Riflessioni, linguaggio e arte: con Repubblica il latino si trasforma in una passione profonda.
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Il cinquantesimo carme del libro di Catullo è una delle poesie che apprezzo di più in assoluto. Inoltre, la considero una delle più affascinanti di Catullo, superiore a quelle che trattano di Lesbia, l’amore impossibile, ingiustamente messe in evidenza dalla tradizione scolastica. Sembra un tenero messaggio di auguri, simile a quelli che si scrivono ancora in alcune parti del mondo (in Inghilterra, ad esempio) dopo un incontro piacevole, e lo è.
Ma rappresenta molto di più. Qui troviamo un inno alla gioia sociale, e apprendiamo che questa, la gioia sociale, obiettivo di tutte le utopie, necessita di poesia, amicizia e giustizia. Altrimenti, si corre il rischio di impazzire, di cadere, come si legge al verso 11, nel furor, la follia autodistruttiva, il peggior destino concepibile, che rende indistinguibile l’essere umano dalla bestia.
Il furor annienta le leggi, ricorda sentenziosamente la conclusione del carme successivo, il LXIV: il lecito e l’illecito confusi in una furia malvagia hanno distolto da noi il giusto cuore degli dèi. Per questo non si prendono la briga di visitare tale gente, e non si lasciano illuminare dalla luce del sole. Il Carme L, insomma, è un manifesto di humanitas, del meglio a cui l’individuo pensante possa e debba aspirare.
Ma procediamo con ordine. Catullo – e con questo nome intendo il personaggio che parla nella poesia, non l’autore, e lo chiamo così perché l’autore stesso si riferisce a lui con questo nome – ricorda di aver appena trascorso una bella giornata a comporre versi con l’amico Licinio. Si noti l’aggettivo otiosi del primo verso: deriva da otium e significa “liberi da impegni”; ovvero, liberi dalla politica. L’otium in Catullo indica un vero e proprio stile di vita, basato sulla totale dedizione all’arte della poesia. Può essere rovinoso, come ricorda la conclusione del Carme LI, che traduce un’ode della greca Saffo sugli effetti devastanti della gelosia.
Per Catullo l’otium rimane, tuttavia, un desiderio, poiché è rifugio dalle miserie umane e offre, come ascesi linguistica, una sorta di antidoto al linguaggio dei ciarlatani e degli intrallazzatori. In sostanza, quell’otiosi ci presenta due dissidenti; due che, scrivendo versi, in pratica affermano alla generale deriva dell’Italia: noi non ci stiamo.
Ma chi è l’altro, Licinio? Il suo nome completo è Gaio Licinio Calvo. Morirà intorno ai trentacinque anni (Catullo a trenta). Scrive sia prosa che versi. Della sua opera sono giunti a noi solo minimi frammenti e un elenco di titoli. Insieme a Catullo e ad alcuni altri forma, più per affinità estetica che per affiliazione istituzionale, un gruppo di poeti avanguardisti, ricordati nelle storie letterarie con il termine greco di neoteroi (“i nuovi”), appellativo che Cicerone è il primo a utilizzare, e non in modo lusinghiero. Nuovi, comunque, questi poeti desiderano essere e sono, poiché rinnovano la poesia latina attraverso l’esempio di quella greca, preparando il terreno per lo stesso Virgilio.
Catullo, come si evince sia da questo carme sia da altri, nutre per Licinio affetto e rispetto. Ne apprezza l’intelletto raffinato, evidenziato da due parole chiave, collegate dalla tenace congiunzione –que, come lepos (da cui l’aggettivo lepidus, “elegante”, “grazioso”, “piacevole”, ma anche “arguto”, con cui Catullo definisce il suo stesso libro) e facetiae (i due termini sono presenti anche nel Carme XII, attribuiti a un certo Pollione, e sono inoltre registrati in Cicerone come dote del bravo oratore (De oratore, I, 5, 17).
Qui gli piace presentarlo quasi come un suo alter ego scrivente. Anche dal piccolo schizzo d’ambiente, possiamo ben immaginarli, i due amici, in una qualche taberna del centro di Roma, intenti a comporre versi in metri vari, tra una bevuta e l’altra, come voleva l’antica tradizione simposiaca. Così se li immaginò il nostro Giovanni Pascoli in un poemetto latino che include, inventandoli con geniale fantasia, i versi improvvisati in quell’occasione e ha per titolo la somma dei loro stessi nomi Catullocalvos.
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