Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla Stidda

La mattina del 21 settembre 1990 Rosario Livatino stava percorrendo la statale 640 da Canicattì verso Agrigento quando un commando mafioso lo raggiunse e aprì il fuoco. Il magistrato abbandonò la propria automobile e tentò di fuggire a piedi, ma venne inseguito e ucciso. Aveva 37 anni e da oltre un decennio lavorava in una provincia attraversata dallo scontro tra Cosa nostra e Stidda, occupandosi di criminalità organizzata e dei patrimoni accumulati illegalmente. Nel 2021 la Chiesa cattolica lo ha proclamato beato, riconoscendo nella sua uccisione il martirio in odium fidei.
Da Canicattì alla magistratura
Rosario Angelo Livatino nacque a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952. Studiò Giurisprudenza all’Università di Palermo, dove si laureò nel 1975 con il massimo dei voti. Dopo aver superato il concorso, entrò in magistratura nel luglio del 1978 come uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta.
Dal settembre 1979 lavorò alla Procura della Repubblica di Agrigento con funzioni di sostituto procuratore. Vi rimase fino al 1988, occupandosi anche delle trasformazioni della criminalità mafiosa agrigentina e seguendo il denaro e i patrimoni attraverso sequestri e confische.
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Il suo lavoro incrociò anche le indagini che a Palermo stavano portando alla costruzione del maxiprocesso a Cosa nostra. Il Tribunale di Palermo conserva documenti relativi alla collaborazione di Livatino con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, in particolare, al materiale proveniente da indagini svolte in Canada che contribuì a ricostruire i collegamenti tra le organizzazioni mafiose siciliane e quelle operanti in Nord America.
Nell’agosto del 1989 Livatino passò al Tribunale di Agrigento come giudice della sezione penale.
Aveva 36 anni e lavorava in un territorio nel quale gli equilibri mafiosi stavano cambiando rapidamente.
La guerra tra Cosa nostra e Stidda
Tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la provincia di Agrigento fu investita dallo scontro tra Cosa nostra e la Stidda, organizzazione formata anche da gruppi che si opponevano alle famiglie legate alla struttura tradizionale della mafia siciliana.
Canicattì era uno dei territori interessati da quella guerra.
Il Dicastero delle Cause dei Santi, ricostruendo successivamente la vicenda di Livatino sulla base anche della documentazione processuale, ha ricordato che il magistrato viveva addirittura nello stesso condominio di Giuseppe Di Caro, indicato come esponente di Cosa nostra nella zona.
Livatino lavorava senza scorta. Non aveva voluto richiederla e si spostava quotidianamente da Canicattì ad Agrigento con la propria automobile.
La sua attività giudiziaria lo aveva però reso un ostacolo per le organizzazioni criminali. Le indagini e i successivi processi avrebbero ricostruito come la decisione di eliminarlo maturò negli ambienti della Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro.
Per i mafiosi il problema non era soltanto ciò che Livatino aveva già fatto. Era la prospettiva di continuare ad avere davanti un magistrato considerato impossibile da avvicinare e disposto a utilizzare gli strumenti patrimoniali contro gli interessi criminali.
L’agguato sulla statale 640
La mattina del 21 settembre 1990 Livatino uscì di casa per raggiungere il Tribunale di Agrigento.
Era solo.
Viaggiava sulla statale 640 quando, all’altezza del viadotto Gasena, il commando entrò in azione. I killer affiancarono la sua automobile e spararono. Livatino cercò di sottrarsi all’agguato, abbandonò la vettura e scese lungo il terreno ai margini della strada.
Tentò di fuggire a piedi.
Gli assassini lo inseguirono.
Lo raggiunsero e continuarono a sparare fino a ucciderlo. Mancavano dodici giorni al suo trentottesimo compleanno.
Quella mattina, però, sulla strada si trovava anche un uomo estraneo a Livatino e ai suoi assassini. Era Pietro Nava, rappresentante di commercio lombardo che stava viaggiando in automobile e assistette a parte dell’agguato.
La sua decisione di raccontare ciò che aveva visto fornì agli investigatori elementi importanti per ricostruire l’omicidio. Nava sarebbe poi entrato nel programma di protezione insieme alla propria famiglia.
Le indagini, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i diversi procedimenti giudiziari consentirono negli anni successivi di attribuire l’assassinio agli ambienti della Stidda. Sul delitto Livatino si celebrarono tre processi, conclusi con condanne nei confronti di mandanti ed esecutori.
Il magistrato dietro il “giudice ragazzino”
La morte di Livatino divenne rapidamente un caso nazionale. Con il tempo, al suo nome sarebbe stata associata soprattutto una definizione: “giudice ragazzino”.
L’espressione ha finito per accompagnare quasi automaticamente qualsiasi ricostruzione della sua vita, contribuendo però a produrre un’immagine riduttiva.
