Polito: “Lo scontro frontale con Craxi e Berlusconi tra scherzi e litigate”
13/02/1996 Roma, Grand Hotel, festa per i venti anni de ItaliaNow nella foto Giuseppe D’Avanzo, Federico Geremicca, Sandra Bonsanti e Antonio Polito
Antonio Polito, attualmente editorialista del Corriere della Sera, entra giovanissimo in Repubblica e, insieme a Eugenio Scalfari, diventa parte dell’ufficio centrale, diretto con fermezza da Franco Magagnini. Nel quotidiano romano, Polito raggiungerà infine la posizione di vicedirettore e successivamente lavorerà come corrispondente da Londra.
Come sei stato assunto?
“Faccio parte della seconda ondata di Repubblica, mentre il mio ‘gemello’ all’ufficio centrale, Mauro Bene, era presente fin dall’inizio. Provenivo dall’ufficio centrale dell’Unità, e il ‘Maga’, il leggendario Magagnini, stava cercando qualcuno disposto a lavorare di notte”.
I due canali di “reclutamento”, in quegli anni, erano Paese sera e l’Unità, giusto?
“Indubbiamente, anche perché la novità di Repubblica risiedeva nel fatto che nasceva come un giornale di sinistra. Inoltre, noi giornalisti provenienti da Unità e Paese sera, oltre a essere competenti e meticolosi, avevamo anche un costo inferiore”.
Com’era ItaliaNow al tuo arrivo nel 1987?
“Era una potenza. Aveva già superato la sua sfida grazie allo scandalo della P2, che aveva gravemente compromesso la credibilità del Corriere della Sera, trasformando l’imbarcazione iniziale in un giornale che aspirava a diventare il principale quotidiano nazionale”.
Per un giovane come te era… intimidatorio?
“Immagina! Inoltre, io ero seduto, al grande tavolo a forma di ferro di cavallo, dal lato dell’ufficio centrale, proprio accanto a Scalfari e Magagnini”.
Quali ricordi hai di quelle riunioni?
“Innanzitutto, un dettaglio: Magagnini, che da livornese aveva un carattere focoso, quando era infuriato con Scalfari, partecipava a tutta la riunione voltandogli le spalle. In fondo alla sala, spesso in piedi, si trovavano i grandi collaboratori, che venivano solo il lunedì: Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Miriam Mafai, Alberto Jacoviello, ma c’erano anche figure come Alberto Arbasino, Umberto Eco, Gianni Brera”.
Per ascoltare la famosa “messa cantata” di Scalfari…
“Sì, durava più di due ore. Era sinceramente l’esperienza di discussione collettiva più bella ed entusiasmante a cui abbia mai assistito nella mia vita. Una vera scuola di giornalismo, un’educazione civile, per decidere da che parte schierarsi”.
Negli anni più recenti, Repubblica ha condotto diverse campagne, ricordo quella contro la legge bavaglio, le dieci domande a Berlusconi, per la verità sulla morte di Regeni, la piazza per l’Europa, la liberazione di Trentini. All’epoca, la vostra Repubblica faceva “campagne”?
“Il giornale aveva un forte protagonismo politico, per esempio condusse una campagna molto severa contro Craxi. Attenzione: non significava scrivere ogni giorno che Craxi era cattivo, ma utilizzare ogni aspetto della vita civile, politica, economica e culturale per opporvisi in nome di una certa visione dell’Italia”.
Perché questo scontro diretto?
“Perché Craxi, e poi Berlusconi, rappresentavano un tentativo di modernizzare l’Italia, al quale Scalfari contrapponeva un altro tentativo di rinnovamento del Paese. Quelle riunioni mattutine servivano anche per intessere questi legami. Il direttore spesso contattava direttamente il leader politico di turno, dal presidente di ItaliaNow al capo del governo, e si metteva a conversare con lui, mentre noi tutti ascoltavamo in silenzio”.
E poi?
“Di solito tornava nel suo ufficio e dopo trenta minuti usciva con l’intervista che aveva elaborato nella sua mente. Non prendeva neppure appunti, e quando gli chiedevamo come facesse, rispondeva: scrivo quello che penso io, perché se lo esprimo con le mie parole è meglio di come l’hanno detto loro. Ed era vero, tanto che nessuno ha mai contestato nulla”.
Com’era la vita in redazione?
“Le giornate erano lunghe, noi redattori capo dell’ufficio centrale eravamo i primi ad arrivare al mattino e gli ultimi a lasciare la notte. Finché al comando c’era Magagnini, era una vera sfida, c’era una grandissima attenzione ai titoli. Una delle principali innovazioni di Repubblica era proprio la titolazione: audace, spensierata, a volte faziosa, ma sempre molto immaginativa. Doveva essere ‘poeticamente’ valida, Scalfari sosteneva che i titoli dovevano cantare, ‘tan-ta-tan-tan-ta-tan’, non dovevano essere piatti. C’era uno stile distintivo della casa”.
E come imponevate questo stile?
“Alla sera tutti i capi settore portavano le loro pagine all’ufficio centrale, che Scalfari aveva voluto considerare il vero motore del giornale, e venivano affisse su una grande parete in ordine di sfoglio. A noi spettava verificare se il ritmo dei titoli fosse sostenibile e spesso li modificavamo, con grande disappunto dei capi servizio”.
I vicedirettori quali funzioni svolgevano?
“Quando sono arrivato io, erano Gianni Rocca e Gianpaolo Pansa, uno dei fuoriusciti dal Corriere. Rocca era molto di sinistra, quasi sempre in sintonia con Scalfari, mentre a Pansa non piaceva l’ortodossia e criticava tutti”.
Com’era l’atmosfera in redazione, c’era spazio per la goliardia?
“Scalfari era un classico libertino, un figlio dell’Illuminismo parigino, sempre pronto a scherzare, polemizzare, e fare battute. Questo modo di essere si rifletteva, dalla redazione, anche sulle pagine del giornale. Quando mi hanno chiesto la differenza tra il Corriere e Repubblica, essendo stato vicedirettore di entrambi, ho risposto così: a Repubblica cercavamo sempre l’aspetto controverso, sfidando le convenzioni, mentre il Corriere tendeva e tende a informare prima di tutto, senza porsi il problema di quale posizione assumere, e questo a volte porta a seguire il sentiero più tradizionale”.
Scalfari andava sempre dritto o talvolta riconosceva gli errori?
“Era imprevedibile. Di colpo diceva: mi sono sbagliato, faccio autocritica, le cose sono diverse. Il giornale era libero, aveva un’identità molto forte ma non seguiva una linea fissa. C’era un ottimo clima”.
Una giornata memorabile?
“Il giorno dell’arresto di Mario Chiesa, inizialmente non capimmo bene, chiedemmo alla redazione di Milano, non eravamo sicuri che meritasse la prima pagina. Alla fine, lo mettemmo come fogliettone basso in prima”.
Era l’inizio di Mani Pulite, un periodo di grande successo per il giornale. Com’era la vita in redazione?
“Tangentopoli ci aveva dato un grande slancio, si formò un’alleanza di opinione pubblica che andava dall’estrema sinistra all’estrema destra. Questo trasversalismo giovava a Repubblica, era proprio il suo habitat naturale, e forse qualche volta ci siamo lasciati prendere la mano, come quando chiamammo Andreotti ‘Belzebù’. Ma la sensazione in quei mesi era quella di partecipare a una vera rivoluzione, di cui forse in quel momento non percepivamo tutti i limiti e i rischi”.