Storie di Storia / 70. Le criptovalute
Le criptovalute rappresentano valute digitali che fanno uso della crittografia, una tecnica di codifica dei dati che le rende inaccessibili a chi non possiede la chiave di accesso. Grazie a questa crittografia, le criptovalute risultano praticamente impossibili da contraffare, anche se la loro sicurezza dipende da vari altri elementi. Le criptovalute contemporanee sono sistemi decentralizzati che si basano sulla tecnologia blockchain, una struttura di database distribuita le cui origini concettuali risalgono al lavoro di un crittografo di nome David Chaum nella sua tesi di dottorato del 1982. Tuttavia, la tecnologia blockchain che conosciamo oggi è stata illustrata e sviluppata da Satoshi Nakamoto. Nel panorama delle criptovalute, la blockchain funge da registro pubblico delle transazioni crittografate, mantenuto e aggiornato da migliaia di persone in tutto il mondo. Le transazioni sono pseudonime ma accessibili pubblicamente. Il Bitcoin non è la prima valuta digitale né la prima applicazione della tecnologia blockchain, né il primo impiego della crittografia a chiave pubblica per garantire la sicurezza dei dati. Tuttavia, poiché tutti questi elementi sono stati integrati in un unico sistema, rappresenta la prima criptovaluta di successo. Storie di Storia di Repubblica presenta un articolo redatto per noi dall’economista Nicola Bilotta. Buona lettura.
LA STORIA
Crypto-assets
Nuovo “oro” o nuovo “dollaro”?
Di Nicola Bilotta (Coordinator EU-SDFA & Senior Research Associate, European University Institute and Associate Fellow, IAI).
La cronologia dei Bitcoin ha inizio nell’ottobre del 2008, durante la crisi finanziaria del 2007, quando un individuo (o più di uno) sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto pubblicò un documento intitolato Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. Questo white paper ha stabilito le fondamenta tecniche per lo sviluppo di un sistema di valuta digitale decentralizzata che opera senza intermediari o autorità centrali: un’alternativa al sistema tradizionale che si basa su valute nazionali supportate da un ecosistema consolidato di intermediari finanziari. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 2009, Nakamoto avviò ufficialmente i Bitcoins dando inizio alla prima transazione nel nuovo sistema. Il primo acquisto reale con Bitcoins avvenne l’anno successivo ad opera del programmatore Laszlo Hanyecz, che pagò due pizze per soli 10.000 BTC. Un importo che, secondo l’attuale valutazione, quasi quindici anni dopo, varrebbe circa 909 mila euro. Retrospettivamente, quelle pizze sono probabilmente le più costose mai acquistate! Con il lancio della piattaforma Ethereum, che ha permesso l’integrazione di smart contract e applicazioni decentralizzate, l’ecosistema dei crypto-assets ha cominciato a espandersi enormemente, tra alti e (molti) bassi. In parallelo allo sviluppo di vari progetti di crypto-assets, nacquero anche i primi stablecoin – tra cui Tether nel 2014.
Bitcoins, crypto-assets, stablecoins o blockchain sono termini frequentemente usati in modo intercambiabile, anche se, pur essendo interconnessi, rappresentano concetti molto distinti. I crypto-assets sono attività digitali che utilizzano la crittografia e operano su una rete decentralizzata – come i Bitcoins – e ne esistono oltre 13mila nel mercato. Gli stablecoins, invece, sono un tipo specifico di crypto-asset: il loro valore è legato a una valuta fiat o a un paniere di beni. La blockchain è una tecnologia in cui i dati sono registrati su una rete condivisa, distribuita e pubblica che utilizza la crittografia per garantire l’integrità del registro pubblico e per svolgere altre funzioni: in sostanza, è la tecnologia che sta alla base del funzionamento dei crypto-assets. Le Central Bank Digital Currencies (CBDCs), come il progetto dell’euro digitale, sono invece valute digitali emesse e regolate dalle banche centrali – una sorta di “contante” digitale. Queste ultime si pongono in contrapposizione ai crypto-assets e rappresentano la risposta delle banche centrali nazionali alla digitalizzazione dell’economia e al crescente numero di alternative alla moneta fisica ed elettronica offerte dalle banche centrali.
