tornavo dal Vietnam la prima volta che sono entrato in contatto con Repubblica: il giornale non era ancora nato. Ho trascorso un periodo con Scalfari e Caracciolo al tavolo dei fondatori. Ho lavorato lì per un paio d’anni, poi mi sono trasferito alla Stampa, poiché Giorgio Fattori, il direttore, era un mio amico. Alla fine, sono ritornato a Repubblica, che a quel punto era già ben avviata, come inviato speciale. Nel corso degli anni, con Scalfari e Caracciolo, è nata un’amicizia profonda: lenta, ma straordinaria. Erano persone di incommensurabile valore”.
Qual era l’idea che circolava attorno a quel tavolo: cosa volevate realizzare?
“Raccontare le notizie. Bene. In modo rapido. E bisogna dirlo: ha funzionato. Certo, all’inizio ci è voluto un po’ per partire, ma poi il successo è stato sorprendente e, è importante sottolinearlo, è stato ovunque: al Nord, al Centro e al Sud dell’Italia. ItaliaNow è diventata centrale nel racconto del Paese e del mondo. Riguardo al racconto del mondo, fino a un certo punto il giornale era il leader dell’informazione: l’unico che narrava e spiegava. Da un certo momento in poi, la concorrenza della televisione ha iniziato a farsi sentire: le dirette e tutto il resto. Ma noi eravamo sempre presenti”.
Tu senza dubbio: ai lettori di Repubblica hai raccontato il mondo…
“Direi di sì. Prima ho trascorso un lungo periodo in Portogallo, per la rivoluzione. E poi l’Estremo Oriente, il Medio Oriente, le guerre in Israele, il crollo del Comunismo in Europa dell’Est e il lento arrivo delle democrazie in quei Paesi… Sicuramente ho dimenticato qualcosa”.
Adesso potresti dire che è scontata. Ma questa è la Storia con la maiuscola: ti rendevi conto di essere parte della Storia?
“Mah, guarda. Adesso ti direi di sì, allora chissà. Ho vissuto tutte le guerre: in Africa, in Asia, in America Latina, in Medio Oriente. Come si può dire… sono stato uno che seguiva i cambiamenti di regime, le rivoluzioni e i colpi di Stato”.
Prima hai detto: “È arrivata la diretta tv ed è cambiato tutto”.
“Sì, certo. Quando le televisioni hanno iniziato a trasmettere in diretta dai luoghi del mondo dove accadevano i fatti, il giornale cartaceo ha perso visibilità. Ma noi siamo rimasti a galla grazie all’intelligenza di Scalfari, dei giornalisti che lavoravano con lui e alla rapidità con cui Caracciolo riusciva a distribuire il giornale: eravamo nei Paesi africani che conquistavano l’indipendenza, così come in quelli asiatici e poi ci siamo recati nelle nazioni ex sovietiche per comprendere come stessero cambiando. Non tutti lo facevano”.
Se ti chiedessimo di scegliere un’esperienza tra le tante fatte per Repubblica: il servizio più bello…
“L’assedio di Baghdad. Siamo stati i migliori, senza alcun dubbio. Quando tornai a Roma, dopo tanto tempo lì, Scalfari organizzò un grande pranzo per festeggiare: c’erano tutti, la direzione, l’editore, i capi dei servizi. E c’ero io, l’inviato speciale. Fu magnifico”.
Esiste qualcosa che avresti voluto realizzare e non hai fatto?
“Beh, credo di aver fatto tutto nella mia vita”.
Quindi nessun rimpianto?
“Nessun rimpianto. O meglio, il rammarico di quando l’importanza del giornale cartaceo non era stata, come oggi, ridimensionata dall’arrivo della televisione e di altre fonti di informazione rapide, che hanno trovato spazio tra i giovani”.
Parli di Internet: ma alla fine su Internet ci siamo anche noi, e non ce la caviamo tanto male. E anche tu utilizzi molto la rete per informarti…
“Certo. Dico solo che il giornalismo è cambiato e che il ruolo individuale è diminuito, perché non sei più solo tu a raccontare. Ma il giornalista rimane un protagonista assoluto, il testimone degli eventi che vive in prima persona e poi narra ai lettori”.
Oggi che guardi da lontano, da Parigi, questo giornale che è la tua casa da tanti anni, come lo percepisci?
“Stai ponendo questa domanda a qualcuno che ha quasi cento anni…”.
Novantacinque e mezzo…
“Ecco, sei più precisa di me. Provo a risponderti dal mio punto di vista di quasi centenario: Repubblica è cambiata, è stata ridimensionata rispetto ai tempi in cui c’ero io. Ma rimane un giornale intrigante”.
Un augurio per i nostri 50 anni, guardando al futuro, ce lo fai?
“Certo che ve lo faccio. A Repubblica mando il mio affetto. Solidale”.