Habermas, un importante intellettuale tedesco con una visione europea
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(afp)
BERLINO. “L’Ucraina non deve soccombere nella guerra”: fino all’ultimo Jürgen Habermas, il noto filosofo tedesco scomparso oggi all’età di 96 anni, ha partecipato attivamente al dibattito pubblico, in linea con la Teoria dell’agire comunicativo che aveva elaborato negli anni Ottanta e con la convinzione che l’opinione pubblica rappresentasse un fondamento della democrazia. Nel 2023, il grande discepolo di Adorno si oppose a chi criticava la cautela del governo socialdemocratico di Olaf Scholz nel fornire armamenti pesanti a Kiev, e l’anno successivo sollecitò un rilancio della diplomazia per risolvere il conflitto tra russi e ucraini. È stato, fino alla fine, la coscienza della Germania e dell’Europa.
Habermas è stato uno dei più influenti filosofi e sociologi tedeschi del dopoguerra, tradotto in numerose lingue, un europeista convinto e instancabile sostenitore della democrazia. Fin da giovane si distinse come un abile polemista: fu il primo a denunciare il pensiero nazionalsocialista nella filosofia di Heidegger in un articolo pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung negli anni Cinquanta, che suscitò un grande scandalo. Circa dieci anni dopo, Heidegger fu altrettanto perspicace nel riconoscere la violenza insita nelle frange più radicali del movimento del ’68. Coniò l’espressione “fascisti di sinistra”, ma si pentì quando quel termine cominciò a essere utilizzato come un’arma dalla destra.
I conservatori lo deridevano chiamandolo “uccello della tempesta”, ma Habermas è sempre stato il più libero di tutti, instancabile nell’ammonire i tedeschi riguardo alla tentazione di ricadere nel nazionalismo. Si definiva un “patriota della costituzione” e diffidava dei sentimentalismi, anche quando le due Germanie si riunificarono nel 1990, sempre preoccupato che “le cose potessero andare male”, che i tedeschi potessero tornare nell’inferno che aveva segnato la sua giovinezza, il nazismo. Come Thomas Mann, Habermas era un europeista convinto. Il brillante filosofo della seconda Scuola di Francoforte era ossessionato dai pericoli di una de-democratizzazione, dalle insidie dei neo-conservatorismi.
Osservatore attento e illuminato, demolì nell’Historikerstreit del 1986 gli storici revisionisti come Ernst Nolte o il biografo di Hitler, Joachim Fest, che cercarono di minimizzare le colpe dei nazisti paragonando le loro atrocità a quelle del regime stalinista. Tuttavia, negli anni Novanta, quando il governo del socialdemocratico Gerhard Schroeder decise di intervenire militarmente in Kosovo, Habermas lo sostenne. Il filosofo si schierò a favore dei verdi, del partito pacifista del ministro degli Esteri Joschka Fischer, che giustificò l’intervento dell’Onu con la promessa dei tedeschi al mondo: “mai più Auschwitz”, mai più genocidi.
Habermas risvegliò le coscienze anche durante la crisi finanziaria del 2008, quando difese con passione il salvataggio della Grecia, mal visto da molti tedeschi, dalle colonne della Sueddeutsche Zeitung: ancora una volta si rivelò un pilastro nella difesa degli interessi europei. Criticò l’”inflessibilità” di Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel, che richiesero enormi sacrifici ad Atene in cambio dei salvataggi comunitari – Habermas definì quella della cancelliera una “democrazia conforme ai mercati”. Tuttavia, pochi anni dopo, si eresse a difensore delle politiche migratorie generose di Merkel.
Il filosofo denunciò più volte la “nanificazione” delle élite europee, la loro visione ristretta, come direbbe Dante, la loro incapacità di prendere decisioni che andassero oltre le convenienze del momento e le scadenze elettorali. “L’Unione europea non potrà avere un carattere democratico finché i partiti politici eviteranno di considerare alternative a decisioni di grande portata, finché non le prenderanno neppure in considerazione”.
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