Il plebiscito cileno del 1988

Il plebiscito cileno del 1988 1

Per la prima volta dopo anni, milioni di cileni tornarono alle urne per decidere direttamente il futuro politico del Paese. Augusto Pinochet governava dal colpo di Stato del 1973 e la Costituzione approvata nel 1980 aveva previsto una consultazione sulla permanenza del candidato indicato dalle Forze armate alla presidenza per altri otto anni. Quel candidato era lo stesso Pinochet. Il 5 ottobre 1988 il Sì avrebbe prolungato la sua permanenza al potere, mentre il No avrebbe aperto la strada alle elezioni presidenziali e parlamentari. Il plebiscito cileno del 1988 si concluse con la vittoria del No e avviò il percorso istituzionale che portò alla fine della dittatura e al passaggio dei poteri a un presidente eletto nel marzo 1990.

Quindici anni sotto Pinochet

Il Cile arrivò al plebiscito dopo quindici anni di governo militare. L’11 settembre 1973 le Forze armate rovesciarono il presidente socialista Salvador Allende, eletto nel 1970 alla guida della coalizione Unidad Popular. Il golpe portò alla formazione di una giunta composta dai comandanti delle Forze armate e dei Carabineros, all’interno della quale Augusto Pinochet consolidò progressivamente la propria posizione fino a diventare la figura dominante del nuovo regime.

Il Congresso venne sciolto, i partiti dell’Unidad Popular furono messi fuori legge e l’attività politica venne sottoposta a pesanti restrizioni. Arresti, torture, esecuzioni, sparizioni forzate ed esilio colpirono gli oppositori. Negli anni successivi le commissioni istituite dallo Stato cileno avrebbero documentato migliaia di vittime di esecuzioni e sparizioni e decine di migliaia di persone sottoposte a detenzione politica e tortura. Il regime accompagnò la repressione a una profonda trasformazione economica, affidandosi progressivamente a politiche di liberalizzazione, privatizzazione e riduzione dell’intervento statale.

Pinochet non intendeva però presentare il governo militare come una soluzione priva di un futuro assetto istituzionale. Negli anni Settanta iniziò un processo destinato a costruire nuove regole costituzionali e a disciplinare dall’interno dello stesso regime il successivo passaggio politico. Il risultato fu la Costituzione del 1980, che sarebbe diventata decisiva otto anni più tardi.

La Costituzione del 1980 e il referendum previsto dal regime

La nuova Costituzione venne sottoposta a plebiscito l’11 settembre 1980 e approvata in una consultazione priva delle garanzie che avrebbero caratterizzato il voto del 1988. Non esistevano registri elettorali aggiornati e l’opposizione operava in condizioni fortemente limitate. Il testo entrò in vigore l’11 marzo 1981 e stabilì un periodo transitorio durante il quale Pinochet avrebbe continuato a governare.

Il meccanismo previsto per il 1988 era particolare. Alla fine del periodo transitorio, i comandanti in capo delle Forze armate e il direttore generale dei Carabineros avrebbero dovuto indicare un candidato alla presidenza. I cittadini sarebbero stati chiamati a pronunciarsi attraverso un plebiscito. Una vittoria del Sì avrebbe consentito al candidato designato di assumere un nuovo mandato presidenziale di otto anni. Una vittoria del No avrebbe invece attivato il percorso previsto dalla stessa Costituzione verso elezioni presidenziali e parlamentari. La consultazione era dunque stata incorporata nel disegno istituzionale costruito dal regime, anche se il suo esito avrebbe finito per produrre una conseguenza diversa da quella auspicata dai sostenitori di Pinochet.

Nel corso degli anni Ottanta, inoltre, il Cile era cambiato. La grave crisi economica iniziata nel 1982 aveva contribuito alla crescita delle e dal 1983 una serie di mobilitazioni nazionali aveva riportato nelle strade un’opposizione che comprendeva organizzazioni politiche, sindacali, studentesche e sociali. La repressione continuò, mentre parallelamente una parte crescente dell’opposizione cominciò a considerare possibile utilizzare le stesse procedure costituzionali del regime per ottenere la fine della presidenza Pinochet.