Partendo da una capitalizzazione di mercato di pochi milioni di dollari nel 2013, il settore dei crypto-assets ha raggiunto un picco di circa 3 trilioni di dollari nel 2024, nonostante fasi di forte volatilità. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha ridato impulso ai crypto-assets, con i Bitcoins che hanno raggiunto il loro massimo storico vicino ai 100 mila dollari, sostenuti dall’aspettativa che il nuovo governo favorirà l’adozione di regolamenti meno restrittivi. L’adozione globale ha seguito un andamento simile: partendo da una base di utenti di poche migliaia nei primi anni, il numero di possessori di criptovalute è cresciuto fino a toccare 562 milioni di persone nel 2024, pari al 6,8% della popolazione mondiale. Questo segna un incremento del 34% rispetto ai 420 milioni di utenti del 2023. L’Asia continua a dominare l’adozione con 326,8 milioni di utenti, seguita dal Nord America con 72,2 milioni. L’Argentina si distingue come il paese con la percentuale più alta di persone che hanno investito in crypto-assets in relazione alla popolazione totale (circa il 30%), seguita da Brasile e India.
Nonostante l’esplosione del valore e l’aumento del numero di utenti, i crypto-asset rimangono un mercato di nicchia che rappresenta solo una piccola frazione degli asset finanziari globali. Tuttavia, la crescente diffusione dei crypto-assets ha spesso generato reazioni polarizzate e infondate. Tra coloro che auspicano un nuovo sistema monetario in cui i crypto-assets possano diventare il nuovo “oro” o sostituire il dollaro americano come valuta internazionale e chi, al contrario, li considera solo strumenti di speculazione, diventa complesso cercare di ordinare il reale potenziale e i molteplici rischi che i crypto-assets potrebbero comportare.
Teoricamente, se ampiamente accettati e utilizzati, i crypto-assets potrebbero offrire un’alternativa per le transazioni transfrontaliere. Sebbene il sistema di pagamento attuale tra paesi stia diventando sempre più veloce, in alcune aree – in particolare nelle economie emergenti e in settori specifici come il mercato delle rimesse – risulta altamente inefficiente e costoso. La Banca Mondiale stima che completare una transazione di 200 dollari da o verso l’Africa comporti un costo medio di 15 dollari (il 7,5%) – ovvero 3 dollari (1,5%) in più rispetto alla media globale. Anche i pagamenti transfrontalieri tra paesi africani presentano costi di transazione superiori alla media – per esempio, inviare denaro dalla Tanzania all’Uganda ha commissioni di circa il 34% o tra Tanzania e Kenya del 30%. Per affrontare questo problema, sono state create molte nuove soluzioni di pagamento transfrontaliero tramite criptovalute, che consentono di ridurre drasticamente i costi di transazione. Un altro incentivo che i crypto-assets potrebbero sfruttare è la loro natura decentralizzata: operando su sistemi alternativi e indipendenti, i crypto-assets potrebbero facilitare l’aggiramento di varie restrizioni sui trasferimenti di denaro, come i controlli sui capitali imposti da determinate nazioni o le sanzioni. Nonostante questo potenziale, mancano evidenze empiriche che dimostrino un’adozione consistente di crypto-assets come metodo di pagamento internazionale. Secondo uno studio della Banca Mondiale, che ha esaminato le transazioni on-chain sui principali crypto-assets tra il 2019 e il 2021, i volumi di scambio sono attualmente dominati principalmente da operatori professionali e istituzionali piuttosto che da utenti che utilizzano i crypto-assets come mezzo di pagamento quotidiano.
L’adozione dei crypto-assets come riserva di valore, invece, suscita una riflessione differente. Sempre secondo uno studio della Banca Mondiale, il valore dei Bitcoins oscilla in modo inverso rispetto ai prezzi dell’oro. Questo andamento potrebbe suggerire che gli investitori potrebbero, in certa misura, considerare i crypto-assets come un’alternativa all’oro. Tuttavia, una riserva di valore dovrebbe possedere alcune caratteristiche, come stabilità o liquidità, che sono essenziali in caso di shock esterni. Attualmente, i crypto-assets non sembrano avere la maturità necessaria per diventare un bene rifugio alternativo. Nonostante i rischi elevati associati alla volatilità di questi asset, i crypto-assets potrebbero tuttavia rappresentare un’alternativa interessante per quei paesi in cui investitori privati o istituzionali hanno difficoltà ad ottenere valute nazionali estere, come il dollaro americano.
