di Mauro Alvoni
Ferrara si appresta a vivere un periodo memorabile. Nei giorni 5 e 6 giugno, la città sarà pervasa dall’energia del tanto atteso concerto di Vasco Rossi. Tuttavia, il legame tra il Blasco e la terra estense ha origini che risalgono a un’epoca d’oro della musica italiana: gli anni ’90. In quel periodo, il centro della produzione musicale della regione era rappresentato dagli White Studio di Ferrara, diretti tra gli altri da Roberto Vecchi (originario di San Bartolomeo in Bosco, storico amico ed ex manager di Vasco). È proprio in quel contesto che, grazie a Vecchi, emerse il fenomeno dei Vernice, la band guidata da Stefano D’Orazio, che conquistò le classifiche nazionali e catturò l’attenzione dello stesso rocker di Zocca.
Stefano D’Orazio oggi
Attualmente, Stefano D’Orazio risiede a Roma, ma ha trascorso quasi otto anni tra Ferrara e il Lido degli Estensi. Lo abbiamo contattato per intraprendere un viaggio nel tempo, ricco di aneddoti indimenticabili e con il desiderio di tornare nella città che lo ha accolto.
Stefano, iniziamo dal presente. Ad aprile è stato pubblicato il tuo nuovo album, “Grandi sogni”, anticipato dal singolo “Tutto il tempo”. Come sta andando?
“Posso dire che sta vendendo molto bene. La reazione del pubblico è eccezionale e molti mi dicono: “Finalmente un album ben realizzato”. Naturalmente, sono io l’autore dei testi e delle musiche. C’è solo una piccola “maledizione” burocratica: devo continuare a firmarmi come “Stefano D’Orazio dei Vernice”, a causa dell’omonimia con il compianto batterista dei Pooh”.
Facciamo un passo indietro. Negli anni ’90 eravate la band più in voga, e il fulcro di tutto era a Ferrara.
“Certamente. Registravamo tutti i nostri dischi agli White Studio di Ferrara. Lì lavorava Roberto Vecchi, che ci ha scoperti e prodotti, insieme a uno dei più grandi bassisti viventi, il ferrarese Davide Romani, che ha suonato anche con noi. In quegli anni eravamo ovunque: televisione, radio, concerti continui. Ferrara per me è stata una seconda casa: ci ho vissuto per 7-8 anni tra il centro e il Lido degli Estensi. È stata un’esperienza da sogno”.
In quel sogno c’era, inevitabilmente, anche Vasco Rossi. Come vi siete incontrati?
“Era il 1988, Vasco stava registrando l’album “Liberi Liberi”. Io ero già un suo grande fan. Roberto Vecchi ci portò a Rimini per far ascoltare 3 o 4 nostri brani al discografico Giorgio Rocco. Quest’ultimo ci invitò a cena in un ristorante sulla strada per San Marino, il “C’era una volta”. Io non sapevo nulla. A un certo punto si presentò Vasco. L’emozione fu enorme, anche perché mi fecero sedere proprio di fronte a lui. Parlando del nostro brano “Teddy”, mi disse che sembrava scritto come se stessimo conversando con lui. Poi andammo insieme in studio e ci diede moltissimi consigli. Ricordo anche un episodio divertente: negli anni successivi, Vasco si lamentava con noi che suo figlio, ancora molto giovane, ascoltava gli 883 e i Vernice, ma non le canzoni del padre. La stessa cosa è successa poi a me con mio figlio”.
Vasco ha sempre avuto un occhio di riguardo per voi. Che tipo di rapporto si era instaurato?
“Ci riempiva di elogi. Lo incontravamo spesso in discoteca o all’Aquafan di Riccione, dove all’epoca c’era Claudio Cecchetto. Vasco ci diede una benedizione e un avvertimento: “Se non iniziate a litigare, come band potete fare quasi il mio tipo di musica, ma con un respiro internazionale”. Purtroppo non lo abbiamo ascoltato”.
Stefano D’Orazio in un’immagine degli anni ’90
Cosa è successo dopo il grande successo?
“Litigammo, come è noto. Andavamo alla grande, ma invece di calcare i palchi, finimmo per calcare i tribunali per questioni futili. Così sono un po’ scomparso dalla circolazione mainstream, anche se non ho mai smesso di esibirmi e di fare musica, come dimostra l’album “Ci vediamo all’inferno” del 2015 e questo ultimo lavoro”.
La critica dell’epoca notò subito una forte urgenza rock simile a quella di Vasco. Era un’ispirazione consapevole?
“Vasco ti si attacca addosso un po’ come un virus. Quando scrivo, ho l’abitudine di pensare in modo “internazionale”, ma forse a causa del mio timbro vocale, le canzoni ricordavano il suo stile. C’è anche un altro motivo pratico: registrando a Ferrara con Roberto Vecchi, avevamo accesso a quasi tutti i musicisti di Vasco. Qualcosa, inevitabilmente, ti si attaccava addosso”.
Il 5 e 6 giugno Vasco sarà a Ferrara per due concerti storici. Tu ci sarai?
“Sono anni che non assisto a un suo concerto. Ne ho visti moltissimi in passato, ma oggi è diventato estremamente difficile trovare un biglietto o un pass, senza contare i miei impegni. Tuttavia, ammetto che questa volta vorrei davvero esserci. Partecipare ai concerti a Ferrara avrebbe un significato enorme per me: sia per Vasco, sia per riabbracciare una città a cui sono legato da tanti amici e da ricordi splendidi”.