La guerra d’Etiopia: dalla conquista fascista alla resistenza e alla fine dell’Impero
L’Etiopia era uno dei pochi Stati africani rimasti indipendenti dopo la spartizione coloniale del continente e faceva parte della Società delle Nazioni. Il regime fascista preparò per mesi un’offensiva destinata a trasformare il Paese nel centro del proprio progetto imperiale e a cancellare anche il ricordo della sconfitta italiana di Adua del 1896. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane attraversarono il confine dall’Eritrea e dalla Somalia senza una formale dichiarazione di guerra, dando inizio alla guerra d’Etiopia. L’invasione venne combattuta con una superiorità militare enorme e con l’impiego di armi chimiche. Sette mesi dopo Addis Abeba venne occupata e Mussolini proclamò la nascita dell’Impero, mentre la resistenza etiope proseguì contro l’occupazione italiana.
Un impero africano incompleto
Le ambizioni coloniali italiane in Africa orientale precedevano di molti decenni l’arrivo del fascismo. Alla fine dell’Ottocento l’Italia aveva costruito la colonia eritrea e ampliato la propria presenza in Somalia, cercando contemporaneamente di imporre la propria influenza sull’Etiopia. Il tentativo aveva però incontrato una resistenza capace di infliggere all’esercito italiano una delle sconfitte più pesanti della storia coloniale europea. Il 1° marzo 1896, ad Adua, le forze dell’imperatore Menelik II sconfissero l’esercito italiano comandato da Oreste Baratieri, costringendo Roma a riconoscere l’indipendenza etiope.
Adua acquistò un’importanza che andava ben oltre i rapporti tra Italia ed Etiopia. Un esercito africano aveva sconfitto una potenza europea nel pieno dell’espansione coloniale e l’Etiopia riuscì a conservare la propria indipendenza mentre gran parte del continente veniva spartita tra gli imperi europei. Per l’Italia, invece, quella sconfitta rimase associata al fallimento delle prime ambizioni imperiali. Quando Mussolini cominciò a preparare una nuova espansione in Africa orientale, il riferimento ad Adua diventò uno degli strumenti attraverso i quali il regime presentò la futura guerra come la cancellazione di un’umiliazione nazionale.
La politica fascista aggiungeva a quella precedente esperienza coloniale un progetto più vasto. Mussolini voleva collegare Eritrea e Somalia attraverso la conquista dell’Etiopia, accrescere il prestigio internazionale dell’Italia e utilizzare l’impresa coloniale per consolidare il consenso interno. La guerra avrebbe dovuto dimostrare la forza militare del regime e offrire alla propaganda la possibilità di presentare il fascismo come il protagonista di una nuova espansione italiana nel Mediterraneo e in Africa.
Ual Ual e la preparazione della guerra
L’occasione diplomatica arrivò alla fine del 1934. Il 5 dicembre, nei pressi dell’oasi di Ual Ual, nell’Ogaden, reparti italiani ed etiopi si scontrarono in una zona di frontiera contesa tra Etiopia e Somalia italiana. L’incidente provocò morti da entrambe le parti e aprì una crisi internazionale. Addis Abeba si rivolse alla Società delle Nazioni, della quale sia l’Etiopia sia l’Italia erano membri, mentre Roma utilizzò lo scontro per aumentare la pressione sul governo di Hailé Selassié.
Ual Ual non determinò improvvisamente la decisione italiana di conquistare l’Etiopia. I preparativi militari e politici dell’espansione erano già in corso e nei mesi successivi il regime trasferì in Africa orientale uomini, mezzi e materiali in quantità incompatibili con una semplice operazione difensiva. Porti, strade e infrastrutture dell’Eritrea e della Somalia furono potenziati per sostenere una campagna su vasta scala, mentre centinaia di migliaia di militari italiani e coloniali venivano progressivamente concentrati attorno all’Etiopia. La stessa successione degli eventi ricostruita dalla storiografia mostra come alla procedura diplomatica seguita all’incidente di Ual Ual si accompagnasse una crescente mobilitazione italiana.
La situazione internazionale sembrava inizialmente favorevole alle ambizioni di Mussolini. L’ascesa di Hitler aveva spinto Francia e Gran Bretagna a considerare l’Italia un possibile elemento dell’equilibrio europeo contro la Germania. Nel gennaio 1935 Mussolini incontrò a Roma il ministro degli Esteri francese Pierre Laval e interpretò gli accordi raggiunti come un sostanziale via libera alle proprie ambizioni africane. Ancora nell’aprile successivo Italia, Francia e Gran Bretagna parteciparono insieme alla conferenza di Stresa contro le violazioni tedesche del trattato di Versailles. Pochi mesi più tardi, l’invasione dell’Etiopia avrebbe contribuito a distruggere quell’intesa e ad avvicinare progressivamente l’Italia fascista alla Germania nazista.