L’opposizione decide di partecipare

La scelta non era scontata. Parte dell’opposizione temeva che partecipare al plebiscito significasse legittimare la Costituzione del 1980 e un procedimento organizzato all’interno dell’ordinamento creato dalla dittatura. Esistevano inoltre forti dubbi sulla possibilità che una consultazione elettorale potesse svolgersi con sufficienti garanzie dopo anni di autoritarismo.

Durante la seconda metà degli anni Ottanta, tuttavia, vennero ricostituiti i registri elettorali e riattivato il Tribunal Calificador de Elecciones. La registrazione degli elettori assunse così un’importanza politica decisiva. Secondo la Biblioteca del Congresso del Cile, si iscrissero 7.435.913 cittadini, una partecipazione alla registrazione eccezionalmente alta dopo oltre quindici anni senza normali consultazioni popolari.

Nel gennaio 1988 diciassette partiti dell’opposizione formarono la Concertación de Partidos por el No. La coalizione riuniva forze con storie e posizioni differenti, dalla cristiana a settori socialisti, socialdemocratici e liberali, accomunate dall’obiettivo immediato di impedire la prosecuzione della presidenza Pinochet e ottenere elezioni competitive. La Biblioteca del Congresso cileno conserva ancora volantini, istruzioni per gli elettori e materiali prodotti da quella campagna, compresi documenti destinati a organizzare rappresentanti nei seggi e controllare lo scrutinio.

Il 30 agosto 1988 i comandanti delle Forze armate indicarono ufficialmente Augusto Pinochet come candidato unico. La scheda avrebbe quindi presentato una scelta apparentemente elementare, Sì oppure No, dietro la quale si trovavano due percorsi politici differenti.

Quindici minuti di televisione

Uno degli aspetti più ricordati del plebiscito cileno del 1988 fu la campagna televisiva. Dal 5 settembre al 1° ottobre le due opzioni ebbero accesso quotidiano a uno spazio televisivo regolamentato. Dopo anni nei quali l’opposizione aveva avuto possibilità estremamente limitate di apparire sui principali mezzi di comunicazione, milioni di cileni poterono vedere ogni giorno la propaganda del Sì e quella del No.

La campagna del No compì una scelta comunicativa destinata a diventare celebre. Le violazioni dei diritti umani e la repressione non vennero cancellate dal racconto, ma la comunicazione cercò contemporaneamente di presentare l’alternativa a Pinochet attraverso un linguaggio capace di ridurre la paura legata al cambiamento. Il logo utilizzava un arcobaleno per rappresentare la pluralità delle forze della Concertación e lo slogan «Chile, la alegría ya viene» associava il No alla possibilità di un futuro democratico.

La strategia aveva una ragione politica precisa. La campagna doveva convincere anche persone che potevano desiderare la fine del governo militare e allo stesso tempo temere che una sconfitta di Pinochet provocasse instabilità, violenza o il ritorno alle tensioni precedenti al 1973. La propaganda del Sì insisteva invece sulla stabilità, sui risultati economici attribuiti al governo e sui rischi che, secondo i sostenitori di Pinochet, sarebbero derivati dalla vittoria dell’opposizione. I materiali conservati dalla Biblioteca del Congresso mostrano la varietà delle campagne rivolte a lavoratori, donne, giovani e persino membri delle Forze armate.

La franja televisiva sarebbe diventata uno degli elementi più conosciuti della consultazione anche nella cultura popolare, fino a essere ricostruita molti anni dopo in libri, documentari e nel film No di Pablo Larraín. Ridurre il risultato alla sola efficacia pubblicitaria sarebbe però fuorviante. Dietro quei quindici minuti quotidiani esistevano anni di mobilitazioni, organizzazione politica, ricostruzione delle reti dell’opposizione e un vasto lavoro per iscrivere gli elettori e predisporre il controllo dei seggi.

