La battaglia di Mogadiscio del 1993

Quando le forze speciali statunitensi decollarono dalla base all’aeroporto di Mogadiscio, la missione avrebbe dovuto concludersi rapidamente con la cattura di alcuni dei principali collaboratori di Mohamed Farrah Aidid. Nel pomeriggio del 3 ottobre 1993 il raid raggiunse effettivamente il proprio obiettivo iniziale, con ventiquattro persone catturate, tra le quali due importanti esponenti dell’organizzazione di Aidid. La situazione cambiò quando un Black Hawk venne abbattuto da un razzo anticarro e, poco dopo, un secondo elicottero precipitò in un’altra zona della città. La battaglia di Mogadiscio proseguì durante la notte, coinvolgendo reparti statunitensi, combattenti somali e forze malesi e pakistane dell’ONU. Diciotto militari americani morirono e centinaia di somali persero la vita, anche se il loro numero non è mai stato stabilito con certezza. Quella battaglia modificò profondamente l’approccio degli Stati Uniti alla missione in Somalia e influenzò il successivo dibattito americano sugli interventi internazionali.
La Somalia dopo la caduta di Siad Barre
Per comprendere ciò che accadde nelle strade di Mogadiscio bisogna tornare alla caduta del presidente Mohamed Siad Barre, costretto a lasciare il potere nel gennaio 1991 dopo oltre vent’anni alla guida della Somalia. La fine del regime non produsse un’autorità capace di controllare il Paese. Differenti organizzazioni armate si contesero territori e risorse, mentre la capitale divenne uno dei principali centri dello scontro. Tra i protagonisti figuravano Ali Mahdi Mohamed e Mohamed Farrah Aidid, entrambi provenienti dallo United Somali Congress ma rapidamente diventati rivali.
Alla guerra civile si aggiunse una gravissima crisi alimentare. Siccità, combattimenti, distruzione delle infrastrutture e saccheggio degli aiuti contribuirono a una carestia che provocò un numero enorme di vittime e spinse le Nazioni Unite a intervenire. Nell’aprile 1992 il Consiglio di Sicurezza istituì la United Nations Operation in Somalia, UNOSOM I, incaricata inizialmente di sorvegliare il cessate il fuoco a Mogadiscio e facilitare la distribuzione degli aiuti umanitari. Le condizioni sul terreno rendevano però estremamente difficile raggiungere la popolazione e convogli e organizzazioni umanitarie operavano in un ambiente nel quale diverse fazioni armate controllavano strade, porti e territori.
Alla fine del 1992 l’intervento assunse dimensioni molto maggiori. Il presidente statunitense George H. W. Bush autorizzò Operation Restore Hope e gli Stati Uniti assunsero il ruolo principale nella Unified Task Force, UNITAF, una forza multinazionale autorizzata dal Consiglio di Sicurezza a utilizzare anche la forza per creare condizioni sicure per le operazioni umanitarie. L’arrivo di decine di migliaia di militari contribuì a migliorare la distribuzione degli aiuti e a ridurre gli effetti della carestia in diverse zone del Paese. La missione, tuttavia, non risolse la frammentazione politica e militare della Somalia.
Da Restore Hope a UNOSOM II
Nel 1993 iniziò una seconda fase dell’intervento. UNITAF lasciò progressivamente spazio a UNOSOM II, dotata di un mandato più ampio che comprendeva disarmo delle fazioni, ricostruzione delle istituzioni e ristabilimento di condizioni di sicurezza. Il passaggio da una missione concentrata soprattutto sulla protezione degli aiuti a un intervento che cercava di modificare gli equilibri politici e militari somali aumentò inevitabilmente le possibilità di scontro con le fazioni presenti sul territorio.
Il momento decisivo arrivò il 5 giugno 1993. Durante un’ispezione di alcuni depositi di armi, forze riconducibili alla Somali National Alliance di Aidid attaccarono i peacekeeper. Ventiquattro militari pakistani furono uccisi e decine rimasero feriti. La risposta delle Nazioni Unite trasformò progressivamente Aidid da interlocutore politico e militare in obiettivo delle operazioni internazionali. Il Consiglio di Sicurezza chiese che i responsabili degli attacchi fossero arrestati e UNOSOM II aumentò le operazioni contro la sua organizzazione.
Nei mesi successivi Mogadiscio divenne teatro di combattimenti sempre più frequenti. Le forze ONU colpirono depositi, installazioni e postazioni legate alla Somali National Alliance, mentre gli uomini di Aidid continuarono gli attacchi contro il personale internazionale. Gli Stati Uniti decisero infine di inviare un reparto specializzato con il compito di catturare Aidid e alcuni dei suoi principali collaboratori.