L’invasione senza dichiarazione di guerra
La sera del 2 ottobre 1935 Mussolini parlò dal balcone di Palazzo Venezia davanti alla folla radunata a Roma. Il giorno successivo le forze italiane attraversarono il confine etiopico senza una formale dichiarazione di guerra. Dal nord avanzarono dall’Eritrea le truppe comandate dal generale Emilio De Bono, mentre dal sud Rodolfo Graziani aprì un secondo fronte partendo dalla Somalia italiana.
La disparità tra i due apparati militari era enorme. L’Italia poteva impiegare aviazione, artiglieria moderna, mezzi motorizzati e un sistema logistico costruito durante i mesi di preparazione, mentre l’esercito etiope riuniva forze molto differenti per armamento, addestramento e organizzazione. Una parte dei combattenti disponeva di fucili moderni, altre unità utilizzavano armi più vecchie e l’Etiopia possedeva capacità aeree e meccanizzate incomparabilmente inferiori a quelle italiane. Questa differenza non impedì alle forze etiopi di opporre una resistenza capace, in diverse fasi, di rallentare l’avanzata.
De Bono conquistò Adigrat e Adua nei primi giorni dell’offensiva e raggiunse Macallè nel novembre 1935. Per Mussolini, però, l’avanzata procedeva troppo lentamente. Il regime aveva bisogno di una vittoria rapida, sia per ragioni propagandistiche sia per ridurre il rischio che la pressione internazionale rendesse più difficile continuare la guerra. De Bono venne quindi sostituito da Pietro Badoglio, capo di Stato maggiore generale, che assunse il comando del fronte settentrionale alla fine di novembre.
Le armi chimiche contro l’Etiopia
Fu durante la fase decisiva della guerra d’Etiopia che l’esercito italiano fece ricorso in maniera estesa alle armi chimiche. Mussolini autorizzò personalmente l’impiego dei gas e le forze italiane utilizzarono soprattutto iprite, sganciata dagli aerei o impiegata attraverso altri sistemi di dispersione. Il ricorso alle armi chimiche serviva a colpire le concentrazioni delle forze etiopi, ostacolarne i movimenti e sfruttare ulteriormente la superiorità tecnologica italiana. Treccani ricorda esplicitamente l’autorizzazione concessa da Mussolini e il ricorso alle armi chimiche durante la campagna.
L’uso dell’iprite ebbe conseguenze che superavano il campo di battaglia. Una sostanza vescicante poteva contaminare terreno, vegetazione e fonti d’acqua e colpire persone che non avevano protezioni adeguate, comprese quelle che entravano successivamente nelle aree contaminate. L’impiego italiano dei gas divenne uno degli aspetti più controversi della guerra anche perché l’Italia aveva aderito al Protocollo di Ginevra del 1925, che proibiva l’uso in guerra di gas asfissianti, tossici e mezzi batteriologici.
Per molto tempo, nella memoria pubblica italiana, questo elemento rimase ai margini del racconto della campagna etiopica. La documentazione militare e il lavoro degli storici hanno successivamente reso impossibile sostenere che si fosse trattato di qualche episodio isolato deciso autonomamente sul campo. Le autorizzazioni provenivano dai vertici politici e militari e l’impiego delle armi chimiche fece parte degli strumenti utilizzati per piegare la resistenza etiope.
La Società delle Nazioni contro l’Italia
L’invasione rappresentava anche una prova decisiva per la Società delle Nazioni. Italia ed Etiopia appartenevano entrambe all’organizzazione nata dopo la Prima guerra mondiale con l’ambizione di costruire un sistema di sicurezza collettiva nel quale l’aggressione contro uno Stato membro avrebbe prodotto una risposta internazionale.
La Società delle Nazioni riconobbe la responsabilità italiana e decise di applicare sanzioni economiche e finanziarie. L’articolo 16 del Patto, che prevedeva misure contro uno Stato responsabile di aver violato gli obblighi dell’organizzazione, venne applicato proprio in seguito all’invasione italiana. Le sanzioni entrarono in vigore il 18 novembre 1935 e coinvolsero decine di Stati.
