Perché nella psicoanalisi la sola parola non è più sufficiente
Particolare dalla copertina del libro di Jacques Lacan, “Il seminario. Libro XV” (Einaudi)
dalla pratica esclusivamente verbale alla Freud: dal concetto all’azione liberatoria
Nella nota XI tesi su Feuerbach, Marx affermava che se fino a quel momento i filosofi si erano limitati a interpretare il mondo, ora era necessario trasformarlo. L’onanismo contemplativo del filosofo teorico doveva quindi cedere il passo alla virilità generativa della prassi. Questa cesura non è molto distante da quella apportata dall’esperienza della psicoanalisi, per la quale, come direbbe Agostino, non si tratta solo di dire la verità ma anche di fare la verità. L’interpretazione, che diventa una forma di ruminazione incessante attorno al significato – la deriva ermeneutica della filosofia di cui Marx già avvertiva la sterilità e che ha influenzato la psicoanalisi stessa – non contribuisce a rendere possibile una trasformazione reale del mondo o della realtà del soggetto. Non è un caso che il legame tra teoria e prassi risulti centrale non solo nel materialismo storico, ma anche nella dottrina freudiana. Non è quindi sorprendente che uno dei Seminari più provocatori di Lacan, intitolato L’atto psicoanalitico, ora accessibile anche al pubblico italiano per i tipi di Einaudi, si sviluppi in parallelo al movimento di contestazione del Sessantotto, che ha trovato proprio a Parigi uno dei suoi centri nevralgici.
Se l’insegnamento più tradizionale di Lacan aveva sottolineato il potere della parola e la tesi dell’inconscio strutturato come un linguaggio, con questo Seminario egli pone invece l’accento sulla dimensione silenziosa dell’atto. Nel lessico codificato della psicoanalisi ortodossa, il concetto di atto psicoanalitico si rivelerebbe a rigore altamente contraddittorio. Durante un’analisi, infatti, ogni forma di azione deve essere sospesa per lasciare spazio alla parola del soggetto. La psicoanalisi, come suggerisce una delle prime pazienti di Freud, è una talking cure, una “cura parlata”. Questo rappresenta un principio generale dell’ortodossia psicoanalitica: ogni passaggio dalla parola all’atto indicherebbe al contrario uno sbandamento della cura. Pertanto, quando Lacan introduce la formula dell’atto psicoanalitico, sottopone questo paradigma a una revisione radicale. L’esclusione dell’atto sarebbe, a suo avviso, il segnale di un infiacchimento burocratico ed ermeneutico della pratica analitica. La questione è come una pratica simbolica come l’analisi possa avere effetti nel reale, possa modificare l’economia libidica di un soggetto, possa realmente trasformare la sua vita.
È lo stesso tema che interessa Marx: esiste la possibilità che un atto rivoluzionario – come si affermava nel Sessantotto – possa davvero non solo interpretare il mondo ma anche cambiarlo? E cosa implica introdurre l’atto in un’esperienza di parola come quella della psicoanalisi? Il primo passo che Lacan compie nel suo Seminario consiste nel differenziare l’atto dalla semplice azione motoria. Mentre il modello dell’azione è quello di un’abitudine che si ripete senza sorpresa, come quando camminiamo per tornare a casa seguendo un percorso già collaudato innumerevoli volte, il modello dell’atto è invece quello dell’evento, ovvero di una radicale discontinuità che interrompe ogni forma di consuetudine. Inoltre, l’atto di cui parla Lacan non è il risultato di una deliberazione della coscienza, non è l’espressione della volontà determinata dell’Io. Piuttosto, egli dissocia l’atto da ogni forma di intenzionalità per associarlo invece a una profonda esperienza di abdicazione.
L’atto, infatti, non è un’azione dettata dalla ragione ma un suo inciampo. Non è un caso che egli ricordi come Freud avesse attribuito grande importanza agli atti mancati, ai lapsus, alle sbadataggini e alle dimenticanze. Questi non segnalavano tanto il fallimento di un’azione, ma rivelavano al soggetto la verità rimossa del suo desiderio. Per questo Lacan ricorda, attraverso Rimbaud, che l’atto non è il luogo di una ruminazione o di un calcolo, quanto piuttosto quello di un lampo, di un colpo, di una contingenza che interrompe un ordine già stabilito. Ma, soprattutto, che l’atto è un evento che trasforma chi lo compie. Più che un fare, è l’effetto che un significante – un dire – genera nel soggetto.
Esiste, più precisamente, atto solo dove una soglia viene superata. È ciò che accade a Giulio Cesare di fronte al Rubicone. In primo piano non è qui la ripetizione di un’abitudine ma una frattura, uno sconfinamento irreversibile, addirittura una violazione. L’evento dell’atto modifica, infatti, chi lo compie tracciando nel tempo un prima e un dopo. Nulla, dopo l’atto compiuto da Cesare, sarà infatti più come prima. È lo stesso che accade anche con la presa della Bastiglia o con l’“ordine” con il quale Lenin spinge il suo popolo verso la Rivoluzione d’ottobre. Non si tratta più di una ruminazione infinita attorno alle metamorfosi del senso, ma di un taglio traumatico, di qualcosa che interrompe il flusso ordinario del tempo, della nascita di un “nuovo desiderio” o, come direbbe ancora Rimbaud, di un «nuovo amore». Questo implica che è solo l’atto a rendere possibile l’inizio, come testimonia l’atto della creazione ex nihilo generato dal Dio biblico. Il potere dell’atto è un potere creatore, come dimostra l’atto con il quale Lucio Fontana taglia la tela inaugurando un nuovo inizio nella storia dell’arte. In questa prospettiva, il significato dell’atto coinvolge sempre le sue conseguenze.
Per questo Lacan può affermare che il valore di ogni atto è determinato solo dalla sua rilettura a posteriori. Saranno gli eventi successivi alla presa della Bastiglia a stabilire se si è trattato di una semplice sommossa o dell’inizio della rivoluzione. Per questa ragione il soggetto non può mai essere completamente padrone del proprio atto e, dunque, ogni vero atto – come quello che segna il passaggio dallo psicoanalizzante allo psicoanalista – si rivela sempre privo di garanzia, senza una giustificazione definitiva. Non a caso, nel Seminario VII dove troviamo nominato per la prima volta il concetto di atto psicoanalitico, Lacan considera che il suo riferimento più prossimo sia quello al concetto cristiano di grazia. La salvezza non è garantita dalle opere del soggetto ma dall’incontro con una trascendenza e una forza che le oltrepassa. È il modo con il quale lo psicoanalista francese ha riletto la nota formula freudiana «Dove era l’Es, l’Io deve avvenire». Non come una colonizzazione da parte dell’Io dei territori paludosi e irrazionali dell’Es, ma come un accoglimento della potenza dell’Es al fine di liberare l’Io dalla sua follia identitaria.
Il libro – Il Seminario Libro XV. L’atto psicoanalitico 1967-1968 di Jacques Lacan (Einaudi, a cura di A. Di Ciaccia, traduzioni di A. Di Ciaccia e Lieselotte Longato, pagg. 304, euro 26)
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