Livatino era giovane, ma quando venne assassinato aveva già trascorso più di dieci anni negli uffici giudiziari di Agrigento. Tra il 1984 e il 1988, secondo la ricostruzione della sua causa di beatificazione, il Consiglio superiore della magistratura lo aveva riconosciuto come il magistrato più produttivo della Procura agrigentina.
Era inoltre un magistrato che rifletteva pubblicamente sulla propria professione.
Nel 1984, durante una conferenza intitolata Il ruolo del giudice nella società che cambia, affrontò il problema dell’indipendenza del magistrato e del rapporto tra chi esercita la giurisdizione e la società. Due anni dopo, in un intervento dedicato a Fede e diritto, ragionò invece sul rapporto tra convinzioni religiose e funzione giudiziaria.
I testi di entrambe le conferenze sono conservati e pubblicati dal Tribunale di Palermo.
“Sub tutela Dei”
La fede cattolica occupava uno spazio importante nella vita privata di Livatino. Nelle sue agende compariva frequentemente la sigla S.T.D., abbreviazione di Sub tutela Dei, “sotto la protezione di Dio”.
Frequentava la parrocchia di Canicattì e, quando lavorava alla Procura di Agrigento, era solito entrare nella vicina chiesa di San Giuseppe prima di raggiungere l’ufficio.
Questi elementi avrebbero assunto un’importanza particolare molti anni dopo la sua morte.
Secondo quanto ricostruito durante il processo canonico, negli ambienti mafiosi Livatino era considerato difficilmente condizionabile proprio perché la sua condotta professionale veniva collegata alle sue convinzioni religiose. Giuseppe Di Caro lo avrebbe chiamato con disprezzo “santocchio”, riferendosi alla sua frequentazione della chiesa.
La distinzione è importante. La magistratura italiana ha accertato la matrice mafiosa dell’omicidio e la responsabilità della Stidda. Il riconoscimento dell’odium fidei appartiene invece al procedimento canonico della Chiesa cattolica, che ha interpretato la fede di Livatino come una componente decisiva della sua incorruttibilità e dell’avversione nutrita nei suoi confronti dagli assassini.
Da Giovanni Paolo II alla beatificazione
Il 9 maggio 1993, durante la visita in Sicilia nella quale avrebbe pronunciato nella Valle dei Templi il celebre appello rivolto agli uomini di mafia, Giovanni Paolo II incontrò privatamente i genitori di Livatino.
Secondo le testimonianze raccolte successivamente, il pontefice definì il magistrato “martire della giustizia e indirettamente della fede”.
Il percorso verso la beatificazione cominciò formalmente molti anni più tardi. L’inchiesta diocesana si svolse tra il 2011 e il 2018 e inizialmente riguardò le virtù esercitate da Livatino. L’acquisizione di nuovi documenti e testimonianze portò successivamente a esaminare la sua morte come possibile martirio.
Nel dicembre 2020 papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto che riconosceva il martirio in odio alla fede.
Il 9 maggio 2021, nella cattedrale di Agrigento, Rosario Livatino venne proclamato beato.
Il riconoscimento ecclesiastico arrivava più di trent’anni dopo l’omicidio e aggiungeva una nuova lettura alla storia di un magistrato che aveva trascorso gran parte della propria breve carriera lontano dalla notorietà nazionale.
Un giudice nella provincia di Agrigento
La vicenda di Rosario Livatino rischia di essere schiacciata tra due immagini: quella del “giudice ragazzino” e quella del magistrato diventato beato.
La sua storia professionale racconta qualcosa di più concreto.
Livatino lavorò per oltre un decennio nella provincia di Agrigento, studiando organizzazioni criminali, patrimoni e collegamenti mafiosi quando l’attenzione nazionale era concentrata soprattutto su Palermo. Collaborò con le indagini che avrebbero contribuito al maxiprocesso e continuò il proprio lavoro mentre nell’Agrigentino Cosa nostra e Stidda si affrontavano per il controllo del territorio.
La mattina del 21 settembre 1990 percorse da solo la stessa strada che utilizzava per andare al lavoro. Gli uomini incaricati di ucciderlo sapevano dove trovarlo.
La Stidda decise di eliminare un magistrato di 37 anni perché il lavoro che aveva già svolto e quello che avrebbe potuto continuare a svolgere rappresentavano un ostacolo ai propri interessi. La successiva beatificazione avrebbe riconosciuto nella sua fede una delle ragioni della fermezza che i mafiosi gli attribuivano.
Prima delle definizioni costruite dopo la sua morte rimane quindi il lavoro di Rosario Livatino: un magistrato che esercitò la propria funzione senza trasformarla in un ruolo pubblico e che proprio nell’esercizio quotidiano di quella funzione divenne un bersaglio della mafia.
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