Il ritiro sociale è influenzato dalla rete o ne trae solo sollievo?

Il ritiro sociale è influenzato dalla rete o ne trae solo sollievo? 1

Quante volte i nostri conoscenti ci hanno invitato a uscire, a cambiare ambiente organizzando una gita, semplicemente per divertirci un po’, ma abbiamo declinato la loro proposta? Forse abbiamo scelto di rimanere a casa, circondati da quattro mura, sdraiati comodamente sul nostro divano o letto, oppure trascorrendo un’intera giornata a giocare alla play?

Non c’è nulla di sbagliato nel decidere di dedicare un po’ di tempo a noi stessi, isolandoci dal mondo esterno; tuttavia, la situazione diventa più seria e allarmante quando questa scelta si trasforma in un’abitudine. I propri spazi sono fondamentali, se non addirittura essenziali, poiché ci consentono di comprendere chi siamo, cosa desideriamo nella vita e, talvolta, servono anche per riflettere e ricaricare la cosiddetta “batteria sociale”. Tuttavia, come per ogni cosa, esiste un limite, e se non siamo capaci di riconoscerlo, rischiamo di perderci.

Rifiutare frequentemente un’uscita può evolversi in una forma di ritiro sociale, un isolamento dalla vita reale. Il ritiro sociale è un fenomeno più comunemente conosciuto in Giappone con il termine “Hikikomori”, emerso negli anni ’80. “Hiku” significa ritirarsi, mentre “komoru” si traduce in isolarsi. Questo termine, che descrive quindi un ritiro volontario che si verifica prevalentemente in età adolescenziale, è stato coniato dallo psichiatra giapponese Tamaki Saitō, il quale, nel suo libro Hikikomori: Adolescence Without End, definisce gli Hikikomori come:

«Coloro che si ritirano completamente dalla società e rimangono nelle proprie abitazioni per più di sei mesi, con esordio verso la seconda metà dei vent’anni, e per i quali altri disturbi psichiatrici non spiegano meglio le cause primarie di questa condizione».

Purtroppo, questa problematica non colpisce solo i giovani in Giappone, ma anche in Italia, manifestandosi in modo simile. Le relazioni amicali tendono a ridursi sempre di più, così come la frequentazione di spazi pubblici diminuisce, portando a una totale perdita di contatto con la realtà. Come già accennato, queste persone tendono a rifiutare qualsiasi invito, rifugiandosi nella propria cameretta, considerata una zona di comfort.

Dati

In Italia questo fenomeno ha raggiunto numeri piuttosto elevati; infatti, l’Associazione Hikikomori Italia ha stimato 100.000 casi. Inoltre, l’Associazione Hikikomori Italia Genitori Onlus ha rivelato che l’87,85% delle famiglie coinvolte ha un figlio in isolamento sociale, con un’età media di circa 20 anni, ma con sintomi evidenti già a partire dai 14/15 anni. Per quanto riguarda l’isolamento totale, ovvero quella condizione in cui l’adolescente evita i genitori e le relazioni virtuali, si parla solo del 6,69%.

Nel contesto giapponese, l’isolamento sociale si verifica a causa della pressione scolastica e lavorativa. Infatti, di fronte a un ambiente accademico e professionale che richiede una competizione sempre più intensa e abilità spiccate, spesso accade che questi adolescenti si sentano sopraffatti da questo sistema, perdendo fiducia in se stessi, non provandoci nemmeno, e scegliendo così la via più semplice, ovvero il “ritiro sociale”, forse anche come forma di protezione da un sistema che si trova al di fuori della propria zona di comfort.

In Italia, invece, è un fenomeno riconducibile a episodi di bullismo e difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Le motivazioni possono variare, ma la conseguenza finale è la medesima: tutte queste persone coinvolte, giovani o meno, perdono il contatto con la realtà. Sono molte le storie di ragazzi che frequentavano la scuola con successo, ma che a causa di episodi di bullismo si sono ritirati, oppure di giovani adulti che avevano avviato una carriera lavorativa, ma a causa di un imprevisto hanno assistito al suo crollo, perdendo tutto e non trovando poi la forza per ricominciare da capo.

Il ritiro sociale non rappresenta solo un problema con ripercussioni psicologiche, ma anche economiche. Se decido di interrompere ogni contatto con l’esterno e sono un lavoratore, perdo il mio impiego, ovvero la mia autonomia, magari tanto desiderata e ambita da giovane. Di conseguenza, non ho più un reddito, e la mia sopravvivenza quotidiana ricade sulle spalle di un familiare.

Chi sono i principali protagonisti coinvolti?