Il 5 ottobre 1988

Il giorno del voto fu accompagnato da una forte incertezza. Dopo quindici anni di governo militare, l’opposizione temeva possibili irregolarità e aveva organizzato una rete di rappresentanti e sistemi paralleli di raccolta dei risultati. Per Pinochet e i suoi sostenitori, invece, il voto rappresentava la possibilità di ottenere attraverso il meccanismo costituzionale un ulteriore mandato presidenziale.

L’affluenza fu enorme. Più di sette milioni di persone parteciparono alla consultazione. Con il procedere dello scrutinio, i dati raccolti dall’opposizione indicarono progressivamente un vantaggio del No. Le informazioni ufficiali arrivarono però lentamente e per diverse ore il Paese rimase nell’incertezza sull’esito e sulla reazione delle autorità.

La notte del 5 ottobre è stata successivamente ricostruita attraverso testimonianze dei protagonisti politici e militari, con particolare attenzione alle discussioni interne al governo e alle Forze armate. Su alcuni dettagli di quelle ore esistono versioni differenti, per cui è opportuno distinguere i fatti documentati dalle ricostruzioni successive. Il dato fondamentale è che il risultato elettorale venne infine riconosciuto e il processo previsto dalla Costituzione poté proseguire.

La Biblioteca del Congresso cileno registra 7.236.241 voti scrutinati e attribuisce al No 3.959.495 voti, pari al 54,70%, mentre il Sì ottenne 3.111.875 voti, pari al 43%. Le percentuali residue corrispondevano a schede bianche o nulle. Le cifre possono differire leggermente in alcune ricostruzioni a seconda che vengano considerati il totale dei votanti oppure soltanto determinate categorie di schede, ma l’esito fu inequivocabile: la maggioranza respinse la prosecuzione del mandato di Pinochet.

Il No non fece cadere Pinochet quella notte

La vittoria del No viene spesso sintetizzata come la fine della dittatura cilena, ma Pinochet non lasciò il potere il 6 ottobre 1988. Il risultato mise in moto il procedimento istituzionale previsto dalla Costituzione, mentre il generale rimase presidente per altri diciassette mesi.

Questa distinzione è essenziale per comprendere la transizione cilena. Il plebiscito impedì a Pinochet di ottenere il nuovo mandato di otto anni sottoposto agli elettori e impose la convocazione di elezioni competitive. Nel periodo successivo governo e negoziarono anche modifiche alla Costituzione, sottoposte a un nuovo referendum nel luglio 1989.

Il passaggio verso un governo eletto avvenne quindi all’interno di istituzioni che conservavano diversi elementi costruiti durante il regime militare. La Costituzione del 1980 rimase in vigore, seppure modificata, e le Forze armate conservarono una posizione importante. Pinochet stesso sarebbe rimasto comandante in capo dell’esercito fino al 1998 e sarebbe poi diventato senatore a vita secondo le disposizioni costituzionali allora esistenti.

Parlare del 5 ottobre come di un momento decisivo della transizione è dunque più preciso che descriverlo come una cesura immediata tra dittatura e democrazia. Il voto determinò la sconfitta del progetto di prolungare la presidenza Pinochet e rese possibile il successivo trasferimento del potere, senza cancellare in una sola notte le istituzioni e gli equilibri costruiti nei quindici anni precedenti.

Le elezioni del 1989

Dopo il plebiscito cileno del 1988, l’opposizione trasformò la coalizione del No nella base politica con cui affrontare le successive elezioni. Il candidato presidenziale della Concertación fu il democristiano Patricio Aylwin, mentre le forze favorevoli alla continuità politica con il regime si presentarono alla consultazione in un sistema ormai competitivo.

Le elezioni presidenziali e parlamentari si svolsero il 14 dicembre 1989. Aylwin vinse la presidenza e il 11 marzo 1990 Pinochet gli consegnò la fascia presidenziale. Fu questo passaggio a concludere formalmente il periodo in cui Pinochet aveva guidato il Paese dal golpe del settembre 1973. La Biblioteca del Congresso cileno collega direttamente la vittoria del No alla convocazione delle elezioni e alla consegna del potere nel marzo 1990.

