Gli anni delle sfide

Gli anni delle sfide 1

Quando osservo i miei colleghi, e sono davvero tali, che maneggiano il loro cellulare facendo segnali rapidi e incomprensibili, e poi mi leggono ciò che è scritto, rivelandomi un segreto noto a tutti tranne che a me, mi gira la testa e faccio finta di non vedere. L’anno scorso non l’avrei compreso e immagino che l’anno prossimo, se ci sarò, capirò ancora meno. Scusatemi, sì, per me il paradiso dell’IA misteriosamente intrecciato con Internet mi è inaccessibile. Non voglio sapere nulla di lui e presumo che lui non desideri sapere nulla di me. Pace.

Di anno in anno vi ho raccontato, piena di ottimismo, che molte cose sarebbero mutate, ed eccolo qui: è tornato Donald , con una fortuna di 7,3 miliardi di dollari, con le laboriose fontanelle dorate nel soggiorno, e una pettinatura dorata immobile anche nel vento. lo deride ogni giorno, con i suoi 80 anni che lo fanno camminare in modo strano, e votato purtroppo dal maggior numero di persone. Se la vedano loro, mentre il “no nobel” per la pace a cui lui tiene tanto va a una gentile signora, Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana. Nel frattempo, pace o meno, l’Ucraina è vittima da quattro anni dell’orribile Putin, e a Gaza, dal 7 ottobre 2023, gli israeliani continuano a eliminare il solito numero di civili palestinesi anche mentre discutono di pace ogni giorno.

Il prossimo anno segna anche un importante anniversario: i 50 anni di . Fino al 14 gennaio del ’76 non esisteva, ma in quel giorno il giornale, in una forma più contenuta e rapida rispetto ai grandi quotidiani, prese vita, con a capo il geniale Scalfari che lo guidò a lungo tra e . Io entrai due mesi prima della sua uscita, e dopo 50 anni sono ancora qui. Tanti; troppi; una vera esagerazione. Non credo ce ne siano altri. Sarebbero davvero molto anziani.

Io ho condiviso mezzo secolo della mia esistenza con Repubblica, gli anni più belli e ora quelli più tristi: siamo tornati, dopo 80 anni (che sembravano mille!) di una situazione che in alcune nazioni è chiamata democrazia, ma in molte altre no, alla confusa e crudele arroganza che ha portato i molto ricchi a disprezzare i cosiddetti “porcellini”, cioè noi.

Mi sono innamorata di ciò che Repubblica mi ha offerto. Anche durante gli anni del terrorismo e delle stragi. Io c’ero e ci lavorai a lungo: mi stordirono i morti. Da quel momento, e ne ho visti tanti, i cadaveri non mi colpirono più.

Nel frattempo stava emergendo il nuovo, nuovissimo prêt-à-porter italiano che all’improvviso rese molte persone miliardari. Krizia, i Missoni, Ferrè, Moschino, Prada, Dolce e Gabbana, Gigli e soprattutto Armani che nel ’82 conquistò la copertina dell’americano Time. Così nacquero i professionisti della moda, giornalisti considerati poco, me compresa. Tra Brigate Rosse e altre stragi, ogni tanto mi dedicavo a scrivere articoli su qualcosa di bello. Allora si poteva essere anche divertenti, finché la proprietaria di un marchio mi fermò e disse: «Lei ha scritto otto righe in più rispetto agli altri e dovrò comunicarlo alla pubblicità». E io da quel momento compresi che anche la moda bella dovevo lasciarla.

Nel frattempo, mentre le Brigate Rosse uccidevano circa ottanta persone, culminando con l’assurda morte, nel ’78, di Aldo Moro e, prima, dei suoi cinque agenti di scorta, alcuni stilisti accumulavano la loro nuova ricchezza. E nascondevano ciò che allora era considerato una diavoleria, un peccato, qualcosa che in alcuni Paesi era ancora punito con la morte: l’omosessualità. Partivano in aereo il venerdì sera e a New York si rinchiudevano in dark room per tornare fuori il lunedì mattina. Stanze quasi buie dove la frenesia rumorosa e cieca dell’incontro esaltava la performance. Era apparso l’Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita colpiva anche quelli delle dark room. Io li vedevo morire in modo orribile. E per questo fui inviata a San Francisco nel 1982, per approfondire al congresso internazionale di Aids. Sono stati milioni i morti e adesso, grazie a farmaci speciali, l’Aids non guarisce, ma permette di vivere.

Ho notato che i presidenti del consiglio fino a un certo punto erano quasi tutti democristiani (ora non ci sono più), eppure pochi di loro hanno raggiunto la longevità della premier Meloni. I suoi consensi, lentamente, continuano a crescere, e la sinistra non riesce a trovare il modo di superarla. Forse, chissà, bisognerebbe dimenticare chi non ce la fa e ricordarsi di chi a fatica ce la farebbe, dando loro la speranza di potercela fare.

Anche la destra di Meloni continua a inventare qualcosa, per poi abbandonarlo. Che si tratti del ponte sullo stretto o, addirittura, di aumenti di un euro per le pensioni. Il Vannacci con le sue sciocchezze placa la memoria di chi cambia ormai ogni istante, e infatti desidererebbe che nulla mutasse. Salvini è un disastro e farebbe bene a stare con Putin, che lo travolgerebbe in un attimo, come se non fosse mai esistito. I cinquant’anni di Repubblica arrivano così e noi che tanto la amiamo siamo pronti a metterci in fila perché qualcosa cambi, al di fuori di noi, e infine anche dentro di noi.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More