Gli adolescenti di 14 anni sono sicuramente i più colpiti, quindi, la sfera adolescenziale è tra le prime a essere interessate. Tuttavia, come già accennato, non è raro vedere anche giovani adulti, con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, in questa condizione. Il gruppo potrebbe includere anche casalinghe, persone anziane e chiunque si trovi in una situazione di fallimento nella propria vita.

È importante prestare attenzione alla durata di questo isolamento, poiché si verifica solitamente in modo prolungato, almeno per sei mesi. Inoltre, questo ritiro sociale, che abbiamo compreso essere del tutto volontario e non imposto, riguarda, secondo alcuni studi condotti, più frequentemente i maschi rispetto alle femmine, con un rapporto che può arrivare fino a 4:1.

Questo rapporto è interessante perché potrebbe confermare l’idea di “chiusura” del soggetto maschile. I ragazzi sono percepiti e si mostrano come rocce, difficili da scalfire, un po’ come una protezione per le donne, sia nelle relazioni che in qualsiasi altro ambito della vita. Le femmine, al contrario, sono considerate dall’opinione pubblica come più fragili, più emotive e quindi più vulnerabili. Probabilmente, per le ragazze è più semplice e naturale aprirsi con le amiche, con i genitori e intraprendere un percorso terapeutico rispetto ai ragazzi.

Forme diverse di hikikomori

L’hikikomori non si manifesta sempre nella stessa maniera, ma esistono diverse forme: -reazionale: il ritiro sociale in questo caso si presenta come reazione a un evento specifico, che può variare da una forma di bullismo a un episodio di umiliazione.

-dimissionario: l’isolamento avviene come una forma di rinuncia a un certo contesto, come se i ragazzi abbandonassero la “competizione” con i coetanei.

-alternativo: i ragazzi non scelgono di vivere completamente in questa bolla, ma partecipano a un mondo quasi esclusivamente virtuale, soprattutto quando c’è una passione eccessiva per i videogiochi.

-a crisalide: stadio intermedio tra la larva e l’adulto, così gli adolescenti vivono l’isolamento come un momento di pausa per ricaricare la “batteria sociale”. Sfruttare i propri spazi è importante, come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, ma ovviamente per un tempo non eccessivamente prolungato.

Hikikomori e la scuola

L’Associazione Hikikomori Italia ha recentemente elaborato un report europeo all’interno del progetto Erasmus+RECONNECT, il quale analizza il fenomeno del ritiro sociale nel contesto scolastico. Il progetto si è focalizzato su sei focus group in cinque Paesi (Italia, Romania, Austria, Spagna e Irlanda), coinvolgendo oltre 85 professionisti. Anche in questo progetto è stato confermato che il ritiro sociale nasce come strategia di protezione per difendersi da situazioni stressanti. Spesso, questo fenomeno è invisibile, soprattutto quando “colpisce” ragazzi che ottengono buoni risultati scolastici o comunque coloro che sono abbastanza silenziosi e non creano problemi di alcun tipo.

L’adolescenza determina il ritiro sociale?

L’adolescenza è una fase della vita che tutti abbiamo attraversato, con più o meno difficoltà. Inizia solitamente tra i 10 e i 13 anni e termina tra i 18 e i 21 anni. Un periodo non trascurabile che mette a dura prova l’attività genitoriale. L’adolescenza non è causa del ritiro sociale, ma può rappresentare un terreno fertile per questa scelta. In questo periodo, l’adolescente inizia a orientarsi nel mondo circostante e a comprendere i propri bisogni ed esigenze, è quindi comprensibile che questo fenomeno possa intensificarsi.

Il compito del genitore è il più difficile in assoluto; cercare di comprendere il proprio figlio non è affatto semplice, eppure, il ritiro sociale si manifesta spesso con segnali piuttosto evidenti, tra cui una maggiore introversione, un senso di inadeguatezza che si accompagna alla paura del giudizio, il tutto accompagnato, come ciliegina sulla torta, da una bassa autostima.

Questi fattori e segnali non sono esclusivi dell’hikikomori, ma se accompagnati da un senso di solitudine, da porte sbattute e da un dialogo assente potrebbero rappresentare un chiaro segnale.

Isolamento sociale che sfocia nei social

Ma cosa c’è di più sicuro della propria cameretta e dei “social”? Sembra paradossale definire sicuro l’ambiente dei social, dove in realtà siamo esposti a una miriade di pericoli nascosti. Tuttavia, questi ragazzi trovano nel mondo digitale non solo svago ma anche protezione da quello che è il mondo reale. Infatti, molti di loro trascorrono oltre 12 ore al giorno davanti al computer, e secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 10% di questi adolescenti presenta una dipendenza da Internet.