Nacque così Task Force Ranger, comandata dal maggiore generale William F. Garrison e composta da Rangers del 75th Ranger Regiment, operatori della Delta Force, uomini del 160th Special Operations Aviation Regiment e altri reparti specializzati. Un elemento è essenziale per comprendere ciò che sarebbe accaduto il 3 ottobre: Task Force Ranger operava in sostegno agli obiettivi di UNOSOM II, ma non era sottoposta al comando delle Nazioni Unite. Pianificazione e conduzione dei suoi raid rimanevano sotto autorità statunitense.
La caccia ad Aidid
Tra agosto e settembre Task Force Ranger effettuò sei operazioni a Mogadiscio cercando Aidid e i membri della sua organizzazione. Il risultato più importante arrivò il 21 settembre con la cattura di Osman Atto, considerato uno dei principali consiglieri e finanziatori di Aidid. Il leader somalo, però, continuava a sfuggire alle ricerche e ottenere informazioni affidabili sulla sua posizione diventava sempre più difficile.
Il pomeriggio del 3 ottobre arrivò una nuova informazione. Alcuni importanti collaboratori di Aidid si trovavano in un edificio vicino all’Olympic Hotel, nella zona del mercato di Bakara, considerata una delle aree nelle quali la Somali National Alliance disponeva della maggiore capacità di mobilitazione. Garrison autorizzò l’operazione.
Il piano prevedeva che gli uomini della Delta Force raggiungessero l’edificio e catturassero i presenti, mentre i Rangers avrebbero formato un perimetro nelle strade circostanti. Un convoglio terrestre di Humvee e camion avrebbe quindi trasportato prigionieri e militari alla base. Gli elicotteri del 160th Special Operations Aviation Regiment avrebbero assicurato trasporto, sorveglianza e supporto aereo. Circa 160 uomini e 19 velivoli parteciparono all’operazione.
L’assalto cominciò intorno alle 15:40 e raggiunse rapidamente l’obiettivo principale. Le forze speciali entrarono nell’edificio e catturarono ventiquattro somali, tra i quali due importanti collaboratori di Aidid. Dal punto di vista dell’obiettivo iniziale, il raid stava quindi riuscendo. Nel frattempo, però, nelle strade circostanti la resistenza aumentava e il convoglio terrestre incontrava barricate e un fuoco molto più intenso di quello affrontato nelle precedenti operazioni.
Super 61 abbattuto sopra Mogadiscio
Poco dopo le 16:00 un RPG colpì un MH-60 Black Hawk che sorvolava la zona. L’elicottero, identificato come Super 61, precipitò a poche centinaia di metri dall’obiettivo. L’operazione cambiò immediatamente natura. Una missione organizzata per catturare alcuni uomini di Aidid diventò anche un tentativo di raggiungere il luogo dello schianto, recuperare i feriti e impedire che equipaggio e militari rimasti sul posto venissero sopraffatti.
Rangers e uomini delle forze speciali cominciarono a muoversi verso il relitto, mentre una squadra di ricerca e soccorso veniva inserita dall’alto. Il convoglio terrestre tentò a sua volta di raggiungere il punto dell’incidente, ma nelle strade strette di Mogadiscio incontrò barricate, fuoco di armi leggere e RPG. Le comunicazioni e la difficoltà di orientarsi nella città complicarono ulteriormente i movimenti.
Poi precipitò un secondo Black Hawk.
Super 64, pilotato da Michael Durant e Raymond Frank, venne colpito e cadde in una zona differente della città. La necessità di proteggere contemporaneamente due luoghi di schianto mise Task Force Ranger davanti a una situazione per la quale le risorse disponibili erano insufficienti. Il rapporto dell’esercito statunitense avrebbe sottolineato che la Quick Reaction Force americana disponeva di fanteria leggera trasportata su veicoli privi della protezione necessaria per attraversare autonomamente la resistenza incontrata nelle strade.
Gordon e Shughart al secondo Black Hawk
Al secondo luogo dello schianto non esisteva una forza terrestre immediatamente disponibile. Due tiratori scelti della Delta Force, Gary Gordon e Randall Shughart, che stavano fornendo copertura dall’alto, chiesero più volte di essere inseriti vicino al relitto per proteggere i sopravvissuti. Ricevuta l’autorizzazione, raggiunsero il luogo e organizzarono la difesa attorno all’elicottero insieme a Durant, gravemente ferito.