Anche se è estremamente difficile valutare l’uso dei crypto-assets come mezzo di pagamento transfrontaliero o come riserva di valore, emergono due considerazioni strategiche sulla loro dimensione internazionale. Ad oggi, i crypto-assets sembrano troppo instabili e di nicchia per essere considerati una vera alternativa alle valute tradizionali. Anche se i crypto-assets riuscissero a ridurre la loro volatilità, rimangono incertezze, da una parte, riguardo agli incentivi che potrebbero avere le banche centrali o le istituzioni private ad adottare i crypto-assets per regolare le loro transazioni o comporre le loro riserve e, dall’altra, se possano trarre benefici tecnologici ed economici simili a quelli prospettati in un futuro sistema basato su CBDC nazionali. Tuttavia, in paesi con alta volatilità della valuta nazionale e scarsa fiducia nelle istituzioni pubbliche – come l’Argentina – l’accesso ai cripto-assets potrebbe fornire un’alternativa attraente.
I limiti associati alla volatilità dei cripto-assets potrebbero essere attenuati dagli stablecoin. Nonostante questo potenziale, questi ultimi hanno ancora un utilizzo molto limitato al di fuori dell’ecosistema dei crypto-asset. Nelle economie sviluppate con valute relativamente stabili e sistemi di pagamento moderatamente efficienti, gli stablecoin potrebbero diventare strumenti complementari senza un grande valore aggiunto rispetto alle forme tradizionali di denaro digitale. Tuttavia, la storia degli stablecoin avrebbe potuto differire notevolmente. Nel 2019, un consorzio di 28 grandi aziende private – guidato da Facebook (Meta) ma comprendente leader globali dei pagamenti come Mastercard, Visa e PayPal, oltre a aziende tecnologiche come Uber, eBay e Mercado Libre – annunciò il lancio di uno stablecoin globale chiamato Libra (poi rinominato Diem). In teoria, il progetto Libra intendeva introdurre uno stablecoin globale ancorato a un paniere di valute nazionali – composto dal dollaro USA (50%), l’euro (18%), lo yen (14%), la sterlina britannica (11%) e il dollaro di Singapore (7%) – accessibile tramite portafogli elettronici da utenti di tutto il mondo. Il progetto Libra avrebbe potuto generare una nuova forma di moneta globale che avrebbe consentito di effettuare transazioni nazionali e transfrontaliere con commissioni estremamente basse, quasi nulle – o almeno così era previsto nel white paper di Libra. Se fosse stato lanciato, il progetto Libra avrebbe potuto aspirare a diventare sistemico in tempi brevissimi, sfruttando l’integrazione con app popolari come Facebook, Instagram o Uber. Dalla Federal Reserve alla Banca Centrale Europea, dalla Banca Popolare Cinese al Fondo Monetario Internazionale, raramente si è assistito a una reazione così coordinata e immediata della comunità regolatoria globale, preoccupata per i potenziali effetti sulla stabilità finanziaria, la sostituzione delle valute, la governance dei dati e la disintermediazione finanziaria che Libra avrebbe potuto generare. La pressione politica globale fu talmente forte che diversi membri del consorzio abbandonarono il progetto pochi giorni dopo la presentazione. Il lancio di Libra non è mai avvenuto, nonostante il cambio di nome in Diem e un ricalibramento delle sue ambizioni commerciali da globali a nazionali. Ironia della sorte, l’annuncio di Libra ha avviato l’attuale impulso nello sviluppo di progetti nazionali di CBDC. Secondo un recente sondaggio della Banca dei Regolamenti Internazionali, il 94% delle banche centrali incluse nella mappatura, che rappresentano il 94% del PIL globale, è coinvolto in diverse fasi di sviluppo di progetti legati alle CBDC.
Il mondo delle valute digitali è ancora in fase embrionale e il suo futuro rimane incerto. Tuttavia, il potenziale delle sue possibilità potrebbe trasformare il volto del sistema monetario internazionale a lungo termine.
Questo articolo è un estratto rivisitato dall’autore dal volume The Geoeconomics of Money in the Digital Age, edito dall’Istituto Affari Internazionali per Routledge, che verrà presentato online il 10 dicembre alle ore 17 con la partecipazione di Nicola Bilotta, Nathalie Tocci, Pier Carlo Padoan, Laura Demertzis e Leo Goretti. Si ringrazia l’editore Routledge per la gentile concessione a Repubblica di ripubblicare il testo tramite Copyright Clearance Center, Inc.