Da “Futura ’84” al parco Bassani: il mio percorso di 42 anni alla ricerca del Blasco.

di Mauro Alvoni

Esistono notti che non svaniscono mai del tutto, anche se nel frattempo i tuoi diciott’anni si sono trasformati in quasi sessanta. Per me, quella notte è il 28 agosto 1984.

Osservando i lavori in corso che in questi giorni stanno modificando il Parco Urbano Giorgio Bassani in vista delle due anteprime del Vasco Live 2026 il 5 e 6 giugno, avverto una strana sensazione di vertigine temporale. Quarantadue anni fa non c’erano i prati infiniti del Bassani ad accogliere i fan di Vasco, ma la terra battuta e le pietre del Montagnone. Si svolgeva la Festa Nazionale dell’Unità dei giovani, battezzata con un nome che oggi appare quasi profetico: “Futura”.

Nel 1984 il futuro eravamo noi. Avevo diciotto anni e in tasca pochi spiccioli, quelli della “sabadina” che mi passava mio padre. Quell’estate la Festa dell’Unità presentava un programma straordinario: desideravo ardentemente vedere sia Vasco Rossi sia i Talk Talk, la band britannica del momento. Mio padre, che doveva finanziare la mia avventura, fu categorico: “Scegli, o l’uno o l’altro”. Non si poteva discutere. Riflettetti un attimo e optai per Vasco. Mio fratello, invece, puntò tutto sui Talk Talk. Fu una sorta di scommessa incrociata, una curiosa inversione di ruoli per l’epoca.

Facevo parte di un gruppo numeroso, eravamo circa quaranta ragazzi quando eravamo al completo. Eravamo quelli che allora venivano definiti “paninari”: ragazzi per bene, vestiti con i marchi giusti, educati, frequentatori abituali delle paninoteche della città. Niente pensieri strani, nessuna ribellione ostentata. Mio fratello, al contrario, già allora mostrava quell’anima inquieta e quel carattere ribelle che, purtroppo, avrebbe caratterizzato l’intero corso della sua vita futura. Eppure, ironia della sorte, a molti di noi paninari piaceva Vasco, l’essenza del rock provocatorio. E a mio fratello ribelle piaceva il synth-pop sofisticato degli inglesi.
All’epoca non esistevano i cellulari, non era possibile registrare video da mostrare il giorno successivo. Così, nei giorni seguenti, io e mio fratello ci scambiammo i racconti di quelle due serate indimenticabili utilizzando l’unico strumento che avevamo: le parole e la pura emozione.

Quei miei diciott’anni furono straordinari, incastonati nel periodo probabilmente più felice della mia giovinezza. Proprio all’interno di quel gruppo di amici avevo conosciuto la mia prima fidanzatina ufficiale. Fu la mia prima relazione seria: una storia meravigliosa che sarebbe durata oltre sei anni e che, quando finì, mi spezzò letteralmente il cuore. Ma fu proprio lei, durante la nostra lunga storia, a incoraggiarmi per la prima volta a intraprendere la strada del giornalismo. Era il contesto perfetto, un periodo di assoluta felicità, e in quel quadro si inserì il concerto di Vasco. C’era anche un altro particolare, quasi un segreto per i miei amici della cumpa: già allora una delle mie più grandi passioni era la musica classica. Chi avrebbe mai immaginato che proprio Mozart e Beethoven sarebbero stati la chiave che, a 23 anni, mi avrebbe aperto le porte del giornalismo come critico musicale, prima di ampliare l’orizzonte alla cronaca e all’attualità?

Quella sera del 28 agosto, però, c’era spazio solo per il rock. Ricordo l’odore di fumo, di birra e di salsiccia alla brace che permeava la festa, mescolato alla polvere sollevata da migliaia di scarpe da ginnastica sul Montagnone. Il palco era stato allestito nel sottomura, raggiungibile tramite una lunga passerella-scalinata che dal Montagnone portava giù nell’arena della musica. Quando le luci si spensero e la Steve Rogers Band iniziò con Sono ancora in coma, fu una scossa collettiva. Urlammo Deviazioni, ci abbracciammo durante Una canzone per te e, sulle note di Vita spericolata, l’arena sembrò sollevarsi da terra. Finimmo esausti e felici sotto il cielo di Albachiara.

Oggi ho quasi sessant’anni. I capelli sono bianchi, le responsabilità sono cambiate e quel ragazzo di diciotto anni lo rivedo solo nei ricordi. Eppure, Vasco è ancora presente. Ferrara ha dovuto attendere quasi quarant’anni dal suo ultimo concerto in città (era il 1987 con il tour di C’è chi dice no), ma l’attesa sta per concludersi.

A giugno, al Parco Bassani, le generazioni si mescoleranno nuovamente. Ci saranno i ragazzi di oggi con gli smartphone accesi e ci saremo noi, i ragazzi di “Futura ’84”. Quando il Blasco salirà sul palco per inaugurare il suo tour 2026, chiuderò gli occhi per un attimo. E so già che, tra i sessantamila del parco, ritroverò quel diciottenne della cumpa, pronto a urlare ancora una volta che, nonostante tutto, va bene così.

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