Gordon e Shughart furono uccisi mentre cercavano di impedire che il sito venisse sopraffatto. Durant sopravvisse e venne catturato dagli uomini somali. Sarebbe rimasto prigioniero per undici giorni, fino alla liberazione del 14 ottobre. Gordon e Shughart ricevettero postumi la Medal of Honor.
La battaglia continuava intanto attorno al primo Black Hawk. Gli uomini statunitensi avevano costruito un perimetro difensivo tra edifici e strade mentre cercavano di liberare i corpi dei piloti rimasti intrappolati nel relitto. Il combattimento proseguì durante la notte e divenne evidente che sarebbe stato necessario un intervento molto più grande per evacuare i militari.
Il convoglio internazionale di soccorso
È in questa fase che il racconto della battaglia di Mogadiscio supera l’immagine, resa successivamente celebre da libri e cinema, di uno scontro combattuto esclusivamente tra americani e somali. Task Force Ranger non disponeva sul posto dei mezzi corazzati necessari a raggiungere autonomamente gli uomini rimasti isolati e la Quick Reaction Force americana non era riuscita ad aprire da sola una strada verso il luogo dello schianto. Venne quindi mobilitata la riserva di UNOSOM II.
La forza organizzata per il soccorso comprendeva reparti statunitensi della 10th Mountain Division, mezzi corazzati e soldati malesi e carri armati pakistani. Il convoglio attraversò Mogadiscio durante la notte sotto il fuoco e riuscì infine a raggiungere il perimetro statunitense. Anche le forze internazionali subirono perdite: un militare malese morì durante l’operazione di soccorso.
L’evacuazione si concluse nella mattina del 4 ottobre. Alcuni militari statunitensi dovettero percorrere a piedi l’ultimo tratto verso una zona più sicura accanto ai veicoli del convoglio. Quell’episodio sarebbe diventato famoso come Mogadishu Mile, una delle immagini più persistenti nella memoria militare americana della battaglia.
Le vittime e le cifre che rimangono incerte
Il bilancio statunitense è documentato con relativa precisione. Diciotto militari americani morirono e 75 furono feriti, secondo il resoconto delle Nazioni Unite. Michael Durant venne catturato e successivamente liberato. Le immagini dei corpi di alcuni soldati statunitensi trascinati per le strade di Mogadiscio vennero trasmesse dalle televisioni e produssero una forte reazione negli Stati Uniti.
Molto più difficile è stabilire quante persone morirono sul versante somalo. Le stime contemporanee e successive differiscono sensibilmente e spesso non permettono di separare con sicurezza combattenti e civili. Le stesse Nazioni Unite si limitarono a parlare di un gran numero di somali uccisi durante gli scontri, mentre il Dipartimento di Stato statunitense utilizza la formulazione più generale di centinaia di morti somali. Presentare un’unica cifra come bilancio definitivo della battaglia significherebbe attribuire una precisione che le fonti disponibili non consentono.
Anche la composizione delle forze somale richiede cautela. La Somali National Alliance costituiva il principale avversario delle forze statunitensi, ma nelle strade parteciparono ai combattimenti miliziani, uomini armati e abitanti della zona in condizioni nelle quali le categorie non erano sempre facilmente distinguibili. Per la stessa ragione è difficile ricostruire con precisione la proporzione tra combattenti e civili nelle perdite somale.
Clinton cambia la missione americana
Le conseguenze politiche negli Stati Uniti furono immediate. Le immagini provenienti da Mogadiscio e la morte dei militari alimentarono un dibattito sull’obiettivo della presenza americana e sulla trasformazione di una missione nata per sostenere gli aiuti umanitari in una campagna che comprendeva la cattura di uno dei principali leader armati somali.
Il presidente Bill Clinton intervenne pubblicamente il 7 ottobre. Gli Stati Uniti rafforzarono temporaneamente la propria presenza militare, inviando anche mezzi pesanti, ma contemporaneamente stabilirono che le forze americane sarebbero state ritirate dalla Somalia entro il 31 marzo 1994. La decisione non corrispose quindi a un abbandono immediato nelle ore successive alla battaglia: Washington aumentò inizialmente la capacità di protezione delle proprie truppe mentre preparava la conclusione della missione.
