Seconda Intifada: la visita di Sharon alla Spianata che innescò la rivolta

L’inizio della Seconda Intifada risale al 28 settembre 2000, quando Ariel Sharon, allora leader del Likud e futuro Primo ministro israeliano, compì una visita controversa alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri sia per i musulmani che per gli ebrei.
La visita di Sharon fu accompagnata da una scorta militare imponente, e ciò venne percepito dai palestinesi come una provocazione politica e religiosamente insopportabile. L’episodio diede il via a una fase di violenza senza precedenti nello scenario del conflitto israelo-palestinese, con migliaia di morti e feriti da entrambe le parti.
Per capire appieno la portata di quell’evento, è fondamentale inquadrare il contesto geopolitico del periodo, analizzare le tensioni accumulate durante gli anni Novanta e richiamare brevemente la Prima Intifada, che rappresenta il precedente storico più significativo della rivolta palestinese.
Ariel Sharon e la visita alla Spianata delle Moschee
La visita di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee, conosciuta dagli ebrei come Monte del Tempio, fu pianificata con un apparato di sicurezza massiccio: circa mille poliziotti e guardie accompagnarono il politico israeliano. Sharon rivendicava il diritto degli ebrei a visitare uno dei luoghi più sacri della loro religione, ma il gesto fu interpretato dai palestinesi come una vera e propria dichiarazione politica a favore della sovranità israeliana su Gerusalemme Est, territorio occupato da Israele dal 1967 ma rivendicato dai palestinesi come capitale del loro futuro Stato.
La figura di Sharon era già controversa a livello internazionale: il suo passato da generale e la responsabilità indiretta nel massacro di Sabra e Shatila durante la guerra del Libano del 1982 contribuivano a percepire la sua visita come minacciosa e provocatoria. Le tensioni esplosero rapidamente, con proteste e scontri che si estesero dalla Spianata alle principali città della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
Il contesto geopolitico del 2000
Gli anni Novanta erano stati segnati dagli Accordi di Oslo (1993-1995), che avevano rappresentato una speranza concreta per una pace duratura tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Con quegli accordi, entrambe le parti si erano riconosciute reciprocamente e avevano posto le basi per una soluzione a due Stati.
Tuttavia, il processo di pace entrò presto in crisi. L’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel 1995 da parte di un estremista ebraico segnò una frattura significativa nella società israeliana e nelle trattative. A ciò si aggiunse la costruzione continua di insediamenti israeliani nei territori occupati e la crescente sfiducia verso la leadership palestinese. Dall’altro lato, attentati suicidi e attacchi terroristici perpetrati da gruppi come Hamas aumentarono la percezione di minaccia in Israele, rafforzando le posizioni più dure e scettiche verso il dialogo.
Nel luglio 2000, pochi mesi prima della visita di Sharon, il vertice di Camp David tra Ehud Barak, Yasser Arafat e il presidente statunitense Bill Clinton fallì clamorosamente. Le divergenze su temi chiave, come il futuro di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e i confini territoriali, lasciarono entrambe le parti frustrate e senza fiducia reciproca. La visita alla Spianata delle Moschee si inserì in un clima già esplosivo, fungendo da scintilla per la rivolta.
Lo scoppio della Seconda Intifada
Le proteste scoppiarono immediatamente a Gerusalemme Est, degenerando rapidamente in scontri tra palestinesi e forze di sicurezza israeliane. La rivolta si estese in breve tempo a tutta la Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, dando il via alla Seconda Intifada, chiamata anche Intifada di al-Aqsa dal nome della moschea situata sulla Spianata.
A differenza della Prima Intifada, la Seconda fu caratterizzata da un uso sistematico della violenza armata: attentati suicidi, sparatorie e lanci di razzi da parte delle brigate di Fatah, Hamas e Jihad Islamica. Israele rispose con operazioni militari su vasta scala, raid mirati contro leader palestinesi, assedi alle città e demolizioni di case di presunti terroristi. Tra il 2000 e il 2005, circa 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani persero la vita, in gran parte civili.
Il conflitto segnò una svolta: se la Prima Intifada era stata definita la “rivolta delle pietre”, caratterizzata da proteste e azioni non militari, la Seconda Intifada assunse i tratti di un conflitto armato totale, con gravi conseguenze sia sul piano umano che politico.
Significato del termine “intifada”
Il termine “intifada” significa letteralmente “scuotersi di dosso” in arabo ed è utilizzato per indicare le rivolte popolari dei palestinesi contro l’occupazione israeliana. La Prima Intifada, iniziata nel dicembre 1987, fu caratterizzata da proteste popolari, boicottaggi, scioperi e lanci di pietre contro soldati israeliani. Fu un movimento spontaneo, diffuso tra la popolazione civile, che mise in difficoltà Israele e contribuì a portare l’OLP al tavolo delle trattative per gli Accordi di Oslo.
La Seconda Intifada, invece, fu segnata da una militarizzazione crescente e da un’escalation di violenza, inclusi attentati suicidi in luoghi pubblici. La differenza principale tra le due intifade sta quindi nella natura e nell’intensità del conflitto: la Prima intifada fu più popolare e simbolica, la Seconda fu cruenta e armata.
Cause profonde della Seconda Intifada
Oltre alla visita di Ariel Sharon, la Seconda Intifada fu il risultato di tensioni accumulate per decenni. La continua espansione degli insediamenti israeliani, la mancata realizzazione di uno Stato palestinese, la frustrazione per il fallimento di Oslo e di Camp David, e le disuguaglianze economiche e sociali contribuirono a creare un terreno fertile per la rivolta.
Molti palestinesi percepivano la visita alla Spianata come una minaccia diretta alla loro identità nazionale e religiosa, in un contesto in cui Gerusalemme Est era simbolo della loro aspirazione all’indipendenza. L’episodio di Sharon, pur simbolico, fu dunque interpretato come la goccia che fece traboccare il vaso.
Conseguenze della Seconda Intifada
Le conseguenze della Seconda Intifada furono drammatiche. Sul piano umano, le vittime civili furono migliaia, con profondi traumi psicologici. Sul piano politico, Israele intensificò le misure di sicurezza, costruendo la barriera di separazione in Cisgiordania e rafforzando le operazioni militari mirate.
Per i palestinesi, l’Intifada significò la distruzione di infrastrutture, una grave crisi economica e un isolamento internazionale crescente. La leadership palestinese si frammentò ulteriormente: Fatah e Hamas entrarono in competizione per il controllo politico, minando l’unità nazionale e rendendo più difficile ogni negoziato futuro.
In Israele, la violenza rafforzò le posizioni nazionaliste e spinse Ariel Sharon verso la leadership del governo nel 2001, consolidando una politica di sicurezza dura e di controllo sui territori occupati.
Oggi, la Seconda Intifada rimane uno dei momenti più drammatici del conflitto israelo-palestinese. La Spianata delle Moschee resta uno dei luoghi più simbolici e contesi della regione, e le tensioni esplose nel 2000 dimostrano quanto i simboli religiosi possano influenzare la geopolitica.
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