La risposta, tuttavia, non fu sufficiente a fermare la guerra. Le misure adottate lasciavano fuori risorse essenziali per la capacità militare italiana e nessuna potenza volle trasformare la crisi etiopica in uno scontro armato con l’Italia. Il regime riuscì inoltre a trasformare le sanzioni in uno straordinario strumento di propaganda interna, presentando il Paese come vittima dell’ostilità delle grandi potenze europee e chiedendo alla popolazione di mobilitarsi attorno a Mussolini. La campagna culminò anche nella raccolta dell’oro e delle fedi nuziali, presentata come dimostrazione dell’unità nazionale contro le sanzioni.
Il fallimento della Società delle Nazioni ebbe conseguenze che andarono oltre l’Etiopia. L’organizzazione aveva condannato l’aggressione, ma non era riuscita a impedirne il successo militare. La crisi mostrò i limiti del sistema di sicurezza collettiva proprio mentre l’Europa si trovava davanti all’espansionismo della Germania nazista e contribuì al progressivo deterioramento dei rapporti tra l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna.
Dalle battaglie del nord alla caduta di Addis Abeba
All’inizio del 1936 Badoglio avviò una serie di offensive destinate a distruggere le principali armate etiopi schierate sul fronte settentrionale. La superiorità dell’artiglieria e dell’aviazione italiana, insieme all’impiego delle armi chimiche, contribuì a spezzare progressivamente la capacità delle forze imperiali di sostenere grandi battaglie convenzionali. Anche sul fronte meridionale Graziani avanzò dall’Ogaden dopo avere superato forti difficoltà logistiche e la resistenza delle truppe etiopi.
Hailé Selassié tentò personalmente di fermare l’avanzata italiana. Dopo la sconfitta delle proprie forze a Mai Ceu, alla fine di marzo, la possibilità di difendere la capitale divenne sempre più ridotta. L’imperatore lasciò l’Etiopia all’inizio di maggio con l’intenzione di portare personalmente la causa del proprio Paese davanti alla comunità internazionale.
Il 5 maggio 1936 le truppe di Badoglio entrarono ad Addis Abeba. La data viene spesso utilizzata come conclusione della guerra d’Etiopia, ma descrive soprattutto la caduta della capitale e la vittoria italiana nella fase convenzionale del conflitto. Ampie zone del territorio non erano sotto un controllo effettivo italiano e formazioni etiopi continuarono a combattere anche dopo la proclamazione dell’Impero. Lo stesso quadro lasciato da Badoglio al successore Graziani mostrava quanto fosse distante la conquista della capitale dalla completa sottomissione del Paese.
Mussolini proclama l’Impero
Il 9 maggio Mussolini annunciò da Palazzo Venezia la nascita dell’Impero italiano e Vittorio Emanuele III assunse il titolo di imperatore d’Etiopia. Eritrea, Somalia italiana ed Etiopia vennero riunite nell’Africa Orientale Italiana, divisa amministrativamente in diversi governatorati. Per il fascismo fu uno dei momenti di massimo consenso. La conquista venne celebrata come la dimostrazione che il regime aveva trasformato l’Italia in una grande potenza capace di costruire un impero e di sfidare le pressioni internazionali.
La propaganda aveva accompagnato l’intera guerra. Giornali, radio, cinegiornali, manifestazioni pubbliche e organizzazioni del regime presentarono l’invasione come un’impresa nazionale e civilizzatrice, utilizzando contemporaneamente una rappresentazione razzista degli etiopi. Il colonialismo veniva giustificato attraverso l’idea di una superiorità italiana ed europea che avrebbe attribuito alla potenza occupante il diritto di governare altre popolazioni.
La costruzione dell’Impero contribuì anche a modificare la legislazione coloniale. Negli anni successivi il fascismo introdusse una separazione sempre più rigida tra italiani e popolazioni africane, con norme contro le relazioni tra colonizzatori e colonizzati e una crescente formalizzazione del razzismo. L’esperienza dell’Africa orientale rappresentò così una tappa importante nella radicalizzazione razziale del regime prima delle leggi antiebraiche del 1938.
Hailé Selassié davanti alla Società delle Nazioni
La vittoria proclamata da Mussolini non impedì a Hailé Selassié di continuare a rivendicare l’esistenza dell’Etiopia come Stato sovrano. Il 30 giugno 1936 l’imperatore si presentò davanti all’assemblea della Società delle Nazioni a Ginevra. Denunciò l’invasione, l’impiego delle armi chimiche e l’incapacità del sistema internazionale di proteggere uno dei propri membri.