L’amministrazione abbandonò inoltre la precedente priorità attribuita alla cattura di Aidid e cercò una soluzione politica. Le ultime forze statunitensi lasciarono la Somalia nel marzo 1994, mentre UNOSOM II continuò ancora per circa un anno. Le Nazioni Unite completarono il proprio ritiro nel marzo 1995 senza essere riuscite a costruire un’autorità nazionale capace di stabilizzare il Paese.
L’effetto Mogadiscio sulla politica americana
La battaglia ebbe conseguenze anche sul modo in cui Washington discusse gli interventi multilaterali. Nel maggio 1994 l’amministrazione Clinton adottò la Presidential Decision Directive 25, che fissava criteri più restrittivi per valutare la partecipazione americana alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Il Dipartimento di Stato collega la revisione della politica americana proprio all’esperienza somala e al dibattito sviluppatosi durante quei mesi.
Il rapporto tra Mogadiscio e le successive scelte statunitensi deve però essere trattato senza costruire una causalità automatica. L’esperienza somala contribuì alla riluttanza verso missioni nelle quali obiettivi, durata, comando e condizioni per il ritiro apparivano incerti, ma ogni crisi successiva ebbe caratteristiche proprie. Questo vale in particolare per il genocidio in Ruanda del 1994, spesso collegato direttamente alla cosiddetta “Somalia syndrome”. La memoria delle perdite americane pesò sul clima politico di Washington, ma le decisioni assunte durante il genocidio ruandese derivarono da più fattori e non possono essere spiegate soltanto attraverso la battaglia dell’ottobre precedente.
Ciò che Mogadiscio rese evidente all’interno dell’amministrazione e delle forze armate statunitensi fu soprattutto il problema della distanza tra obiettivi politici e strumenti militari. L’intervento del 1992 era stato presentato principalmente come una risposta alla carestia e all’impossibilità di distribuire gli aiuti in sicurezza; meno di un anno dopo reparti speciali americani stavano conducendo operazioni nel centro della capitale per catturare i dirigenti di una fazione somala. Questa trasformazione della missione sarebbe diventata uno dei principali elementi del dibattito successivo.
Da Mogadiscio a Black Hawk Down
Negli Stati Uniti la memoria della battaglia venne progressivamente costruita soprattutto attorno all’esperienza dei militari di Task Force Ranger. Il giornalista Mark Bowden ricostruì gli avvenimenti nel libro Black Hawk Down, pubblicato nel 1999 dopo un lungo lavoro basato su interviste e documentazione. Nel 2001 Ridley Scott ne trasse il film omonimo, trasformando la battaglia in uno degli episodi più conosciuti delle operazioni militari americane successive alla guerra del Vietnam.
Il successo del libro e soprattutto del film contribuì però a consolidare una prospettiva fortemente centrata sui combattenti statunitensi. Il ruolo delle forze malesi e pakistane nell’operazione di soccorso è rimasto molto meno conosciuto, mentre l’esperienza della popolazione somala e le perdite subite durante i combattimenti hanno occupato uno spazio ancora minore nella memoria occidentale dell’episodio. Le fonti militari e delle Nazioni Unite mostrano invece che il recupero degli uomini rimasti bloccati dopo l’abbattimento dei Black Hawk richiese una forza internazionale e che la battaglia produsse un numero molto alto, seppure impossibile da determinare con precisione, di vittime somale.
La battaglia di Mogadiscio durò meno di un giorno, dal pomeriggio del 3 alla mattina del 4 ottobre 1993, ma condensò molti dei problemi che avevano accompagnato l’intervento internazionale in Somalia. Una missione umanitaria si era progressivamente trasformata in un’operazione più ampia di disarmo, ricostruzione politica e contrasto alle fazioni armate; una forza speciale inviata per catturare Aidid aveva ottenuto successi tattici senza riuscire a raggiungere il proprio obiettivo principale; un raid previsto come operazione relativamente breve era diventato una lunga battaglia urbana dopo l’abbattimento di due elicotteri.
Aidid non venne catturato e rimase uno dei principali protagonisti della politica somala fino alla sua morte nel 1996. La Somalia continuò invece a essere attraversata da conflitti e tentativi di ricostruzione delle istituzioni. La notte dei Black Hawk rimase soprattutto nella memoria statunitense come una battaglia combattuta per riportare a casa gli uomini rimasti intrappolati nella città. Ricostruirla oltre quell’immagine permette di vedere anche ciò che accadde prima e dopo: la carestia, il passaggio dalla missione umanitaria allo scontro con Aidid, il ruolo delle altre forze internazionali, le vittime somale e le conseguenze politiche che portarono Washington a ridefinire la propria partecipazione alle operazioni di pace.
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