Come l’adolescenza, anche Internet non è la causa dell’hikikomori, ma può coesistere con il ritiro sociale.

Privacy e rete Internet

Oggi viviamo in una società dell’informazione, dove possiamo trovare tutto ciò che desideriamo online, ma c’è un prezzo da pagare, e sembra che siamo sempre più disposti a sacrificare la nostra privacy.

Ogni giorno, noi utenti generiamo una quantità impressionante di dati, dimostrando quanto la società attuale sia dipendente da Internet. Informazioni che circolano costantemente nel Web e che modellano la nostra esistenza digitale, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

I dati che produciamo vengono raccolti dalle aziende e condivisi con altre autorità. È importante approfondire questo aspetto, poiché i dati gestiti e analizzati dalle aziende non vengono trattati per identificare la persona che li ha generati, ma l’obiettivo finale è inserirla in una o più categorie di riferimento. Di solito, le aziende raccolgono questi dati principalmente per motivi di marketing, attuando una “strategia di segmentazione”, che riconduce i dati raccolti a quattro profili: geografici, socio-demografici, psicografici e comportamentali.

Se questi dati risultano utili alle autorità, queste ultime possono identificare il singolo utente per schedare potenziali soggetti pericolosi.

Targeting comportamentale

Ormai, siamo tutti consapevoli della presenza di pubblicità su Internet denominate targeting comportamentale. Quest’ultimo è una forma di marketing che studia e utilizza le informazioni sull’uso di Internet per migliorare le campagne pubblicitarie. Facebook, Google e molte altre aziende hanno raccolto una quantità enorme di dati forniti da noi utenti, conoscendo così perfettamente le nostre , anche quelle che abbiamo custodito per anni, poiché siamo stati noi a mettere tutto su un piatto d’argento.

Ma quante volte ci siamo chiesti se queste aziende o piattaforme online stiano sfruttando le nostre informazioni per influenzare le nostre idee?

Il caso di Cambridge Analytica

La protezione della privacy non sembra essere un tema così recente, come dimostra il noto caso di Cambridge Analytica. Scandalo avvenuto nel marzo 2018, dove Cambridge Analytica, azienda di consulenza e marketing online, ha raccolto i dati personali di 87 milioni di utenti di Facebook senza richiedere il loro consenso. Ma perché tutto ciò? Nulla avviene senza una motivazione precisa; infatti, questi dati sono stati utilizzati per influenzare le campagne politiche, in particolare nel contesto politico della Russia e degli Stati Uniti durante la prima campagna elettorale di Donald nel 2016.

Cambridge Analytica ha impiegato tecniche di microtargeting psicografico per studiare la personalità degli utenti online attraverso la raccolta delle loro “impronte digitali” lasciate nel web. Questi dati raccolti sono stati utili per influenzare le loro opinioni, mostrando sempre a questi soggetti annunci pubblicitari mirati e personalizzati. Ma che ruolo ha avuto allora Cambridge Analytica nella campagna presidenziale di Donald Trump del 2016?

La società, grazie alle informazioni ottenute, è stata in grado di influenzare le scelte di voto degli elettori indecisi, utilizzando annunci pubblicitari personalizzati, veicolati tramite piattaforme come Facebook.

“This is your digital life”

Molto simile al caso di Cambridge Analytica è stata l’app “This is your digital life” realizzata da Aleksandr Koga, che si basava sempre sul sistema del microtargeting. Infatti, venne utilizzata per raccogliere dati personali su Facebook e, sulla base di 270mila iscritti, riuscì a raggiungere una diffusione di oltre 50 milioni di persone. Il problema è sorto quando l’app ha condiviso i dati raccolti con Cambridge Analytica, attuando una vera e propria violazione delle leggi sulla privacy. Ovviamente, la società di Zuckerberg ha sempre negato il proprio coinvolgimento.

Se dovessimo puntare il dito contro qualcuno, saremmo noi stessi; infatti, siamo i primi ad acconsentire a una serie di norme sulla privacy e sull’uso dei nostri dati personali senza comprenderne appieno il significato, la maggior parte delle volte. Pagine su pagine piene di scritte, termini poco familiari e poca voglia di impegnarci, la classica situazione che si presenta ogni volta che ci registriamo a una nuova piattaforma. Eppure, chi, se non noi, dovrebbe leggere attentamente ogni singola parola prima di “premere” quella famosa scritta “acconsenti”?

Antonello Soro, ex Presidente dell’Autorità

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