Il segreto di Nino Bertoletti, l’artista dimenticato
La recente edizione della Quadriennale d’arte di Roma ha suscitato un certo interesse. Ideata dal noto critico Luca Beatrice, scomparso prematuramente poco prima dell’apertura, questa vasta esposizione dell’arte contemporanea italiana è composta da cinque sezioni curate da un team di esperti e include 54 artisti di alto livello. Presenta anche una sorta di mostra aggiuntiva, curata da Walter Guadagnini con il titolo I giovani e i Maestri, che offre una breve ma incisiva rievocazione della Quadriennale del 1935, memorabile per l’eccezionale affluenza: oltre millesettecento opere di settecento artisti! Guadagnini ha selezionato una raccolta ridotta, ma impressionante per il numero e la qualità delle opere, tra cui pezzi pregiati di Arturo Martini, Osvaldo Licini, Gino Severini e Giorgio Morandi.
La selezione di Guadagnini è stata ben bilanciata dal punto di vista ideologico. La Quadriennale del 1935 si svolse durante il regime fascista, in un momento difficile della transizione dal regime dittatoriale a una vera e propria dittatura. Nessuna delle opere recuperate sembra ricordarcelo, anche se sono esposti documenti e fotografie d’epoca che mostrano chiaramente la situazione. Le opere in mostra non sembrano contenere riferimenti espliciti alla catastrofe imminente, nonostante la presenza di figure come Carlo Levi e Corrado Cagli.
Queste riflessioni offrono molteplici chiavi di lettura per comprendere meglio la reale situazione artistica dell’Italia dell’epoca, tra cui una emersa in coincidenza con la recentissima pubblicazione di un libro illuminante. Lo scorso novembre si è conclusa alla Galleria d’arte moderna di Roma una piccola ma selezionata mostra dedicata a Nino Bertoletti, un pittore notevole e organizzatore culturale a Roma dagli anni Venti fino agli anni Cinquanta del Novecento, figura di spicco di quella stagione culminata nella Quadriennale del 1935, sebbene quasi dimenticato dalla recente storiografia.
Pittore, antiquario, illustratore di eccezionale gusto e raffinatezza, instancabile viaggiatore e colto poliglotta con una solida cultura letteraria e filosofica, Bertoletti è stato riportato all’attenzione degli appassionati delle Belle Arti grazie al meritevole lavoro di Pier Paolo Pancotto, che ha potuto accedere per primo agli Archivi Nino e Pasquarosa Bertoletti. In occasione della mostra è stato pubblicato un bel volume, Nino Bertoletti (1889-1971), Dario Cimorelli editore, con contributi di Flavia Matitti, Francesca Romana Morelli, Dina Saponaro, Lucia Torsello, Marinella Mascia Galateria e Valerio Rivosecchi.
È chiaro come Bertoletti fosse uno dei principali riferimenti artistici della Roma dell’era fascista, senza però condividere nulla sul piano ideologico e comportamentale. Conobbe tutti coloro che realmente contavano, ma non influenzò mai gli orientamenti artistici, nonostante occupasse spesso ruoli significativi in ambito organizzativo. Fu amico sincero di alcune delle personalità più importanti e controverse dell’Italia di quel tempo, primo fra tutti Giorgio de Chirico; tra i suoi principali interlocutori spicca il nome di Cipriano Efisio Oppo, protagonista indiscusso delle dinamiche culturali del regime, in opposizione dialettica a Margherita Sarfatti.
Dal libro emerge un dato sconcertante: Bertoletti, nel corso di una vita estremamente attiva, non lasciò alcuna testimonianza chiara della sua attività artistica, né riguardo alle motivazioni né ai suoi reali intenti creativi in relazione alle strategie culturali che attuò, le quali erano in larga misura estranee all’arte di regime, alla retorica fascista e alle epopee di esaltazione dell’operato del Duce e dei gerarchi. Nell’archivio troviamo perlopiù innumerevoli testimonianze che riguardano lui e l’amata moglie Pasquarosa, modella e poi pittrice di qualche valore, e tutta la cerchia dei numerosi amici. Ma della sua arte, Bertoletti non rivela nulla.
Uomo di rara discrezione, pur essendo aperto e cordialissimo, Bertoletti nella fase finale della sua vita non ammise nemmeno le persone più care e stimate nel suo studio. Il segreto rimase una costante e lo accompagnò per tutto il corso della sua esistenza. Era un pittore di grande talento e acume, ma, al contempo, un artista condannato a una condizione di “minore” a causa di una sorta di intrinseca ritrosia a esporsi. E questo avveniva in un periodo di regime eroico e trionfante. De Chirico gli voleva molto bene e parlava di lui in termini più che metafisici e surrealisti, definendolo sempre amico fraterno, buono e generoso. Nelle lettere sottolinea come Bertoletti avesse cambiato casa solo due volte nella sua vita, segno evidente, secondo l’irascibile pictor optimus, di una persona solida, sicura, chiara e integra. In realtà, Bertoletti rappresentava l’espressione di un vero e proprio clan, una lobby pacifica e coesa che si sviluppò durante il regime fascista, in totale disprezzo delle metodologie ducesche, che erano invece molto attente e rispettose verso quel mondo singolare che ha le sue regole e i suoi conflitti.
Questi, però, fanno riferimento a una autentica cultura internazionale, per cui Bertoletti riconosceva i suoi maestri in Velázquez, Goya, Rembrandt, Spadini, senza escludere i futuristi, i cubisti, i classicisti, tutti all’interno dello stesso flusso storico ed etico, ignaro delle polemiche tra avanguardia e tradizione, che sono le due facce di una medesima medaglia. Nel quadro di Amerigo Bartoli Gli amici al caffè (1930), autentico emblema di un’intera generazione, Bertoletti non appare seduto al Caffè Aragno, ma sono presenti tutti i suoi grandi interlocutori come Emilio Cecchi, Roberto Longhi, Giuseppe Ungaretti e Vincenzo Cardarelli.
In realtà c’è, ma nella maniera di Totò quando, parodiando la figura dell’artista mezzo matto contemporaneo, dice: «La mia arte è assenteista!».