“Una biblioteca è andata in fiamme”: il ricordo della ‘triade’ ferrarese di Guccini
La perdita di Francesco Guccini crea un grande vuoto anche tra quei musicisti che, più di chiunque altro, hanno condiviso con lui palchi, viaggi, prove e, soprattutto, la vita. Tra questi si trova una vera e propria “triade” ferrarese, composta dal batterista Ellade Bandini, dal sassofonista e polistrumentista Roberto Manuzzi e dal bassista Ares Tavolazzi, compagni di un lungo percorso artistico e umano accanto al cantautore modenese.
Tre testimonianze distinte per carattere e sensibilità, ma unite da un profondo affetto per un artista che, oltre a essere uno dei più grandi cantautori italiani, è stato per loro soprattutto un amico.
Ellade Bandini, storico batterista di Guccini, lo ha accompagnato “dagli anni Settanta fino all’ultimo concerto”. Il ricordo è inevitabilmente influenzato anche dall’ultimo incontro. “Due mesi fa abbiamo pranzato insieme a Pavana, ma non era più il Francesco che conoscevamo. Credo che anche per lui vedersi in quelle condizioni fosse una sofferenza. Francesco non si è mai risparmiato nella vita”.
Cinquanta anni trascorsi insieme, però, significano molto più dei concerti. “È stata un’esperienza straordinaria. Ma ciò che era davvero bello era il prima e soprattutto il dopo concerto, con cene indimenticabili nelle case delle persone che ci invitavano, di sinistra ma anche di destra, purché lontane dagli estremismi. Erano serate che iniziavano all’una o alle due di notte e finivano al mattino”.
Per Bandini, Guccini “è stato un faro della musica italiana”. “Con lui si è concluso un periodo fondamentale della mia vita. Ancora oggi, quando rievoco quei ricordi, mi si riempie la giornata”.
Tra le qualità che più lo colpivano c’era la straordinaria abilità narrativa. “Era un grande affabulatore, anche durante i concerti”. E per raccontarlo ricorre a un episodio che coinvolge Fabrizio De André. “Una volta ero con De André, che aveva un giorno libero e mi chiese di andare a vedere un concerto di Guccini. Alla fine dello spettacolo mi domandò se Francesco si preparasse i discorsi che faceva al pubblico. Gli risposi di no, perché non ne avevo mai sentito uno uguale all’altro. E lui disse: ‘Non ne sarò mai capace, troppo forte'”.
Da quell’amicizia nacque anche un sogno mai realizzato. “Uno dei progetti più significativi sarebbe stato farli suonare e cantare insieme. Ma credo che sarebbe durato giusto il tempo di un paio d’ore di prove: la perfezione di De André e la creatività di Guccini, che improvvisava come un jazzista, difficilmente avrebbero potuto convivere. Qualcosa sarebbe successo”.
Bandini guarda anche al futuro, attraverso il progetto “I Musici di Francesco Guccini”. “Per noi la sua eredità è qualcosa da trasmettere. Ci impegniamo a mantenere vivo ciò che ha fatto e lo ricorderemo fino all’ultimo”.
E poi un ricordo tutto ferrarese. “Amava molto la salama da sugo. Per il compleanno di Norberto, storico titolare del ristorante Da Ultimo, veniva sempre, purché ci fosse la salama. Arrivava e, per scherzo, non si presentava come Francesco Guccini ma come Jack Montana, cantante rock della Louisiana. Parlava con un improbabile accento americano e cantava grandi classici del rock”.
Anche Roberto Manuzzi, storico polistrumentista della band, ha condiviso con Guccini quasi quarant’anni di musica. “Ho iniziato con lui nel 1986 e ho suonato fino all’ultimo concerto. L’ho visto l’anno scorso a Pavana per il suo compleanno e ci siamo sentiti un mese e mezzo fa. Sono sempre rimasto in contatto anche con sua moglie Raffaella”.
Il loro, racconta, era ormai molto più di un rapporto professionale. “Con Francesco si era instaurata un’amicizia decennale. Per lui il rapporto umano era persino più importante di quello musicale. Prima e dopo i concerti era sempre una festa”.
La frase che pronunciava più spesso, appena terminato uno spettacolo, era sempre la stessa. “‘Adesso dove si va a mangiare?’. Era una festa continua, tra chiacchiere e barzellette, ma mai banali, perché lui non era una persona banale”.
Nemmeno quando la salute consigliava prudenza. “All’ultimo concerto all’Unipol Arena ebbe un problema di pressione sul palco. Si riprese, concluse il concerto e, quando dopo si trovò circondato da familiari e medici che gli dicevano di andare subito a farsi controllare, rispose: ‘Ma no, adesso si va a mangiare'”.
I ricordi con Ferrara sono numerosi. “Veniva spesso. Ricordo un incontro con Emergency insieme a Gino Strada. Gino scherzò dicendo: ‘Ci somigliamo così tanto che prima o poi toccherà a me cantare ‘La locomotiva’. A te, però, toccherà venire a Kabul'”.
E ancora più significativo fu il gesto compiuto nei confronti della Scuola di Musica Moderna di Ferrara. “Quando rischiava di essere sfrattata gli chiesi di venirla a visitare in occasione di un concerto al Palasport. Parlò con i giornalisti e, grazie anche al suo intervento e alla sua autorevolezza, la scuola riuscì a rimanere dov’era”.
Infine, la riflessione che più di tutte sintetizza il valore culturale di Guccini. “La cosa più importante, oggi, è rileggere quello che ha scritto. In poche righe riusciva a raccontare un mondo. Da quelle poche righe si sarebbe potuto scrivere un romanzo. Per me, con la sua scomparsa, è come se si fosse incendiata una biblioteca”.
Più essenziale, come nel suo carattere, il ricordo di Ares Tavolazzi. “In questo momento non voglio dire molto. Posso solo dire che Francesco è stata una persona e un amico con cui ho lavorato per anni e che considero un grande autore e un grande poeta. È sempre stata una persona disponibile e aperta”.
Parole misurate, ma sufficienti a completare il ritratto di quella che è stata una delle formazioni più longeve e affiatate della musica italiana: tre musicisti ferraresi che, per decenni, hanno accompagnato Guccini sul palco e fuori, contribuendo a dare voce alle sue canzoni e condividendo con lui un’avventura artistica e umana destinata a rimanere nella storia.
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