La nuova amministrazione dovette governare dentro una transizione caratterizzata da limiti istituzionali e politici. Il problema delle violazioni dei diritti umani commesse durante la dittatura rimase centrale, così come quello dei rapporti con le Forze armate e della permanenza di norme ereditate dal precedente ordinamento. Nel 1990 venne istituita la Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione, conosciuta come Commissione Rettig, incaricata di indagare sulle più gravi violazioni dei diritti umani con esito mortale avvenute durante il regime.

La transizione cilena fu quindi un processo prolungato, fatto di elezioni, negoziati, riforme costituzionali e conflitti sulla memoria e sulla responsabilità per i crimini della dittatura. Il 5 ottobre rappresentò il passaggio elettorale che rese possibile quella fase, senza risolverne preventivamente le contraddizioni.

Un voto previsto dalla stessa Costituzione della dittatura

Uno degli elementi storicamente più interessanti del plebiscito riguarda proprio la sua origine. Il voto non venne imposto al governo da un cambiamento improvviso delle istituzioni né nacque da una consultazione organizzata dopo la caduta del regime. Era previsto dalla Costituzione elaborata durante il governo militare e doveva consentire agli elettori di approvare o respingere il candidato indicato dalle Forze armate.

L’opposizione decise di entrare in quel meccanismo e utilizzarlo per ottenere un risultato opposto alla prosecuzione della presidenza Pinochet. Per riuscirci dovette prima affrontare il problema della registrazione elettorale, costruire una coalizione sufficientemente ampia, organizzare il controllo dei seggi e convincere milioni di persone che il voto avrebbe potuto produrre conseguenze concrete.

La partecipazione assunse per questo un’importanza paragonabile al risultato. Dopo anni senza normali elezioni competitive, oltre sette milioni di persone si registrarono e votarono. I materiali conservati negli archivi cileni mostrano quanto l’opposizione insistesse proprio sulla necessità di iscriversi, presentarsi alle urne e controllare il conteggio.

Il risultato dimostrò che il percorso istituzionale predisposto dal regime conteneva uno spazio che poteva essere utilizzato per impedirne la prosecuzione nei termini previsti dai suoi sostenitori. Allo stesso tempo, il modo in cui avvenne il passaggio di potere spiega perché molte questioni ereditate dalla dittatura continuarono a essere discusse nel Cile democratico.

Il 5 ottobre nella storia cilena

Il plebiscito cileno del 1988 rimane legato soprattutto a due immagini. La prima è l’arcobaleno della Concertación e la campagna televisiva costruita attorno alla parola No. La seconda è quella delle persone che attesero durante la notte la conferma di un risultato che avrebbe determinato il percorso politico degli anni successivi.

Dietro quelle immagini esiste però una storia più lunga. Ci furono le proteste degli anni Ottanta, la ricostruzione dei registri elettorali, il ritorno dell’opposizione organizzata, la formazione di una coalizione di diciassette partiti e il lavoro di migliaia di persone impegnate a controllare la votazione. La stessa documentazione della Biblioteca del Congresso mostra quanto la campagna fosse articolata ben oltre gli spot televisivi diventati successivamente famosi.

Il 5 ottobre 1988 gli elettori non scelsero direttamente il successore di Pinochet. Decisero se approvare la sua permanenza alla presidenza per un ulteriore mandato oppure attivare il percorso verso nuove elezioni. Il 54,70% dei voti scrutinati registrati dalla Biblioteca del Congresso andò al No.

Pinochet rimase alla guida del Cile fino all’11 marzo 1990. Quel giorno Patricio Aylwin assunse la presidenza dopo aver vinto le elezioni del dicembre precedente. Tra il voto del 5 ottobre e quella consegna trascorsero diciassette mesi, un periodo che aiuta a comprendere la natura graduale e negoziata della transizione cilena. Il plebiscito non cancellò immediatamente l’eredità istituzionale della dittatura, ma impedì il nuovo mandato presidenziale sottoposto agli elettori e aprì la successione politica prevista in caso di vittoria del No.

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