La Monna Vanna, il mistero della Gioconda senza veli

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Nel vasto e articolato panorama degli studi su Leonardo da Vinci, alcune opere continuano a trovarsi in una posizione ambigua, oscillando tra attribuzioni riconosciute e incertezze irrisolte. Tra queste emerge la cosiddetta Monna Vanna, conosciuta anche come Gioconda nuda, un grande disegno che da anni stimola il dibattito tra storici dell’arte, critici e studiosi del Rinascimento. Sebbene non abbia raggiunto la fama mondiale della Gioconda del Louvre, quest’opera riveste un’importanza fondamentale per comprendere il metodo di lavoro, le sperimentazioni formali e l’eredità della bottega leonardesca negli ultimi anni di attività del maestro.

La collocazione attuale e le caratteristiche materiali

La Monna Vanna è attualmente custodita presso il Condé di Chantilly, una località situata a circa cinquanta chilometri a nord di Parigi, nella regione dell’Hauts-de-France. Si tratta di un disegno di grandi dimensioni, eseguito a carboncino su carta a doppia incollatura, una tecnica che suggerisce un’intenzione progettuale ben definita e non un semplice schizzo occasionale. La qualità dei materiali e la cura nell’esecuzione indicano un’opera concepita per durare, probabilmente destinata a un committente di alto profilo o a uno studio approfondito all’interno di un contesto artistico colto.

La figura femminile e la sorprendente affinità con la Gioconda

Ciò che colpisce immediatamente l’osservatore è la straordinaria somiglianza compositiva tra la Monna Vanna e la celebre Gioconda di Leonardo. La donna è rappresentata seduta, frontalmente rivolta verso chi osserva, con il busto leggermente inclinato e le mani sovrapposte in primo piano. Questa posa, divenuta iconica grazie al dipinto del Louvre, viene qui riproposta con una fedeltà quasi speculare. Anche l’espressione del volto richiama il celebre sorriso enigmatico, sebbene declinato in una chiave più diretta e sensuale, accentuata dalla nudità della figura.

Il tema del nudo

La scelta di raffigurare una figura femminile completamente nuda introduce un elemento di forte discontinuità rispetto alla tradizione ritrattistica ufficiale del primo Cinquecento. Leonardo da Vinci aveva dedicato ampio spazio allo studio del corpo umano, sia maschile sia femminile, ma raramente aveva associato il nudo a una posa così esplicitamente ritrattistica. In questo senso, la Monna Vanna solleva interrogativi sul suo significato iconografico: potrebbe trattarsi di un’allegoria della bellezza ideale, di un riferimento a concetti neoplatonici diffusi nelle corti rinascimentali, oppure di uno studio preparatorio destinato a un’opera mai completata.

Fin dalla sua riscoperta in ambito critico, la Monna Vanna è stata al centro di un acceso dibattito attributivo. Alcuni studiosi hanno sostenuto l’autografia leonardesca, evidenziando la raffinatezza del tratto, la padronanza anatomica e la complessità psicologica del volto. Altri, più cauti, hanno proposto un’attribuzione alla bottega, ipotizzando l’intervento di uno o più allievi particolarmente dotati. Questa oscillazione riflette una problematica più ampia legata alla produzione di Leonardo, caratterizzata da collaborazioni, repliche e interventi a più mani.

La bottega di Leonardo e il ruolo degli allievi

La difficoltà nel definire con certezza la paternità della Monna Vanna è strettamente legata al funzionamento della bottega leonardesca. Leonardo non operava in isolamento: intorno a lui gravitavano allievi e collaboratori di grande talento, capaci di assimilare il suo linguaggio formale e di replicarne lo stile con notevole fedeltà. Figure come Gian Giacomo Caprotti, noto come Salai, o Francesco Melzi rappresentano esempi emblematici di questa trasmissione diretta del sapere artistico. In tale contesto, un’opera come la Monna Vanna potrebbe essere il risultato di un lavoro collettivo, supervisionato dal maestro ma eseguito materialmente da un discepolo.

La nuova ipotesi critica di Jonathan Jones

Negli ultimi anni, il dibattito ha conosciuto una nuova fase grazie alla teoria proposta da Jonathan Jones, critico d’arte del quotidiano britannico The Guardian. Secondo Jones, il disegno di Chantilly sarebbe stato realizzato intorno al 1515, in una fase avanzata della carriera di Leonardo. L’opera, a suo avviso, potrebbe essere stata eseguita direttamente dal maestro oppure da un collaboratore molto vicino, sotto la sua guida diretta. Questa interpretazione colloca la Monna Vanna nel contesto dell’ultimo periodo leonardesco, caratterizzato da una maggiore libertà sperimentale e da una riflessione profonda sulla forma e sull’espressione.

La possibile committenza di Giuliano de’ Medici

Un elemento centrale dell’ipotesi di Jones riguarda la committenza. Il disegno potrebbe essere stato realizzato su incarico di Giuliano de’ Medici, figura di primo piano della politica e della cultura del tempo. Giuliano aveva intrattenuto rapporti diretti con Leonardo e potrebbe aver richiesto un’opera destinata a un ambito privato, forse legata a un ideale di bellezza femminile che unisse sensualità, intelligenza e armonia. In questa prospettiva, la Monna Vanna apparirebbe come una variazione sul tema della Gioconda, adattata a un contesto diverso e meno ufficiale.

Dal punto di vista stilistico, il disegno presenta caratteristiche compatibili con una datazione intorno al secondo decennio del Cinquecento. Il tratto è sicuro e continuo, privo di incertezze, e rivela una conoscenza approfondita dell’anatomia umana. La resa delle mani, elemento particolarmente caro a Leonardo, mostra una sensibilità straordinaria nella definizione delle articolazioni e delle proporzioni. Anche il volto, con la sua ambiguità espressiva, sembra inserirsi pienamente nella ricerca leonardesca sul rapporto tra interiorità e apparenza.

Il ruolo del museo Condé nella conservazione dell’opera

La presenza della Monna Vanna nel museo Condé di Chantilly contribuisce al suo carattere enigmatico. Pur ospitando una delle collezioni d’arte più importanti di Francia, il museo rimane meno frequentato rispetto ai grandi poli museali parigini. Questa relativa marginalità ha fatto sì che l’opera rimanesse per lungo tempo oggetto di studio quasi esclusivamente accademico, lontana dall’attenzione del grande pubblico, ma al centro di un confronto specialistico di alto livello.

Al di là delle questioni attributive, la Monna Vanna riveste un valore fondamentale per la comprensione dell’eredità di Leonardo da Vinci. Essa testimonia la diffusione del suo linguaggio formale, la capacità della sua bottega di elaborare varianti complesse e l’influenza duratura del suo pensiero artistico. Che si tratti di un’opera autografa, di un lavoro supervisionato o di una creazione di bottega, il disegno riflette in modo inequivocabile l’universo concettuale leonardesco.

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