Festival Bonsai: Tre figure chiave per apprendere a “Essere nel Mondo”

Festival Bonsai: Tre figure chiave per apprendere a "Essere nel Mondo" 1

di Federica Pezzoli

Tre interpreti per tre monologhi in due serate, venerdì 15 e sabato 16 maggio, in una micro-rassegna che ha inteso presentare un piccolo spaccato della scrittura teatrale femminile italiana contemporanea. È “Stare al mondo”, il trittico curato da Matilde Vigna nel secondo fine settimana di programmazione del Festival Bonsai che, giunto alla sua decima edizione, si propone come contenitore di diverse modalità e linguaggi di vivere e interpretare il teatro.

La prima a salire sul palco, venerdì 15 all’Istituto Orio Vergani, è stata la coppia Gloria Giacopini-Giulietta Vacis, ormai ben conosciuta a Ferrara Off e considerata una garanzia di umorismo e originalità per il pubblico. Nel monologo con degustazione “Tortellini Ucraini” Gloria narra il suo legame con Luda, la ‘badante’, o come si dovrebbe più correttamente definire ‘caregiver’, di sua nonna Ines: un modo per rendere omaggio a entrambe. Gloria e Giulietta, come sempre, riescono a farci ridere in modo genuino, intelligente e spontaneo, affrontando tematiche molto serie: la guerra, quella attuale e quelle passate, il lutto e la mancanza, i privilegi inconsapevoli, cosa significhi ‘avere cura’. E poi i luoghi comuni e come tentare di non diventarne vittime, grazie alla curiosità e alla volontà di avvicinarsi all’altro, a esperienze che sembrano lontane e invece hanno più punti in comune con il nostro vissuto di quanto avremmo mai immaginato. È sufficiente chiedere e mettersi in ascolto, proprio come avviene in cucina, dove si apprendono saperi antichi stando accanto a chi li trasmette. Così, tra un’insalata (non) russa, una barzelletta che (non) fa ridere, dei crackers (non più) croccanti provenienti dal freezer e delle crepes (non proprio) riuscite, comprendiamo che forse per Gloria un modo di “Stare al mondo” è quello di sua nonna Ines: accettare un po’ le cose come si presentano, con la consapevolezza che i legami che creiamo a volte “semplicemente esistono” senza necessità di un nome.

Matilde Vigna, invece, per rispondere a una serie di interrogativi sullo “Stare al mondo”, come donna e più in generale come specie umana, ha raccolto come in un taccuino i suoi “Appunti per una perestrojka”, andato in scena la sera di sabato 16 maggio in prima dopo un periodo di residenza proprio presso Ferrara Off. Punto di partenza: il 1986, l’anno del disastro di Chernobyl e l’anno di nascita di Matilde stessa. Da qui inizia un taccuino di viaggio non lineare che passa senza soluzione di continuità dalla perestrojka di Gorbachev alla ristrutturazione della casa dell’infanzia, con intermezzi di botanica e giochi di prestigio, questi ultimi a cura di Alberto Pirazzini. Unico possibile filo conduttore: la maternità. Le madri (s)radicate di Chernobyl, le madri affannate di oggi, le piante madri come l’agave che danno vita morendo. “Vedo i sintomi ma non le cause” afferma Matilde, che piantata dentro un vaso sembra voler correre verso il futuro e così snocciola i suoi appunti in modo sempre più concitato. “Quanto arriva veloce il futuro amore mio…/ Non sono preparato”. Nessuno di noi è pronto. “Il futuro forse sarà/ Stare fermi/ Piantati/ Mettere radici”.

Dopo Matilde Vigna, sabato sera, anche Arianna Primavera nel suo “Tremenda insufficienza dei nostri cuori” cerca di mettere ordine nel caos…creando ancora più caos. Lo spettacolo è un zibaldone di cibo, medicine, emozioni, pensieri: tutto il disordine che può derivare dall’incontro/scontro con gli eventi della vita. Una riflessione sull’incapacità di “Stare al mondo”. Arianna si fa strada tra scatoloni e oggetti sotto la plastica, in abito elegante e tacco alto, trascinando con sé oggetti che diventano metafora del suo disagio, condividendo riflessioni eccentriche sull’esistenza: lei stessa non riesce a definire la natura della propria sofferenza. “Come posso aiutarti?”; “Non puoi, vivi al posto mio!”. “Tremenda insufficienza dei nostri cuori” è un flusso di coscienza bulimico e debordante, interrotto solo dal lancio di pasta contro uno psicoterapeuta (interpretato da Giacomo Lilliù) e da quel dialogo mancato con un padre che non trova altro modo per esprimere il suo amore per questa figlia se non lasciando enigmatici passaggi di libri qua e là per casa.

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