Masaccio: i segreti dell’artista che preannunciò il Rinascimento
Autoritratto di Masaccio (Cappella Brancacci, Firenze)
Se l’opera di Masaccio segna l’inizio luminoso del Rinascimento, la sua morte prematura e inaspettata si staglia come una zona d’ombra, densa e inaccessibile. Si tratta di una rottura netta, quasi brutale, nel percorso di un artista che, prima di raggiungere i ventotto anni, aveva già rivoluzionato le regole della pittura.
Le informazioni sulla sua vita sono scarse, disperse tra gli archivi, e la sua produzione, già limitata all’inizio, è ancora più ridotta. Un dato è certo: Tommaso di Ser Giovanni di Mone Cassai perisce nella primavera del 1428 a Roma, città in cui si era trasferito pochi mesi prima abbandonando Firenze. Intorno a questa data si accumulano ipotesi e congetture, tramandate e rielaborate nel corso dei secoli, come se la sua scomparsa fosse diventata un terreno fertile per il dubbio. E proprio quel vuoto, quella parte mancante, continua a esercitare un fascino sottile e inquietante anche oggi.
Il documento del 27 luglio 1427 in cui Masaccio elenca i suoi averi
Ricostruire le vicende di Masaccio, così come quelle di altri “mitici” protagonisti dell’arte italiana, non è affatto semplice. Richiede un lavoro di analisi delle fonti, di contestualizzazione storica e di ricerca documentale, che nel nostro caso si limita a pochi fogli: a partire da quel raro e prezioso manoscritto, datato 27 luglio 1427, che può essere considerato una vera e propria “dichiarazione dei redditi” di Masaccio. In questa cruda e sintetica elencazione di beni e obblighi, il pittore sembra mostrare una certa mancanza di risorse finanziarie e un tenore di vita modesto, a conferma dell’idoneità del soprannome dispregiativo di vasariana memoria che ben ne evidenziava la trascuratezza e l’indifferenza verso le questioni mondane.
Le illuminanti testimonianze dei biografi e dei cronisti dell’arte del suo tempo e di quelli successivi sono di grande aiuto: da Leon Battista Alberti a Filarete, da Manetti a Landino, da Leonardo a Annibal Caro, da Vasari a Filippo Baldinucci.
È grazie al loro apporto che si può tentare oggi, anche attraverso l’elaborazione letteraria, di far riemergere in modo completo la figura dell’uomo artista, a contatto con i luoghi e i personaggi della sua epoca.
La copertina di “L’opera perfetta. Vita e morte di Masaccio” di Alessandro Masi, Neri Pozza
È forte la tentazione di immaginarci Masaccio in situazioni quotidiane, a colloquio con coloro che hanno condiviso il suo percorso. Cosa avrebbe potuto chiedere Filippo Brunelleschi, in lacrime per la perdita dell’amico, al cerusico Adolfo degli Albizzi, incaricato di indagare sulle circostanze della morte dell’artista? Così nasce spontaneamente un dialogo sugli effetti del fatale veleno di cui il giovane pittore, secondo voci insistenti, sarebbe stato vittima. Quali riflessioni avrebbe potuto esprimere Masaccio, tra un bicchiere di vino e l’altro? Quali vivaci scambi di parole potrebbero aver avuto Tommaso e il più anziano Masolino da Panicale, in precario equilibrio sui ponteggi della cappella Brancacci nella chiesa fiorentina del Carmine?
È proprio in questo spazio, tra pubblico e privato, che Masaccio lascerà la sua opera più significativa, sebbene incompiuta, in quelle Storie di san Pietro intrise di un’intensità espressiva e di un’umanità mai vista prima.
Qui, Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso sono esseri vulnerabili, nudi nella loro fragilità, colti dalla propria disperazione. Il loro dolore è palpabile nella carne, nella postura, nel camminare incerto: ogni linea e volume, ogni ombra sembra sussurrare la stessa tragedia che li allontana sempre più dalla dimensione divina. Anche la scena del Tributo va oltre la semplice illustrazione di un passo delle Sacre Scritture: è lo svolgersi di un evento “reale”, all’interno di una rigorosa cornice prospettica ma in un susseguirsi di gesti ed espressioni che si espandono oltre i confini del riquadro. Le cose dipinte, tra le mani di Masaccio, diventano “vive e vere” e lo spazio si trasforma in un luogo condiviso con lo spettatore.
L’arte di Masaccio mira dunque a una verità essenziale, severa, che riscatta il mondo nella sua concretezza. Riconsiderarla oggi significa richiamare quella spinta originaria verso la modernità di cui siamo eredi: la volontà di restituire all’uomo la centralità del suo ruolo, della sua storia e della sua esperienza emotiva.
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