Il significato politico dell’intervento superava la sorte immediata dell’Etiopia. Hailé Selassié chiedeva quale valore potessero avere trattati e garanzie internazionali se uno Stato più potente poteva invadere un altro membro della Società delle Nazioni e conservarne il territorio conquistato. La domanda riguardava direttamente la credibilità dell’ordine internazionale costruito dopo il 1918.
Le potenze europee non intervennero per restaurare il governo etiope. Con il passare degli anni, diversi Stati arrivarono a riconoscere il controllo italiano e nel 1938 anche Francia e Gran Bretagna riconobbero la nuova situazione.
La guerra continuò dopo la conquista della capitale
La proclamazione dell’Impero nascondeva una realtà molto meno stabile di quella raccontata dalla propaganda. Numerosi gruppi etiopi continuarono la resistenza armata contro l’occupazione e il governo coloniale dovette impiegare forze considerevoli per mantenere il controllo del territorio. Badoglio rimase viceré soltanto per poche settimane e venne sostituito da Rodolfo Graziani, che applicò una politica repressiva particolarmente dura. Treccani ricorda come, dopo la conquista di Addis Abeba, vaste porzioni dell’Etiopia fossero ancora fuori dal controllo effettivo italiano e decine di migliaia di combattenti continuassero a opporsi all’occupazione.
Uno degli episodi più gravi avvenne dopo l’attentato contro Graziani del 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba. La reazione italiana produsse una vasta repressione contro la popolazione etiope, ricordata come Yekatit 12 secondo il calendario locale. Nei mesi successivi continuarono esecuzioni e operazioni contro persone considerate legate alla resistenza. Anche istituzioni religiose furono colpite dalla repressione coloniale.
La violenza mostrava quanto fosse distante la realtà dell’occupazione dall’immagine di un Paese definitivamente pacificato nel maggio 1936. La resistenza degli Arbegnoch, i patrioti etiopi, continuò in diverse regioni e costrinse l’amministrazione coloniale a mantenere un apparato militare e repressivo considerevole. La stessa ricostruzione dell’Africa Orientale Italiana registra una successione di operazioni contro i centri della resistenza negli anni successivi alla proclamazione dell’Impero.
Un impero durato cinque anni
L’Africa Orientale Italiana ebbe una vita molto più breve di quella immaginata dalla propaganda fascista. Quando l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale nel giugno 1940, i territori coloniali dell’Africa orientale si trovarono isolati dalle principali linee di rifornimento italiane. Le forze britanniche e del Commonwealth, insieme a reparti etiopi e alla resistenza locale, avviarono nel 1941 una campagna che portò rapidamente al crollo del dominio italiano.
Hailé Selassié rientrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1941, esattamente cinque anni dopo l’ingresso delle truppe di Badoglio nella capitale. L’occupazione italiana dell’Etiopia era sostanzialmente terminata, anche se alcune forze italiane continuarono a combattere per alcuni mesi in altre zone dell’Africa orientale. Dopo la guerra, il trattato di pace del 1947 sancì formalmente la fine delle pretese coloniali italiane sull’Etiopia.
La guerra d’Etiopia iniziata il 3 ottobre 1935 aveva quindi prodotto un impero destinato a durare soltanto pochi anni, ma le sue conseguenze politiche furono molto più lunghe. L’aggressione contribuì a compromettere i rapporti dell’Italia con Francia e Gran Bretagna e favorì il progressivo avvicinamento alla Germania nazista, fino alla nascita dell’Asse Roma-Berlino. Sul piano interno offrì al fascismo uno dei momenti di maggiore mobilitazione del consenso e rafforzò una cultura coloniale fondata sulla gerarchia razziale.
Raccontare la guerra d’Etiopia soltanto attraverso l’ingresso italiano ad Addis Abeba significa quindi fermarsi alla versione che il fascismo volle dare della propria conquista. Dietro le immagini delle adunate e la proclamazione dell’Impero rimangono l’invasione di uno Stato indipendente, l’impiego delle armi chimiche, la debolezza della risposta internazionale e una resistenza etiope che proseguì dopo la presunta conclusione della guerra. La caduta dell’Africa Orientale Italiana nel 1941 avrebbe infine mostrato quanto fragile fosse stata quella costruzione imperiale che Mussolini aveva presentato cinque anni prima come il ritorno definitivo dell’Italia tra le grandi potenze coloniali.
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